Ti amerò nel XXI secolo


Passione (poca) e ragione (ancor meno) al cinema

Con un anno di ritardo è stato (poco) distribuito in Italia Ti amerò sempre, debutto registico di Philippe Claudel. Kristin Scott Thomas v’interpreta Juliette, che si strugge per amore del figlio. Il tutto senza patetismo o sensazionalismo: l’opera è scarna, sincera. In un supermercato delle passioni (in cui brilla addirittura il non eccelso Il club di Jane Austen – perlomeno per simpatia), un tale film non ha spazio, specie se l’unico episodio di sesso non è mostrato (e una delle due parti coinvolte non ne è neppure soddisfatta). Il cinema odierno è troppo plastificato per voler rischiare di dare spazio a un film sincero.
Tornando al 1981 si trova Possession, altro film il cui protagonista (Mark – Sam Neill) si danna per Amore: il motivo per cui quest’opera è stata obliata è simile – l’erotismo è molto presente ma è simbolico, profondo, allusivo anziché alluso. L’ostinato pudore di Juliette e l’urlo di Mark, la delicatezza di Claudel e la sfrenatezza di Andrzeij Zulawski sono emarginati dal cinema delle bugie capitaliste, dello shopping addirittura “amato” e delle sgallettate che fanno sex nella city.
E agli Oscar non c’è spazio per Gran Torino, in cui Walt Kowalski – Clint Eastwood si dona ai ragazzi perseguitati da una baby gang. Quello di Hollywood è un cinema più adatto ai figli del personaggio, che gli telefonano per avere i biglietti del football, o per sua nipote che gli chiede se quando schiatterà le lascerà automobile e divano.
A Hollywood si trovano le commediacce alla sex & the city: in La verità è che non gli piaci abbastanza un personaggio dice “Credevo fosse l’amore della mia vita, ma alla luce del sole aveva il culo troppo grosso”. Il film è un panorama di personaggi piccoli, anaffettivi arrapati che nella sequenza finale si ribadiscono il proprio “amore”. Se Laura Pausini afferma che chi giudica i sentimenti altrui è arrogante, questa mentalità (non circoscrivibile al solo film citato e non circoscrivibile ai soli film, non essendo il solo cinema hollywoodiano sessuocentrico ma la società occidentale tutta) giustifica il giudizio. L’Amore è nascosto, rimangono infime pulsioni al luogo comune.
Di ben altro livello è Furyo, film di Nagisa Oshima dell’83: in un campo per prigionieri nella Seconda Guerra Mondiale, il comandante giapponese Yonoi (Riuichi Sakamoto) s’invaghisce dell’ufficiale britannico Celliers (David Bowie): è solo passione, non amore, ma più alta, addirittura pura se confrontata con l’immondezzaio delle bugie hollywoodiane.

 

Tommaso de Brabant
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