Del: 21 Ottobre 2009 Di: Redazione Commenti: 0

La recente manifestazione a favore della libertà di stampa può essere vista sotto differenti angolature. Dal punto di vista strettamente politico è il segno che c’è ancora una parte d’Italia che non è disposta a lasciarsi guidare da una forza perversa. C’è ancora una parte del paese che ha voglia di dire la sua esprimendosi liberamente e, se occorre, contestare un sistema che non gli piace, espressione di un potere omologante che vorrebbe annichilire le coscienze e ridurre l’uomo a semplice suddito-compratore.

E lo fa con uno dei pochi mezzi rimasti a sua disposizione, il più antico e semplice di tutti: la piazza. In una fase della storia nazionale in cui chi si adegua al sistema politico-mediatico dominante ha facoltà di diffamare, minacciare, ricattare senza grandi patemi di dover rispondere delle conseguenze e chi si oppone è vessato fino allo scoramento, scendere in piazza acquista il valore simbolico di strumento di comunicazione e di riappropriazione identitaria che l’autorità non può contrastare, se non con la violenza fisica (e, ahinoi, sono ancora freschi nella memoria gli episodi di violenza di pochi mesi fa a piazza Navona…).

A questo proposito, chi può dimenticare il valore simbolico (e non solo) dello scendere in piazza delle madri dei desaperecidos argentini, le madres de Plaza de Majo? Un umile pugno di donne che con il loro quotidiano manifestare nella piazza antistante la sede del governo e la loro opera di controinformazione, sono state una perenne spina nel fianco per il regime al potere tra gli anni 70′ e 80′ del secolo appena concluso. All’inizio le chiamavano le pazze e nessuno attribuiva loro alcuna importanza sul piano politico. Poi si sono organizzate, hanno cominciato a viaggiare, a farsi conoscere all’estero, a stabilire una rete di contatti, riuscendo infine a portare alla conoscenza dei media internazionali ciò che la dittatura di Videla e dei suoi seguaci stava perpetuando e, quindi, facilitandone la caduta finale.

Certo, il caso dell’Italia è ben differente rispetto a quello dell’Argentina di trent’anni fa. Innanzitutto perché, ovviamente, qui non ci troviamo di fronte ad una sanguinaria dittatura. Tuttavia, il tentativo di condizionare l’informazione e rappresentare la realtà in modo monolitico e unidirezionale appare evidente anche da noi e rischia di provocare, tra le altre cose, l’isolamento internazionale della nazione. Per esempio, poniamoci questa domanda: sarà davvero un caso se nelle sue recenti visite in Europa (eccezion fatta per il G8 de l’Aquila) il neoeletto presidente degli Stati Uniti Barack Obama non ha mai pensato di far visita nel nostro paese? Probabilmente no, a maggior ragione se si considera il fatto che lo stesso Obama ha più volte affermato che l’Italia è il paese al mondo che ama di più, USA a parte.

La situazione cui l’informazione italiana vorrebbe essere portata sembra paragonabile, per alcuni aspetti, a quella di certe famiglie in cui un padre autoritario ritiene (magari in completa buona fede) di poter imporre il proprio pensiero all’intero nucleo familiare, considerandone i membri un semplice prolungamento di se stesso e non delle entità separate, autonome, con il proprio diritto ad esistere, ad esprimersi in modo originale, ad affermarsi differenziandosi. Certe famiglie nelle quali non circolano le idee, ci si sente ripetere sempre gli stessi teoremi, si offre una ed una sola valida interpretazione della realtà, quella del capofamiglia, e chi la contesta è considerato alla stregua di un traditore del legame di parentela. Ma in un mondo sempre più interconnesso, dove è in atto un’ibridazione culturale senza precedenti, nel quale l’immigrazione transnazionale è già una realtà consolidata ed il problema, da decenni, non è più se accettare o meno i flussi migratori ma semmai come fare a convivere con tali flussi di uomini, e quindi di idee, possiamo davvero immaginare che un sistema informativo asfittico possa reggere l’impatto di tali tendenze?

L’Italia cui si vorrebbe dar vita è un paese chiuso in se stesso, incapace di guardare oggettivamente ai cambiamenti nei quali è coinvolto e, sopratutto, di guardarsi dall’esterno, quindi privo di autoironia, timoroso del confronto con la differenza, sia essa incarnata dall’immigrato, dall’avversario politico, dal nomade, dalle donne, o semplicemente da chi ha il “coraggio” di esternare una sua originale e difforme interpretazione del mondo.

Ma che importanza può avere la libertà di stampa, e, più in generale, di espressione, in una democrazia? Ha quella fondamentale importanza in quanto strumento di costruzione identitaria capace di dare forma alle passioni; è inoltre uno dei mezzi attraverso i quali prende corpo la dialettica politica nonché uno dei canali tramite cui avviene l’incontro-scontro con l’alterità.

Così, ostacolandola o, peggio, impedendola, si vorrebbe non riconoscere all’altro il diritto di esistere, rendendolo un semplice oggetto, e realizzare ciò che andrebbe nominato per quello che è, ovvero una vera perversione. La perversione, illusoria, di reificare l’altro e perciò poterlo dominare.

Luca Ricci

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