INDIA: LA "VITA AGRA" DELLE CAMPAGNE

BIDAR. 1° maggio. Malamma Balreddy, una contadina trentenne incinta si toglie la vita insieme al suo figlio di sette anni. Le fabbriche avevano rifiutato di comprare il suo raccolto di canna da zucchero. Salgono così a 25 le vittime della crisi agricola che ha investito il distretto, a partire dal mese di gennaio. I suicidi erano tutti coltivatori di canna da zucchero. Bidar è per estensione il terzo distretto dello stato del Kerala adibito alla coltivazione della canna da zucchero. 25 mila tonnellate di canne su una superficie di 76 mila acri. Quest’anno la natura è stata clemente. I coltivatori hanno avuto un prodigioso raccolto. Solitamente è la natura capricciosa a mandare in rovina gli sforzi degli agricoltori. Siccità, piogge troppo abbondanti che fanno marcire i raccolti, invasioni di insetti. E il lavoro di mesi vanificato. Quest’anno le fabbriche non sono state in grado di assorbire l’eccedenza. Nessun compratore per le fulgide canne ad aspettare nei campi. Il numero dei suicidi è andato aumentando man mano che l’estate si avvicinava e le operazioni di spremitura delle canne da parte delle fabbriche giungevano al termine. La canna da zucchero deve essere raccolta ogni 10/12 mesi altrimenti perde la sua caratteristica umidità, non può più essere spremuta e diventa quindi inutilizzabile. Se un piccolo coltivatore non riesce a vendere il proprio raccolto e a recuperare il denaro che ha investito nella coltivazione non può comprare le sementi per la stagione successiva. E l’unica soluzione che gli si profila, oltre a quella di rivolgersi agli strozzini-arma a doppio taglio- è togliersi la vita. Il triste fenomeno del suicidio dei contadini è una realtà diffusa in tutta l’India. Pesticidi o veleno per topi sono i mezzi più utilizzati.

Chiara Checchini

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