INTERVISTA A BASILIO RIZZO Milano: le mani sulla città

Se il prestigio e la fama di un uomo si misurassero dalla qualità delle sue azioni il nome di Basilio Rizzo, Presidente del gruppo consigliare Uniti con Dario Fo per Milano, sarebbe molto noto a livello nazionale. Ma nel bel paese le cose vanno diversamente e si ha l’anomalia per cui nomi d’imprenditori e affaristi, di calciatori, veline e marionette varie della tv compaiono su tutti i giornali, mentre quelli di chi lavora per migliorare il proprio paese rimangono spesso in ombra o illuminati di tanto in tanto da qualche lucina. Eletto per la prima volta in Consiglio Comunale a Milano nel 1983, Rizzo viene confermato in tutte le elezioni successive. Da allora concilia l’impegno di insegnante con le quotidiane battaglie che negli anni lo hanno visto protagonista contro gli intrighi della mala politica a Milano.
Lei ha visto mutare il volto di questa città nel corso di oltre 20 anni: come giudica il clima che si respira attualmente a Palazzo Marino?
Rispetto agli anni ‘80 è mutata l’istituzione: con la riforma Bassanini è diminuita l’importanza del Consiglio Comunale. Ciò di cui però non si può incolpare Bassanini è la degenerazione determinata dai sindaci che hanno progressivamente eroso qualsiasi livello di controllo e di rapporto con il Consiglio, operando una scientifica demolizione del suo ruolo. Vediamo il caso delle presenze: il sindaco di Milano nel 2008 ha partecipato ad appena due sedute. La scelta di Bassanini di stabilire che gli assessori non potessero essere anche consiglieri ha un risvolto negativo. Oggi l’assessore dipende, nella nomina e nella permanenza al suo incarico, direttamente dal sindaco. Ecco perché gli assessori non hanno nessun interesse a seguire i lavori del Consiglio. Questa separazione rischia di produrre solo danni, e ciò è testimoniato dal fatto che attualmente a Palazzo Marino vige un rapporto non più da consiglio democratico ma da signoria, da podestà.

In occasione di una Conferenza sulla mafia al Nord lei denunciò la costituzione, da parte del sindaco Moratti, di “un gruppo di lavoro, una seconda istituzione non ufficiale” che avrebbe accesso ad importanti documenti, laddove tale accesso verrebbe spesso osteggiato per l’opposizione. Ci chiarisce questo punto?
Che il sindaco si doti di persone di sua fiducia con le quali intende confrontarsi sarebbe accettabile, oltre che perfettamente legale, se solo ciò avesse come contrappeso un Consiglio Comunale libero. Mi riferisco all’opposizione ma anche alla maggioranza: i suoi esponenti ormai sono diventati degli “animali da voto”, l’importante è che alzino la mano. Meno parlano, meglio è. Io denuncio il fatto che il sindaco, per tutte le questioni più rilevanti, si doti di esperti che hanno accesso ad informazioni che spesso sono precluse allo stesso Consiglio. Se io chiedo di visionare una delibera, prima di averla fra le mani deve trascorrere un mese. Queste “persone di fiducia” hanno accesso alle carte quando e come vogliono. Inoltre, questi gruppi spesso non vengono formalizzati, e al Consiglio tocca scoprire autonomamente la loro esistenza. In occasione della conferenza parlai anche di Stefano Parisi. Parisi fu introdotto nel ‘97 in Consiglio dal sindaco Albertini in qualità di direttore generale. In questa veste gestì un’operazione importante, durante la fase 1 delle privatizzazioni, consegnando il cablaggio della città a Fastweb. Lasciato Palazzo Marino Stefano Parisi divenne amministratore delegato di Fastweb, cioè della stessa società alla quale il Comune di Milano aveva consegnato tutto il sistema della comunicazione su fibra. Potrei andare avanti negli esempi ma il punto è uno: siamo di fronte a persone mai elette che pure hanno nelle loro mani un potere enorme.

MISEF è il nome di un’Azienda che la giunta Moratti vuole costituire per privatizzare i servizi funebri milanesi. A suo giudizio quali conseguenze, una tale decisione, determinerebbe sui cittadini e sulle loro tasche?
Il problema in questa questione è l’idea che per risparmiare in un determinato settore la soluzione sia tagliare le spese relative al personale. L’errore sta nel non capire che ormai il Comune di Milano è diventato la più grande azienda della città, il che vuol dire che porta cibo e benessere a migliaia di famiglie. Ogni posto di lavoro che viene sottratto al Comune e passa alle cooperative significa il venir meno della sicurezza nell’esistenza per molte persone. La giunta si è posta il problema di dimostrare che effettivamente il bilancio migliorava tagliando il personale. Come? È bastato truccare le cifre, cioè dimostrare che col personale interno si spendeva più che col personale esterno. L’esternalizzazione dei servizi, inoltre, rischia di determinare la sopravvivenza di alcuni fornitori a scapito di altri che verranno tagliati fuori secondo un sistema di clientele.

Cos’è il caso ZINCAR?
Zincar -cioè Zero Impact No Carbon- è il nome di una società, partecipata dal Comune con quota di maggioranza, costituita per investire in energie rinnovabili. In origine un bellissimo progetto. Il “caso” scoppiò qualche mese fa: ci accorgemmo che dai conti dell’azienda emergeva un buco di bilancio pari a circa due milioni di euro. Il Consiglio decise di procedere alla liquidazione sulla quale, sorprendentemente, non tutti furono inizialmente d’accordo. Dopo le notizie apparse sui giornali su sprechi e incarichi affidati ad “amici di amici”, la procura iniziò ad indagare. Si arrivò finalmente alla votazione in Consiglio, spinti anche dalla magistratura la quale, altrimenti, avrebbe nominato un commissario liquidatore. La notizia più sconvolgente risale al 30 dicembre 2008: è stata costituita una nuova società controllata dalla MM per curare la gestione di lavori riguardanti la metropolitana a Napoli. Vincenzo Giudice, presidente della Zincar, viene scelto per guidare questa società. Io credo che promuovere proprio lui ad un nuovo incarico senza attendere il chiarimento sulla Zincar abbia un sapore di provocazione, quasi a lanciare il messaggio che la politica non può essere giudicata. L’altra ipotesi è che quando una persona depositaria di informazioni promette il suo silenzio, siccome questo silenzio lo deve promettere per sempre, qualcosa in cambio gli si dovrà pur dare…

Expo 2015. Varie sono le questioni dibattute che impediscono il decollo della macchina organizzativa: tra le tante, il nodo dei compensi ai membri del cda della Soge (società che gestirà cantieri e appalti) e la figura di Diana Bracco. Come giudica il modo in cui tali questioni vengono gestite? Lei ha dichiarato che Milano si sarebbe aggiudicata i voti dei vari paesi “a colpi di promesse”. Ci spiega questa affermazione?
Riguardo ai compensi la Corte dei Conti ha provveduto a ricordare alla Moratti che la legge dispone che i rappresentanti dei comuni all’interno di determinate aziende non possono avere uno stipendio più alto di quello del sindaco. Paolo Glisenti, per il quale si propone un esorbitante compenso, nella Soge è rappresentante del Comune. Come tale rientra nella fattispecie prevista dalla legge e deve rispettare le regole. Seconda questione: Diana Bracco è Presidente degli industriali di Assolombarda e allo stesso tempo presiede la Soge. Si è abituati a considerare il presidente di Assolombarda come un’istituzione, ma questo deriva dalla diversa considerazione che in Italia si ha di imprenditori e lavoratori, le due parti del conflitto sindacale, a vantaggio dei primi. Assolombarda è un sindacato, il sindacato”dei padroni”. L’idea che si dia la presidenza della società che deve gestire l’Expo ad una sola “parte”è inconcepibile. Terza questione: sono apparse sui giornali dichiarazioni scandalizzate sul fatto che Smirne, concorrente di Milano per l’Expo, promettesse mari e monti per aggiudicarsi la vittoria, senza poi riflettere sul “comportamento” di Milano.
Il difetto d’origine dell’Expo sta nelle modalità di votazione: un’isola dei Caraibi di 11 mila di abitanti, ad esempio, conta quanto la Cina. Se al Presidente dell’isola dei Caraibi faccio delle promesse, ne ottengo i voti. Noi non abbiamo vinto l’Expo per la qualità dei progetti ma abbiamo, più semplicemente, conquistato i voti degli elettori. Come? Promettendo borse di studio, master e quant’altro, che presto o tardi i figli dei vari notabili verranno qua a reclamare. Inoltre, si dice che questa sarà una “grande opportunità” per la città. Voglio ricordare che l’organizzazione di questo evento si basa sull’uso di denaro pubblico ed io ritengo che a goderne saranno prevalentemente mani private. In questo periodo di forte instabilità economica, come si può pensare che chi ha grossi capitali a disposizione, e la mafia ne ha sempre, non approfitti della favorevole situazione? Perchè allora invece di discutere di stipendi, non ci si preoccupa di scegliere un’autorità, terza rispetto alla Soge, che faccia da garante sui lavori e sulle spese dell’Expo?
Dovere di cronaca impone una nota. Recentemente, si è appreso che dopo 8 mesi di tira e molla, il sindaco Moratti ha dovuto rinunciare al suo braccio destro Glisenti.
Lei non ha mai avuto paura di dire la verità: negli anni ’90 fu lei ad anticipare a colpi di denunce l’inchiesta Mani Pulite. Quegli eventi resero chiaro a tutti che il “puzzo del compromesso” aveva irrimediabilmente intaccato l’immagine di rispettabilità della Milano da bere. Ripensando a quegli anni come giudica il futuro di questa città?
Viviamo in uno strano paese in cui chi fa il suo dovere diventa un eroe per questo. Io ai tempi non feci nulla di eccezionale. Semplicemente studiavo le carte e traevo conclusioni. Il punto è che ero libero: il fatto di venire da una formazione politica piccola mi garantiva grande autonomia di giudizio. Quelli erano anni che chiamammo di consociativismo, dove esistevano la maggioranza e l’opposizione ma sugli affari non c’era maggioranza ne opposizione. Temo che stia tornando, se pur in forma diversa, una prassi nella quale la reciproca legittimazione porta al fatto che su alcune questioni l’opposizione fa “l’opposizione di sua maestà”, cioè non fa l’opposizione. Credo però nelle possibilità di miglioramento: ricordo che quando arrivai in Consiglio negli anni ‘80 il craxismo avanzante sembrava una forza inarrestabile; poi le cose cambiarono.
Quindi ha un sentore positivo?
Sì. Ho fiducia nei giovani. Penso alla passione degli studenti mobilitatisi contro la riforma Gelmini. Penso, e lo dico ad una che immagino voglia fare la giornalista, alla stampa coraggiosa che negli anni ’90 supportò il lavoro della giusti zia: il cambiamento dipende molto anche da voi. Personalmente, anche se non è una gran consolazione quando vedi che il mondo intorno a te va alla rovescia, mi resta ancora la soddisfazione di fare cose giuste. Essere felice delle mie azioni mi spinge ad andare avanti senza timore.
a cura di Morgana Chittari

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