La fiamma che ti spinge in vita

INTERVISTA AD ANTONIO MORESCO 

Antonio Moresco è un uomo timido, nonostante la tempra del lottatore destinata a diventare leggenda. La sua storia di scrittore infatti sembra fantasia. E’ divisa in due tempi: da “sommerso” e da “emerso”, entrambi della durata di quindici anni. Nel primo ha accumulato rifiuti, false promesse editoriali e lividi morali. E ha scritto, con furore donchisciottesco, cinque romanzi. Emerge nel 1993, quando Giulio Bollati pubblica i racconti di Clandestinità. Da qui l’avanzata con romanzi e saggi dalla gittata quasi fluviale, come Gli Esordi (Feltrinelli), Lettere a Nessuno (Einaudi) e Canti del Caos (Mondadori). Tutti dominati da una forte tensione etica (ed eretica), dalla bruciante volontà di scardinare regole e schemi ormai consolidati dal nostro consorzio letterario, e dalla scelta di non uniformarsi a certe logiche salottiere, a costo di rasentare l’oltranzismo e l’intransigenza che, trasposte sul piano stilistico, secondo certi critici si tradurrebbero in oscenità e illeggibilità. Ma è anche capace di una dolcezza e di un candore raramente riscontrabili negli scrittori, spesso narcisi e supponenti.
Ha fondato il famoso blog “Nazione Indiana” e la rivista “Il Primo Amore”(Effigie ed).
Sono in molti a considerarlo il più grande scrittore vivente.

Dove ha trovato la forza di non avere paura, di andare sempre oltre i limiti imposti dalla mentalità dominante?
Non mi sembra di essere stato così coraggioso, eroico. Semplicemente era talmente importante e irrinunciabile quello che avevo nel cuore, che non potevo agire diversamente. Non puoi vivere se non fai qualcosa che ti riempia il cuore. Pensavo che si potesse creare un modo diverso di esistere, di stare al mondo attraverso la letteratura. Di creare un nuovo sguardo. Molti pensano che sia carriera, quella dello scrittore, come diventare Papa: prima prete, poi cardinale…per me la forza della parola scritta è un’altra cosa. E se per quindici anni non mi avessero sempre sbattuto le porte in faccia probabilmente non avrei scritto con questa volontà. E’ stata una dura scuola, quella di stare fuori dei giochi, ma anche la mia fortuna.

La volontà di cambiamento trapela vivida dalle sue pagine. Lei crede che i libri possano cambiare le cose?
Se non avessi pensato che le cose potessero cambiare non avrei scritto, sarei un cialtrone. Certo, non sono soddisfatto. Basta guardarsi attorno per capire che non si può essere soddisfatti; ma non riesco a spegnere la fiamma. E se si spegnesse non potrei più scrivere. Sono disperato ma fiducioso, e continuerò a scrivere, continuerò a lottare, e una battaglia la combatti anche se perdi. Non sono un tipo prudente: se credo in una cosa mi getto allo sbaraglio. Non sappiamo quanto viviamo, dobbiamo vivere come vecchini? E’ questa la forza della letteratura: la fiamma che ti spinge in vita.

Lettere a Nessuno è il libro che ha sollevato polveroni di polemiche e in cui bersaglia i nostri salotti letterari facendo nomi e cognomi, denunciando una certa logica mafiosa; ma racconta anche la sua militanza politica degli anni settanta. In che modo si sono intrecciate, nel suo percorso, letteratura e politica?
Quell’epistolario era una valvola di sfogo. Mentre stendevo i miei romanzi non volevo che venissero intaccati e zavorrati dal dolore e dall’amarezza del rifiuto; e mi è servito anche per capire chi ero, riavvolgendo il nastro. Le lettere contenute nella prima parte del libro non le ho mai spedite: semplicemente avevo bisogno di un interlocutore perché nella realtà non ne trovavo, ero sempre solo. Cercavo il confronto, l’attrito. Senza la pacificazione del semplice diario.
Questa piccola mafia non è nient’altro che l’antica lotta per il potere, la facoltà di dire ‘tu esisti, tu no’. Prima, se non ti omologavi, ti mettevano al confino. Ora è tutto un gioco mediatico. Per esempio, in alcuni miei scritti criticavo Calvino: non vedo perché le sue regole debbano apparire come leggi universali ed eterne. Ma guai a toccare Calvino! Ti mettono alla gogna. Perché la nostra letteratura è una valle degli echi, dove tutto si deve ripetere.
La militanza politica, invece, nonostante non la pensi più come trent’anni fa, mi è servita come disciplina per difendere le mie idee, a qualsiasi costo, anche a rischio della mia persona.

Ho avvertito del candore puro, nel suo stile, considerato tra le vette della nostra produzione letteraria.
Non saprei dirti. Forse era ingenuità, scarsa intelligenza, nel senso che non era funzionale. Non ero furbo. Sono sempre stato così, forse un po’ stupido e infantile, ma non voglio diventare un cinico. Sono dell’idea che la vita si possa sempre aprire, rinnovare. Molti dei nostri letterati hanno un’idea ristretta e parcellizzata del tempo. Le etichette, le griglie raffreddano la letteratura. I grandi, Dante, Leopardi, che in definitiva sono tra i miei maestri, sono ancora con noi, ci parlano ancora perché se ne fregavano delle logiche. Volevano cambiare il mondo.

Luca Ottolenghi

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