QUANDO LA CHIESA STA DALLA PARTE DEI POVERI

OSCAR ROMERO E LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE 25 ANNI DOPO

“Tra giustizia e ingiustizia non esiste una via di mezzo”. Era una delle cose che amava dire Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador, assassinato il 24 marzo 1980; rappresentante di una Chiesa che lotta affinché la parola del Vangelo diventi parola viva. Una Chiesa dei poveri e della Teologia della Liberazione.Una Chiesa, quella latinoamericana, complessa e a dir poco eterogenea al suo interno.Da un lato ci sono vescovi come il cardinale Pio Laghi, oggi prefetto del dicastero Vaticano all’Educazione Cattolica: nunzio apostolico in Argentina durante gli anni della dittatura, amico intimo dei generali, conosceva perfettamente e tollerava i rapimenti e le uccisioni di oppositori politici. Per capire il personaggio basterà citare una sua omelia del giugno ’76: “il Paese ha un’ideologia tradizionale, e quando qualcuno pretende di imporre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce con anticorpi di fronte ai germi. I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo”.Dall’altro lato c’è invece una Chiesa che quotidianamente piange i suoi morti, vittima del regime e da esso ferocemente perseguitata, con religiosi che, per le loro idee e il loro impegno, da quelle stesse dittature vengono uccisi (celebre era il motto dei paramilitari salvadoregni: “haga patria, mate un cura”). Come Oscar Romero. Per ricordare la sua opera è indispensabile però fare un brevissimo accenno storico su quel che accadeva ne El Salvador a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80, periodo in cui guida l’arcidiocesi di San Salvador.

Dal ’77 il paese era nelle mani del generale Carlos Humberto Romero (nessuna parentela con Oscar), a cui si opponevano organizzazioni di guerriglia come le Forze Armate di Resistenza Nazionale. Il triennio 77-79 fu segnato da violenze e uccisioni che colpirono in particolare contadini, ma anche sindacalisti e preti, accusati dall’estrema destra di simpatizzare con la guerriglia. Il generale Romero fu deposto nell’ottobre ’79 da un golpe orchestrato da alcuni ufficiali dell’esercito, i quali diedero vita a nuove giunte (guidate da Roberto D’Abuisson e Ramon Alvarenga), ancora più sanguinarie della precedente e che portarono, nell’80, al massacro di Morazan, in cui morirono 3000 contadini.

Oscar Romero combattè il regime con ogni arma a sua disposizione, schierandosi apertamente dalla parte dei più poveri. Ogni domenica il popolo attendeva con ansia i suoi messaggi pronunciati nel corso delle celebrazioni e diffusi in tutto il paese attraverso la radio. Durante le sue omelie, che spesso duravano ore, faceva i nomi delle persone uccise o rapite dai paramilitari indicando senza timore chi fossero i carnefici. “E’ impossibile predicare l’amore di Cristo se la sua espressione vivente, i poveri, muoiono”, proclamava, a testimonianza della necessità di prendere posizione. Pochi giorni prima di morire aveva platealmente chiesto ai soldati e alle guardie nazionali di disubbidire all’ordine di massacrare i civili: “Nel nome del popolo che soffre vi supplico, vi prego, e in nome di Dio vi ordino: cessi la persecuzione contro il popolo”. Arrivò persino a scrivere al presidente statunitense Jimmy Carter, affinché il governo nordamericano smettesse di fornire armi a quello salvadoregno. Parole e gesti che non potevano più essere tollerati da chi faceva della violenza il proprio linguaggio. Così Romero fu assassinato sull’altare, proprio mentre celebrava messa Un martire di quella Chiesa che non lo ricevette quando si recò a Roma per parlare delle sofferenze del suo popolo. Quella Chiesa troppo concentrata nel vedere solo il male che veniva dall’Est, per accorgersi di quello ancor più doloroso che c’era ad Ovest. Dove, a morire perseguitati, erano anche i suoi preti.

Beniamino Musto

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