IL DALAI LAMA TRA DI NOI

Il Dalai Lama in Italia, fra bagni di folla e visite in incognito

Attraversando il giardino del Palazzetto dello sport tra danze e suoni tradizionali tibetani, si è concesso un bagno di folla fra i curiosi e i fedeli che hanno invaso la città nel giorno dell’Immacolata. Al suo ingresso, la struttura gremita di telecamere e fotografi è esplosa in un lungo e caldo applauso.
Durante il discorso, tenuto di fronte ad un uditorio di credenti, personalità istituzionali, giornalisti e rappresentanti della maggiore comunità tibetana in Italia, ospitata proprio a Cologno Monzese, il Dalai Lama ha rivelato anche un lato ironico di sé, indossando una curiosa visiera da croupier per non farsi abbagliare dai riflettori.
Sua santità ha esordito parlando di globalizzazione e sottolineando come: “Nel XXI secolo il mondo ha raggiunto un elevato livello tecnologico, ma questo non ha portato ad un benessere generale, anzi ha condotto a molte disparità. Il mondo sta diventando sempre più piccolo ed interdipendente, ma c’è un forte gap tra la realtà del pianeta e la percezione che se ne ha: manca una visione globale, unitaria. Il mio unico impegno è quello di sensibilizzare ad un’attitudine di tolleranza, umanità, partecipazione. Perché solo nel momento in cui tali valori divengono globalmente condivisi si può parlare di armonia, di pace.”

La storia del Dalai Lama è costellata di difficoltà legate alla tensione politica tra la Cina e la regione limitrofa del Tibet. Nel 1959 fu costretto a lasciare il paese a seguito dell’invasione dell’esercito Maoista. Da allora vive da esiliato a Dharamsala, nel nord dell’India, facendosi conoscere al mondo come grande maestro spirituale e instancabile depositario di un messaggio di libertà e tolleranza, tanto da ricevere nel 1989 il premio Nobel per la Pace.
Sono le grandi religioni e i sistemi filosofici che dovrebbero avere il compito di promuovere comprensione, perché condividono gli stessi valori umani, laici. Eppure ancora oggi rappresentano il maggior elemento di conflitto e divisione.
Le ragioni sono essenzialmente due: “Vi sono personaggi che si dichiarano musulmani, cristiani, buddisti e poi internamente non conservano nessuno dei significati e dei valori che queste religioni promuovono. Lo fanno per motivi di potere e denaro, che non hanno nulla a che fare con i sentimenti professati.”

Il problema, però, è più spesso interamente politico: l’atteggiamento che le nostre stesse istituzioni hanno avuto nei confronti del Dalai Lama (ricordiamo che sia il Presidente del Consiglio Romano Prodi che il sindaco di Milano Letizia Moratti hanno volontariamente evitato un incontro pubblico, ricevendolo solo in forma privata), dimostra come la Cina faccia ancora paura. Paura di ritorsioni economiche e condizionamenti internazionali in un momento molto delicato per Milano, impegnata nella corsa all’Expo 2015. Rimane comunque grave che personalità di governo si rifiutino di aprire le porte ad un premio Nobel per la pace.
La seconda ragione per cui filosofie e religioni non riescono a condurre verso una generalizzata comprensione è: “La mancanza di comunicazione e conoscenza tra le diverse fedi, culture, sistemi filosofici. Atti di intolleranza e fondamentalismo provengono dall’ignoranza e dall’assenza di confronto inter-religioso.”
Le differenze culturali ancora oggi sono causa di conflitto. Lo palesa la situazione del Tibet, di cui il Dalai Lama si fa portavoce. Non è solo una questione di politica, ha tenuto a precisare, ma un problema di intolleranza e prevaricazione. A rischio, secondo Tenzin Gyatso, è la cultura tibetana fondata sulla tradizione buddista. “Il pericolo odierno è che tale tradizione si estingua, che i giovani tibetani non siano più educati secondo questi valori e che vada persa la loro ricchezza. Il modo per risolvere tali problemi non può essere che il dialogo faccia a faccia per trovare una soluzione armonica e pacifica. La mia speranza è che il messaggio di pace benefici tutti, coinvolgendo anche il popolo cinese. Dal 1974 ad ora, il governo tibetano sta cercando la riconciliazione e la ricostituzione dell’autonomia del Tibet attraverso il dialogo.”

Il progetto non implica l’aspettativa di un’indipendenza, ma il ripristino delle libertà culturali, religiose e civili. Tuttavia, i leader cinesi ancora oggi conducono una politica di dura repressione che sfocia nella violazione dei più fondamentali diritti umani. Anche Amnesty International ha preso posizione, promuovendo una dura campagna contro la censura mediatica, i campi di lavoro e la violazione dei diritti fondamentali. “Non siamo per il boicottaggio delle Olimpiadi” ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana, “ma vogliamo che la Cina si adegui agli standard internazionali in materia di libertà. Del resto nell’era della globalizzazione è necessario globalizzare anche i diritti umani.”
Purtroppo il dialogo tanto auspicato da sua Santità non ha portato finora risultati concreti. Lo dimostrano gli episodi di violenza, i morti, le torture, le censure di cui l’esercito di Myanmar si è reso responsabile nei mesi scorsi, durante le dimostrazioni pacifiche dei monaci buddisti in Birmania. Ancora lontano sembra il giorno in cui si potrà parlare di democrazia.
Da quando il popolo tibetano è in gran parte esiliato in India è stato eletto un governo autonomo, il cui capo dal 2001 è il Ven. Prof. Samdhong Rinpoche, ancora giudicato illegittimo dalle autorità cinesi.

Da qui l’appello alla collaborazione rivolto dal Dalai Lama a popoli e nazioni: “Abbiamo bisogno del sostegno della comunità internazionale perché si muova verso concrete certezze di comprensione, libertà e, finalmente, di democrazia.”

Silvia Valenti

“…Speaking words of wisdom…”

IL MESSAGGIO COMUNE DI SCIENZA E RELIGIONE

“Vivere secondo amore, gentilezza, compassione” raccomanda il Dalai Lama.
Ma in una società come quella odierna, spesso caratterizzata da un elevato tasso di aggressività e conflittualità, questo principio è concretamente attuabile?
Il leader dei buddisti tibetani è forse un sognatore eccessivamente ottimista?
Oppure il medesimo principio è sostenuto anche da altri ricercatori, di formazione occidentale e di mentalità più strettamente scientifica?

Per rispondere a queste domande può essere interessante confrontare il pensiero di studiosi di discipline diverse, provenienti da paesi differenti e vissuti in epoche anche assai lontane tra loro.
Il Dalai Lama dice oggi che il nostro più grande obiettivo è essere felici, invitando a scegliere pensieri ed azioni tali da favorire il raggiungimento di questo scopo.
Già lo scienziato-filosofo greco Aristotele, vissuto nel IV secolo a.C., sosteneva che il sommo bene a cui tende l’uomo è la felicità, e sottolineava che, per raggiungerla, occorre scegliere comportamenti lontani dagli eccessi e determinati dalla ragione e dalla saggezza.
Nel 2003 il fondatore della psicologia positiva, l’americano M. Seligman, ha messo in rilievo che “la quota individuale di felicità” corrisponde ad una somma i cui addendi sono la positività del carattere, i comportamenti volontari e le circostanze favorevoli della vita.
Potrebbe sembrare che solo i primi due elementi siano in buona misura gestibili dal soggetto. In realtà, numerosi studi hanno dimostrato che anche le circostanze benevole dipendono più da comportamenti volontari che da episodi fortuiti della vita. Un esempio può essere costituito dalla qualità dei rapporti affettivo-relazionali, che assai frequentemente deriva proprio dall’impegno positivo e protratto nel tempo di entrambi i partners.
Esperimenti scientifici hanno altresì rilevato che le persone più felici sono più inclini a dimostrarsi compassionevoli. E il Dalai Lama sostiene che il nesso di causalità funziona in entrambe le direzioni, ossia che le persone più compassionevoli diventano anche più felici.

Si può porre allora la seguente domanda: il comportamento compassionevole obbedisce ad un precetto esclusivamente morale, oppure se ne può ipotizzare una radice biologica, tesa a salvaguardare la sopravvivenza della specie?
Questa teoria è sostenuta dall’etologo austriaco K. Lorenz, autore di numerosi studi sul comportamento degli animali. Lorenz ha evidenziato che le specie che dispongono di mezzi atti a ferire seriamente l’avversario (denti, artigli, ecc.) hanno elaborato uno specifico rituale di resa: scoprire il proprio punto più vulnerabile, la gola. Ciò fa scattare un riflesso inibitorio nel vincitore, che dunque “perdona” l’avversario sconfitto consentendone la sopravvivenza.
Ma il meccanismo della compassione ha effetti positivi anche sul vincitore, in quanto gli consente di dismettere rapidamente i comportamenti distruttivi e le emozioni negative legate al conflitto, per dedicarsi ad attività costruttive per se stesso e per il proprio gruppo.

Il medesimo concetto è espresso dal Dalai Lama, che parla di ecologia della mente e del corpo. Se la mente soffre a causa delle emozioni negative deve imparare ad autodisciplinarsi, allontanando da sé la negatività. In tal modo è possibile raggiungere la tranquillità interiore, ottima premessa anche per la salute fisica.

La cura personale attraverso l’ecologia della mente e del corpo è poi la condizione fondamentale per la cura degli altri e dell’ambiente. Quest’ultimo non deve essere inteso come luogo di sfruttamento o di dominio -depauperare l’ambiente vuol dire agire contro la vita stessa- ma piuttosto come co-protagonista dell’uomo in un comune percorso di sviluppo.
In ogni caso, suggerisce il Dalai Lama ricordando un antico detto tibetano, anche le esperienze più negative possono essere interpretate evidenziandone gli aspetti positivi, utilizzandole come fonti di forza interiore e come occasioni per dimostrare (a se stessi, prima ancora che agli altri) la solidità dei valori personali.
Questo stesso concetto è stato messo in rilievo dal medico e psichiatra inglese M. Rutter, che definisce resilienza la capacità di affrontare le difficoltà riorganizzando positivamente la propria vita e mantenendo saldi i valori su cui si fonda la propria umanità.

Scienza e religione evidenziano dunque un profondo messaggio comune: vivere secondo i valori dell’amore, della gentilezza e della compassione favorisce il raggiungimento del benessere individuale e sociale, rappresentando l’unica “way of life” lungimirante e compiutamente umana.

Flavia Marisi
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