INCHIESTA MASTER- PRIMA PARTE

DIFENDERSI DALL’INVASIONE MASTER

Quasi 2000 in base all’ultimo rapporto annuale del Censis, 2050 secondo il Corep, il consorzio per la Ricerca e l’Educazione permanente; ha smesso di contarli il ministero per l’Università e la Ricerca. L’unico dato certo è che i master in Italia continuano ad aumentare per un volume di affari che il Censis stima intorno ai 180 milioni di euro, con un ricavo medio su ogni iscritto di 5.800 euro. Il conteggio dei master presenti sul mercato è reso difficile dal fatto che lo stesso termine “master” è generico, non codificato e non tutelato dalla legge. Spesso i master sono organizzati dalle aziende per reclutare nuove leve da indirizzare in settori specifici di loro interesse, oppure sono dei semplici corsi di aggiornamento. E master, parola che porta con sé il fascino e il prestigio anglosassoni, è il nome ormai usato indiscriminatamente per battezzare qualsiasi genere di esperienza venga offerta al seguito della laurea. «Solo una piccolissima parte di master ha un senso scientifico e operativo, gli altri sono un prolungamento degli studi», afferma Bruno Manghi, sociologo del lavoro che nel master vede anche: «Un modo per impiegare giovani e docenti che fanno carriera all’interno dell’università». 18 mila docenti di ruolo e 16 docenti extra-accademici, sempre secondo il Censis. Utilizzato dalle università anche come mezzo di competizione per attirare nuovi iscritti, il master giustifica la sua esistenza andandosi a incastrare nel buco creato dalla riforma, quello tra laurea triennale e laurea specialistica. Chi dopo la triennale non ha voglia di rimanere altri due anni all’università, ma sente il suo titolo troppo debole, opta per il master di 1° livello. Oppure è uno sbocco per gli uscenti dalle lauree specialistiche che dopo 5 anni di studi sentono la loro formazione non pronta a una professione ma, come dice Guido Trombetti, presidente della Crui, la Conferenza dei rettori: «I tempi sono ancora prematuri per stabilire se i master facilitino la ricerca del lavoro. Certo è che possedere un titolo specialistico e così orientato a soddisfare le esigenze di specifici settori del mercato del lavoro può rappresentare un atout».

L’esperienza diretta in un’azienda, lo stage, generalmente assicurato al termine del corso, è l’elemento di maggiore attrattiva dei master, e molti lo considerano l’unico pregio. In realtà il master non è il solo modo per fare uno stage; l’università in genere ne assicura uno fin dalla laurea triennale, esistono degli sportelli appositi presso gli atenei. In alcuni casi, come nel corso di Mediazione linguistica della Statale di Milano, è inserito nel piano di studi e comporta l’acquisizione dei crediti necessari per laurearsi. Esistono i corsi gratuiti del Fondo Sociale Europeo che garantiscono quasi tutti un minimo di ore a contatto con l’azienda. E poi c’è la libera iniziativa degli studenti che, però, si scontra con una realtà: «Il sistema delle imprese non ha messo in piedi un’offerta di stage interessante. La libera iniziativa dello studente va aiutata. Ma ci sono stage e stage, ci sono quelli di sfruttamento e di abuso», dice Manghi. Aggiunge una considerazione Trombetti: « Le difficoltà insite nella ricerca di un impiego sono spesso demoralizzanti. Ciò spinge i giovani a puntare sulla formazione per arricchire i propri curricula. Sperando così di abbreviare i tempi di accesso a una professione». Positiva Patrizia Cangialosi della multinazionale Procter & Gamble: «Per uno stage nella nostra azienda non è necessario fare un master, è un titolo che non c’interessa». E ben pochi sono i master che si attivano per favorire stage all’estero, solo l’8%, secondo il Censis. Il master non ha, in genere, riconoscimento all’estero. «In Italia usiamo la parola “master” per indicare una tipologia formativa ben diversa da quella che in Europa corrisponde allo stesso termine. – Spiega Trombetti – Ad oggi, nell’ambito dello European Qualifications Framework, sono in via di definizione i rispettivi quadri nazionali che permetteranno di rendere confrontabili e immediatamente traducibili titoli con denominazioni diverse». A ciò si aggiunga che il master è studiato appositamente per la realtà economica italiana, a volte legato ad ambiti estremamente specifici, come quello in Sviluppo locale e valorizzazione del patrocinio culturale alpino, pensato in concomitanza delle Olimpiadi di Torino 2006. Master proposto per una sola edizione dal Corep, il cui presidente, Antonio Gugliotta, ci dice: «Prima di attivare un master svolgiamo sempre delle ricerche di mercato, principalmente focalizzate al territorio italiano». E Mauro Pecchenino, docente di Relazioni pubbliche allo Iulm e direttore dell’Osservatorio sulla famiglia e la persona, suggerisce, piuttosto che fare un master, di andare un anno all’estero a perfezionare la lingua, o se si è già in possesso di un inglese fluent, fare un master in Inghilterra o Irlanda.

Diana Garrisi

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