NON SI ESCE VIVI DAGLI ANNI ’80 N.11


Cari lettori e care lettrici, abbiamo di fronte a noi un altro interminabile agosto di studio, tremendo, innaturale e coatto studio. Gli esami di settembre sono vicini, più vicini di quanto non crediate. Ma non preoccupatevi, il Vostro Affezionatissimo ha preparato per voi una succulenta, quanto superficiale puntata di questa rubrica, che, appare chiaro oramai, si trascina da undici puntate lungo il cammino di una lentissima agonia: come la carriera del Barone Franco Causio, che dopo aver fatto le fortune alla Juve, nell’86 va a svernare a Lecce, cercando di ritrovare lo scatto dei tempi d’oro, ma racimolando solo risatine di scherno, e qualche commento del tipo: eh, si vede che non è più quello di una volta. Lo so benissimo che anche voi, là fuori, la pensate così riguardo questa rubrica. Ma io me ne frego e vi parlerò di un gadget che ha cambiato, in parte, il modo di giocare di noi piccoli bimbi anni ottanta, persi come eravamo tra le superfetazioni berlusconiane, di una televisione oramai dai costumi corrotti, e il terrore dei parchi. Quel subdolo brivido che si faceva subito sgomento, quando qualcuno, più avvezzo di noi al mondo, ci diceva che nei parchi c’erano quelle cose che si chiamavano “I Drogati”. Erano quelli che posizionavano le siringhe infette proprio accanto allo scivolo, oppure lì nel recinto con la sabbia. La parola “siringa”, negli anni ottanta, era orrendamente legata al parco. Forse è per questo che in Italia non esiste uno straccio di pensiero ecologista che prescinda da Pecoraio Scanio: siamo stati istigati ad odiare i parchi. Ma una siringa l’avevamo e l’amavamo. Più che una siringa era una cannuccia, la mia era azzurra: era la cannuccia del Crystal Ball (ora il lettore affezionato dirà: ah! il Crystal Ball, che bello!). Il gioco era quello di prendere della “pasta” e stenderla accuratamente, poi imboccare la cannuccia e soffiare: a quel punto la “pasta” si trasformava in un palloncino colorato trasparente, e più soffiavi, più diveniva grande, poi lo si staccava e si ripeteva l’operazione, fino a che non ci si ritrovava in un mondo di colori, fatto di rotondità leggere, che si libravano nell’aria, assecondando i nostri movimenti. Noi intellettualoidi di Vulcano molte volte ci ritroviamo a maneggiare della “pasta”, per poi avere a che fare con dei piccoli tubicini, soffiando nei quali, dopo un po’, il mondo torna ad essere pieno di colori, a riempirsi di leggerezza, di spensieratezza anni ottanta. Eppure, in anni di riunioni di redazione, il Crystal Ball non l’ho mai visto.

Dedicata ad una lettrice che, circa un anno fa, mi chiese di parlare del Crystal Ball.
Fabrizio Aurilia
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