DIALOGO IN CORSO

a cura di Daniele Grasso, Giovanni Cinà e Chiara Caprio
OLTRE I MURI
I giovani musulmani in Italia tra fede e integrazione
 
Omar Abdel Aziz è un ragazzo che non ti aspetti. Vent’anni, l’aria seria e l’abbigliamento decisamente occidentale. Nulla di strano, se non che si tratta di un giovane musulmano, membro attivo dell’associazione “Giovani Musulmani”. Ma i pregiudizi e le immagini a cui siamo abituati portano a credere che le differenze si notino già dall’apparenza.
E’ normale” spiega Omar “la gente si aspetta che vedere un musulmano voglia dire vedere un vecchio uomo con la barba, che se non fai attenzione ti fa saltare in aria. E’ semplicemente lo stereotipo che i mass media fanno passare quotidianamente”.
I “Giovani Musulmani” nascono nel 2001 dall’ esigenza di quattro ragazzi, provenienti da diversi paesi arabi, di creare un luogo di associazione, di scambio culturale e religioso tra musulmani. Oggi, dopo sei anni, hanno sedi a Milano, Roma, Reggio Emilia e Bologna, e presto sarà fondato anche un gruppo scout musulmano. I.G.M. di tutta Italia si riuniscono annualmente a livello nazionale per incontri, riguardanti la formazione religiosa e la comunicazione della propria esistenza sociale. “Questo per noi è un punto fondamentale: le immagini con cui siamo quotidianamente etichettati dai media creano nella società in cui cerchiamo di vivere da cittadini normali sono degli stereotipi che ci fanno male” spiega Omar “naturalmente per noi le risposte a questi attacchi mediatici sono nei versetti del Corano. Tra quelle righe non c’è traccia del binomio terroristico religione-omicidio. E tramite l’associazione abbiamo trovato un luogo in cui riscontrare questa verità”.
Ovviamente tra i Giovani Musulmani ci sono anche alcune ragazze, attive e libere quanto i loro colleghi maschi. Non tutte portano il velo, e ciascuna può decidere se mantenere o meno questa tradizione. “Un’ abitudine sbagliata tipica degli occidentali è quella di confondere la religione con la tradizione” spiega Omar “nel Corano non ci sono passi in cui si dica che la donna debba indossare il Burqa: è esplicito l’ ammonimento a coprirne il corpo e le sue forme, ma non le mani e il volto. Quando vedo in televisione donne interamente coperte dal burqa mi chiedo perchè lo facciano. La risposta in realtà è nelle tradizioni del paese, e non nei dettami islamici“.
La motivazione infatti sta nel nascondere della donna la sua parte più provocante, la stessa, per intenderci, che spopola sui giornali e nelle pubblicità occidentali. “Se in Arabia Saudita le donne non possono guidare e in Iran non possono uscire, a meno che non siano accompagnate da familiari stretti, è una questione di tradizione legata al Paese” chiarisce Omar “nel caso di questi due Paesi, tra l’altro, il primo non è considerabile come islamico, poichè è solo a maggioranza islamica, ed è retto da una monarchia assoluta”. Una forma di governo che con i messaggi coranici non può coincidere: il profeta stesso, agli atti fondanti dell’Islam, prendeva decisioni per la comunità nella Sura, un’assemblea democratica. Ma alle orecchie occidentalizzate risulta addirittura strano accostare le parole “democrazia” e “Islam” all’ interno di una frase. “Non bisogna dimenticarsi che in molti casi le dittature nei paesi arabi sono state sostenute da governi occidentali con lo scopo di ricavarne immensi proventi economici. Gli islamici tagliagole spesso uccidono con lame occidentali” afferma Omar. Ma il fondamentalismo esiste, sarebbe inutile negarlo, tanto nei paesi islamici quanto in quelle persone che da quei paesi sono emigrate in occidente.
Come nel caso di Hina, la ragazza di Brescia uccisa dal padre perché rifiutava di mettere il velo. “E’ una realtà con cui si ha a che fare nella comunità islamica, anche se nel mondo giovanile della nostra generazione, fatta di ragazzi cresciuti qui, è difficile che rimangano retaggi così forti” spiega Omar “naturalmente questo è un argomento che trattiamo negli incontri dei Giovani Musulmani: è fondamentale per noi riuscire ad intervenire al meglio nella società italiana rimanendo però portatori dei valori della nostra fede“.
Dunque, esistono differenti interpretazioni all’ interno delle stessa dottrina religiosa. “Infatti se i cattolici hanno il Papa e le comunità ebraiche un Rabbino capo, le comunità islamiche non hanno qualcuno che si faccia interprete del messaggio coranico a livello universale” prosegue Omar “ognuno dice la sua insomma. Questo da maggiore libertà di interpretazione, naturalmente con le conseguenze che ciò comporta, nel bene e nel male”.
Se per uno come lui, che si dichiara cittadino italiano di religione islamica, questo aspetto rappresenta un continuo spunto riflessione, bisogna volgere lo sguardo un po’ più indietro e riflettere sulla condizione della generazione precendente. “Chi, come mio padre, arrivando in Italia più di 20 anni fa dall’ Egitto, si è ritrovato catapultato in una società in cui è normale trovare donne seminude sui cartelloni pubblicitari ad ogni angolo della strada…capisci che ci rimane!” spiega Omar “Di conseguenza spesso i padri vedono l’ imposizione, ad esempio, del velo alle figlie come un modo per proteggerle dal poter diventare carne da macello di quel mondo occidentale di cui ancora non si fidano. E’ una questione molto spinosa”.
Alla quale però un’ associazione come i Giovani Musulmani cerca di dare una risposta indubbiamente positiva, ponendosi soprattutto come punto di partenza per il mantenimento e l’applicazione della fede islamica nella società in cui vivono, un’attività che ha portato anche a conversioni, come quelle dei circa venti ragazzi milanesi che sono passati dalla religione cristiana all’Islam.
Ma il pensiero corre anche alla situazione internazionale, e in particolare alla guerra nei territori palestinesi. “Naturalmente noi soffriamo ogni giorno per quello che accade in quei territori, ma bisogna fare attenzione a non cadere in facili equivoci sul conflitto” prosegue Omar “E’ pericoloso considerarlo una questione puramente religiosa, trattandosi in realtà di uno scontro tra il popolo Palestinese e quello Israeliano. Noi cerchiamo di dimostrare che non c’è odio tra le due religioni, come abbiamo fatto qualche anno fa, con un incontro con l’ U.G.E.I. (Unione Giovani Ebrei Italiani) al Castello Sforzesco. Senza morti né feriti”.
Collaborazione con le associazioni ebraiche, ma non ancora con quelle cattoliche. Omar però assicura che l’unica ragione è la mancanza di occasioni. “In realtà io, frequentando l’Università Cattolica, sono quotidianamente in contatto con loro, ma in alcuni casi, come per una mia collaborazione con il giornalino universitario, mi sono sembrati troppo impostati e poco disposti ad allargare i propri orizzonti”.
L’auspicio è che le prove di sintonizzazione non si esauriscano qui.
Daniele Grasso
DALL’UGEI A KIDMA
Ecco chi sono i giovani ebrei italiani
Nonostante la presenza discreta e poco visibile, esistono ben ventuno comunità ebraiche in Italia, ciascuna guidata da un rabbinato autonomo. I gruppi sono poi riuniti nell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), che ha il compito fondamentale di rappresentarli a livello nazionale, anche se, dal punto di vista religioso, non esiste un organo centrale che li indirizzi in modo unitario, ma l’interpretazione del rabbino capo è quella in cui si riconosce la comunità a lui sottoposta.
Le attività del mondo ebraico hanno anche una ramificazione giovanile, indipendente da quella degli adulti.
Gad Lazarov, vice presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia e responsabile dei rapporti con World Union Jewish Students e European Union Jewish Students, è uno di quei giovani ebrei italiani che si impegna a sviluppare e far conoscere la propria realtà, proprio attraverso la costituzione di alcuni nuclei di riferimento, come l’UGEI stessa. Dopo l’esperienza in Hashomer Hatzair e Benè Hakiva, due associazioni che s’ispirano allo scoutismo, una più laica ed una più religiosa, il passaggio ad un impegno più forte è venuto da sé. Prima con la partecipazione a Kidma (continuazione di Hashomer Hatzair per i più grandi), successivamente con l’adesione all’UGEI. “L’UGEI è un’emanazione diretta dell’Unione delle comunità, da cui riceve gran parte dei finanziamenti, ma nonostante questo gode di molta autonomia” spiega Gad “non siamo tenuti a seguire ogni direttiva, anzi, ci è capitato più volte di trovarci in contrasto, anche attraverso articoli, come quelli apparsi su Hatikva, il giornale dei Giovani Ebrei d’Italia“. Naturalmente entrambe le associazioni hanno una linea ben definita.
“Sia per l’UGEI che per Kidma il richiamo allo stato di Israele è forte. Chiaramente entrambe sono per la pace, democratiche” prosegue Gad “se però l’UGEI è apolitica e apartitica, Kidma è più legata alla sinistra italiana. Questo non significa che l’UGEI non faccia politica, ma avendo una struttura elettiva cambiano i vertici e cambiano di conseguenza anche gli orientamenti. Questa rappresentatività chiaramente ti dà più autorità. UGEI è più rivolta alle istituzioni, Kidma lavora su un altro livello. Potremmo vedere l’UGEI come un governo e Kidma come un partito“.
Per quanto riguarda gli scopi primari delle associazioni, entrambe perseguono una doppia finalità. Una interna, volta alla costruzione e al mantenimento di una comunità coi suoi interessi, ed una esterna che mira alla sensibilizzazione culturale. “L’attività di entrambe le associazioni è culturale-politica: organizzazione di incontri, conferenze stampa alla Camera, dibattiti, campagne di sensibilizzazione” spiega Gad “inoltre diamo la possibilità ad ogni ebreo, dal più laico al più osservante, di partecipare alle nostre iniziative, attraverso piccole attenzioni, come il non organizzare attività il sabato o distribuire cibo kosher“. I temi affrontati rispecchiano la realtà che li circonda, e sono quelli più scottanti: dalla fecondazione artificiale alla crisi del Darfur, fino all’antisemitismo e all’islamofobia, passando per il rapporto tra religione e sessualità. Gli eventi che organizzano si rivolgono a tutti e vedono spesso la partecipazione di personaggi di rilievo, come i parlamentari Piero Fassino, Gianfranco Fini e Daniele Capezzone, oltre a tanti esponenti delle maggiori religioni. Ma un posto importante è occupato certamente dalla Giornata della Memoria, arricchita però da testimonianze diverse, come quelle di Rom sopravvissuti ai campi e di persone scampate ai genocidi in Ruanda, per non limitarsi alla commemorazione di una tragedia ebraica, ma cercare di proiettarsi nel futuro, in un’ottica propositiva. L’occasione porta anche a constatare che ogni volta si spera che non accada mai più, e invece le storie si ripetono.”Come si è visto anche nel caso recente di quel rumeno a Roma, il rischio è sempre quello di discriminare tutta una comunità” afferma Gad.
Fondamentale è stato anche l’incontro con i Giovani Musulmani. “Questi incontri con i giovani musulmani sono molto importanti dal punto di vista del gesto, si imparano tante cose sulle usanze, si capiscono gli stili di vita. Abbiamo fatto anche un torneo di calcio interreligioso con loro” spiega Gad “Non credo però che servano ad istituire un dialogo su altri livelli. Il problema è che loro vogliono confrontarsi su un piano teologico, mentre a noi interessa il piano politico e culturale. Il fatto di essere ebreo non implica l’essere ortodossi o buoni conoscitori dei testi sacri”. Tuttavia se per gli ebrei la trasmissione per nascita della fede ha contribuito a creare un’unità identitaria molto forte, lo stesso sembra non essere avvenuto nel mondo musulmano. “La comunità islamica è frammentata” aggiunge Gad “anche le moschee di Milano sono a volte in disaccordo tra loro. Per esempio chi frequenta la moschea di Segrate non riconosce chi va nella moschea di Via Padova, ed entrambi vogliono differenziarsi da chi frequenta quella di Viale Jenner. Se avessero un solo rappresentante eletto sarebbe più facile far sentire la loro voce. C’è anche da dire che la comunità ebraica vive in Italia dal 70 a.C., sono 2000 anni e più, mentre la comunità islamica ha una presenza considerevole in Italia solo da 15/20 anni“.

La frammentazione del mondo islamico però, non è solo un problema milanese. Alla luce del recente accordo di Annapolis tra Olmert e Abu Mazen, per l’avvio di negoziati tra palestinesi e israeliani, la questione si fa importante. ” Purtroppo anche a livello internazionale non c’è una posizione univoca nella parte islamica” afferma Gad “le diverse fazioni si scontrano tra loro, con il risultato che non si può ottenere la pace e i palestinesi sono discriminati dagli stessi arabi. In Libano i palestinesi non possono esercitare 71 mestieri”. Per questo Gad auspica un cambiamento anche sul fronte musulmano. “L’unione delle comunità dovrebbe essere adottata anche dai musulmani” spiega “finchè non faranno un’opera di mediazione tra di loro e non parleranno con un’unica voce non potranno far valere le loro ragioni”. Un altro fattore fondamentale è l’unione dell’esercito. Infatti con le milizie separate sarà impossibile ristabilire l’ordine e, di conseguenza, il controllo politico sul territorio. “in ogni caso Annapolis è solo un primo passo, anche se ci sono state delle aperture importanti” afferma Gad “bisognerebbe però che si riconoscesse a Israele almeno l’esistenza di fatto, se non di diritto. Se non riconoscono Israele come interlocutore, la trattativa non può andare avanti”.
Con il presupposto che la conoscenza sta alla base della comprensione, l’impegno fondamentale che queste associazioni portano avanti è quello di diffondere la cultura ebraica. Non per volontà di proselitismo, ma per costruire un valido e positivo dibattito interculturale. Ma sembra vi siano alcuni ostacoli, a partire dall’insegnamento della religione nella scuola pubblica. “L’unilateralità nell’educazione religiosa è una mancanza della cultura italiana” spiega Gad “per esempio, la religione cattolica predilige il nuovo testamento al vecchio”.
Negli Stati Uniti, c’è una apertura molto maggiore, frutto anche di un’operazione culturale fatta da intellettuali, come scrittori o registi” prosegue Gad “In Italia, tolte le grandi città, l’educazione è ancora fortemente impregnata di cattolicesimo. Io sono molto favorevole all’insegnamento della religione cattolica, ma nelle scuole bisognerebbe insegnare storia delle religioni, non fare catechismo. La chiesa stessa dovrebbe fare dei gesti di riavvicinamento alle altre confessioni religiose”.
Altro aspetto che confonde e dimostra una mediocre conoscenza del mondo ebraico da parte degli italiani è la difficoltà a scindere l’ebreo, colui che professa la religione ebraica, dall’israeliano, la persona che abita nello stato d’Israele. “Israeliano ed ebreo sono molto diversi per mentalità” spiega Gad “gli israeliani hanno molto di più il concetto di laicità“. La costruzione delle istituzioni di Israele ha portato a riferimenti identitari diversi da quelli tradizionali, alla possibilità di creare un mondo ebraico nuovo, dove non ci si lascia opprimere, ma si combatte per se stessi, per difendere la propria fede e i propri valori. Da questo possono nascere anche esperienze impensabili, come i kibbutz. “La partecipazione è volontaria e non imposta. Ognuno si esprime sugli aspetti decisionali della vita del kibbutz” racconta Gad “si può scegliere se lavorare la terra, se lavorare in fabbrica, in cucina“. Un ambiente diverso, unico nel suo genere e testimone di uno stile di vita, attraverso cui molti giovani, anche non ebrei, possono così provare questa forma di comunità e mettersi in contatto con uno degli aspetti importanti della cultura ebraica e israeliana.

Giovanni Cinà
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