Del: 15 Aprile 2007 Di: Redazione Commenti: 3

Mi affascina di più chi affronta con ottimismo i mille problemi quotidiani della vita di chi attraversa il deserto in monopattino…” (Bruno Bozzetto)

L’espressione “Cinema d’animazione” evoca d’abitudine, soprattutto nei non appassionati al settore, le immagini edificanti di una Biancaneve dolce e leziosa o di buffe e bonarie fate madrine, fino ad arrivare ai più recenti e moderni capolavori della Pixar, grande araldo della computer animation, nei cui lavori la dose di ironia si fa sempre più pronunciata, mantenendo però indiscusso il suo status di “confezionatrice” di prodotti di ampio consumo e di sicuro successo al botteghino.

L’animazione d’autore invece è un universo sotterraneo vasto e variegatissimo, messo perennemente in ombra, oltre che dalle più ricche e pubblicizzate produzioni hollywoodiane, dalle serie televisive, come le celeberrime quanto spesso mal interpretate serie giapponesi. Con poche eccezioni, il resto è confinato nei festival.

Un esempio di cineasta che, pur realizzando opere indubbiamente d’autore è riuscito ad evadere dalla cerchia ristretta dell’animazione indipendente e ad inserirsi, almeno in parte, nei circuiti ufficiali è Bruno Bozzetto. Piuttosto noto anche al vasto pubblico, nell’ambito dell’animazione Bozzetto si è cimentato un po’ con tutte le tipologie possibili, dividendosi tra il cinema, con apprezzati lungometraggi come “West and soda” o “Allegro non troppo” e la tv, con serie televisive (“spaghetti family”) ed il lavoro nell’ambito della pubblicità e nelle campagne di sensibilizzazione, un esempio per tutti, “La libertà”, commissionato dal comune di Bergamo in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla liberazione.

Secondo la mia opinione però, il genere in cui emergono in modo più dirompente i punti di forza di questo straordinario autore sono i cortometraggi, perché in essi è possibile godere della sua mirabile capacità di sintesi, in grado di concorrere in modo determinante alla resa comica e, allo stesso tempo, all’efficacia del messaggio di cui l’elemento comico è sempre portatore.

Protagonista di alcuni cortometraggi, oltre che di tre lungometraggi, è la sua creatura più celebre: un tipico italiano medio, di mezza età dall’eloquente cognome Rossi.

Ennesima rappresentazione di una piccola borghesia velleitaria e frustrata, tipologia già ampiamente illustrata, riconducibile in parte alla commedia all’italiana degli anni ’60, con i cui esempi più fulgidi il signor Rossi condivide una sorta di dignità di fondo, riscontrabile sotto il ritratto poco lusinghiero del peninsulare medio, come se oltre la satira fosse possibile leggere anche un velo di comprensione: la consapevolezza che si tratta comunque e pur sempre del prodotto della nostra società italiana, delle sue virtù e dei suoi tanti difetti.

Lo spirito di questi lavori, in bilico tra comicità pura, un fondo di malinconia e una dose di critica sociale, si ripresenta simile, anche se espresso in forma completamente diversa, nei vari cortometraggi. Come delle brevi allegorie, queste opere affrontano temi “seri” come la routine quotidiana e la nevrosi che genera, attraverso la stilizzazione grafica e l’iterazione dei gesti quotidiani, oltre che annose questioni come il tema della creazione (“Life” e “Adam”) o la storia del mondo, opportunamente ridotta all’osso e “ridicolizzata” al fine di far risaltare l’assurdità di tanti comportamenti umani.

Tra i tanti esempi significativi potremmo citare due opere a mio parere emblematiche ed in molti sensi assimilabili: “Vita in scatola” del 1967, geniale ricostruzione in sei minuti di durata, della vita di un uomo medio, dalla nascita al momento della morte e “Cavallette” (nomination all’Oscar nel 1990), una sorta di trasposizione del precedente su vastissima scala, ovvero la storia dell’uomo dalla preistoria al giorno d’oggi. I due cortometraggi, giocati sulla forte stilizzazione del segno, hanno in comune l’uso di un sonoro tanto eloquente quanto esula dal dialogo tradizionale. Le parole intelleggibili sono pochissime, funzionali a una maggior comprensione e alla resa dell’effetto comico mentre un ruolo preponderante è riservato ai rumori e alle musiche, che in “Cavallette” svolgono la funzione di sottolineare i “momenti topici” della storia dell’uomo. Ad esempio l’attacco della Marsigliese sancisce la decapitazione di Luigi XVI, mentre una solenne O fortuna accompagna le mire espansionistiche dell’Impero Romano. Momenti fondamentali per la comprensione del messaggio in entrambi i film sono gli intermezzi. In Cavallette una musica soave accompagna uno scorcio di prato verde popolato da insetti, simbolo evidente di una natura immutata e impassibile, in antitesi ad un’umanità sempre più caotica e votata all’autodistruzione.

Nel più “intimista” Vita in scatola, la grigia esistenza del protagonista, resa dal suo perpetuo andirivieni dalla sua abitazione ad un secondo edificio (di volta in volta la scuola, l’università, la fabbrica…) è interrotta da una musica edificante, accompagnata da un’esplosione di colori: è la fuga dalla realtà innescata nell’infanzia dal volo di una farfalla, dal momento dell’innamoramento, dalla nascita del figlio.

Questi sono solo brevi accenni, perché il lavoro di Bozzetto è vastissimo e merita di essere goduto in pieno: per gustarsi la sua dirompente comicità e per riflettere su tanti luoghi comuni o temi che diamo semplicemente per scontati. Particolarmente riuscita è la sua raffigurazione dello stile di vita peninsulare, ritratto con occhio disincantato ma bonario, dissacrante ma esente da giudizi, come chi si è totalmente immerso in una realtà, prima di raccontarla.

Laura Carli

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