NON SOLO PROFITTI: la responsabilità sociale d’impresa

Massimizzare i profitti: questo è, secondo l’economia neo-classica, il compito principale di un’impresa. Mentre negli Stati Uniti i tribunali hanno sostenuto per decenni questa impostazione come l’unica corretta, in Italia già nel 1947 si stabilivano due fondamentali principi. Quello in base al quale l’iniziativa economica privata, benché libera, non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, e quello secondo cui l’attività economica pubblica e privata può essere indirizzata e coordinata a fini sociali (entrambi enunciati nell’art. 41 della Costituzione).

Nel 1953 anche in America una storica sentenza (Smith vs Barlow) ha messo in chiaro che le imprese, in quanto componenti della comunità in cui operano, hanno il dovere di riconoscere ed adempiere anche a responsabilità di carattere sociale.
Da allora si è man mano diffusa una cultura della Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) che postula l’esistenza di obblighi fiduciari non soltanto nei confronti di azionisti e investitori, ma anche nei confronti di clienti, fornitori, lavoratori, concorrenti e in genere delle comunità locali, anche se, a dire il vero, la qualifica “locale” assume oggi contorni abbastanza sfumati.

Questa idea di RSI è alla base del “manifesto di Davos”, un codice morale di condotta aziendale redatto da 300 manager europei nel 1974. In esso è espresso chiaramente il concetto per cui il comportamento d’impresa non deve essere condizionato esclusivamente dagli interessi economici, ma deve essere guidato dalla giusta considerazione dei bisogni della collettività. Si attribuisce così implicitamente all’impresa anche il ruolo di soggetto politico, deputato a dar voce e poi risposta agli interessi più generali della comunità di riferimento.

In epoca più recente, il tema della RSI è stato illustrato nel Libro verde della Commissione Europea del 18 luglio 2001, intitolato Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese: un contributo delle imprese allo sviluppo sostenibile. In esso si parla di “integrazione su base volontaria dei problemi sociali e ambientali nella gestione delle attività d’impresa e nelle relazioni con le parti interessate”.
E’ evidente la necessità che tali iniziative si svolgano all’interno di un quadro normativo che deve essere unitario e coerente ma anche declinabile differentemente, ad esempio a seconda dei diversi contesti aziendali (grandi o piccole imprese, pubbliche amministrazioni).
Qualche azienda ha già iniziato a redigere documenti in cui viene precisata la propria policy in relazione a diversi temi. Dando risposta ad esigenze fortemente sentite, spesso i contenuti riguardano non soltanto la sicurezza, l’uguaglianza, l’organizzazione del lavoro, ma anche il rispetto delle regole contrattuali nei rapporti con i fornitori e quello delle regole di correttezza nei rapporti con i dipendenti e i fruitori/consumatori.

Flavia Marisi

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