Milano ai margini. Biondillo e le sue tangenziali

“Ma non vorrei, però, che apparissi come un turista dell’orrore.  Non sono alla ricerca del pittoresco, del “tanto peggio tanto meglio”, non sto morbosamente cercando il degrado, estetizzandolo. Io voglio vedere, voglio capire. Sono un topografo, un rilevatore del territorio. Il fascino che provo girando a passo d’uomo lì dove dovrei invece muovermi in macchina (per evitare di osservare, decrittare) è come quello di un ragazzino che scopre il trucco del prestigiatore. Ci muoviamo dietro le quinte della scena urbana, qui, nella sala macchine cittadina. Dalla platea lo spettacolo sembra esente da fatica, sudore, rumore, ma dietro al palo c’è l’opera 9788860884503ginfaticabile dei senza gloria che tirano i cavi, spostano scenografie, lavorano incessantemente affinché la rappresentazione fili liscia come l’olio. Cammino nel retrobottega di Milano, osservo la trama dei nodi da sotto il tappeto. Perché possa esistere la Milano dei turisti, degli artisti, delle banche, della moda, del centro, deve esistere questa Milano ai margini.”

Gianni Biondillo ; Michele Monina, Tangenziali, Guanda Editore, Milano, 2010 pagina 129.

Chi segue il percorso bibliografico di Gianni Biondillo, dopo Metropoli per Principianti (Guanda Editore, Milano, 2008), aspettava con impazienza un ritorno sul tema della città. E Tangenziali, da poco nelle librerie, è esattamente il tipo di pubblicazione che va a sfamare il nostro bisogno di veder messo in pratica quanto ci è stato insegnato sulla città nell’opera precedente. Ora che non siamo più principianti possiamo finalmente divorare una lettura che passi dalla spiegazione teorica dei motivi per cui le grandi città italiane siano, in particolare nelle loro periferie, un ricco campione di incongruenze architettoniche e miniere di stereotipi per i “ricercatori” del degrado, a un viaggio diretto in queste marginalità.

Biondillo sceglie di parlarci delle periferie di Milano visitandole direttamente, rigorosamente a piedi, lungo tutto il percorso delle tre tangenziali che la circondano. Dieci tappe insieme a Michele Monina (autore di “God less America”) che a sua volta scrive 10 resoconti di viaggio come Biondillo. Uno degli elementi di interesse del libro sta proprio nel confrontare il diverso modo di guardare alla realtà della stessa periferia che può avere uno scrittore milanese (orgogliosamente milanese) come Biondillo con l’immagine che ne ha uno scrittore che viene invece da fuori come Monina. E’ sorprendente come due persone possano guardare lo stesso paesaggio e trarne riflessioni e spunti così radicalmente diversi.

Biondillo non vuole dimostrare nulla, non vuole esporre una tesi radical chic sui famigerati “non luoghi”, non vuole arrivare a conclusioni amare sulla decomposizione sociale di queste periferie abbandonate a se stesse. Questo è solo un viaggio, un viaggio fatto per davvero a piedi tra strade deserte, parchi sotto la tangenziale, sulle orme nascoste lasciate ogni mattino all’alba da immigrati clandestini che la notte si nascondo chissà dove e che al mattino affluiscono in città nei cantieri dove lavorano al nero per costruire quei palazzi che renderanno ricca la città dell’Expo. E’ un viaggio in quartieri sorti dal nulla per mano dei palazzinari come Ligresti, in cui ci viene raccontata con passione la storia di questa città (perché Milano non è solo la cerchia dei Navigli, è anche San Donato, è anche il Quartiere degli Olmi, è anche San Maurizio al Lambro). Qui la gente ci vive, lontano dallo scintillio delle vie della moda, lontano dalla Milano degli avvocati e dei designer. Sono quartieri nati in molti casi per essere dei modelli di vivibilità (come San 20090211-biondillo Donato, voluto da Enrico Mattei) e poi abbandonati a se stessi. Come dimenticare, ora, le pagine di Metropoli per Principianti in cui ci veniva spiegato l’errore commesso dalla politica (non dagli architetti, come lo stesso Biondillo) di lasciare senza servizi, centri di incontro, scuole, asili, parchi, cinema interi paesi condannandoli a divenire sterminati dormitori? Lo studio e la scoperta di questi aspetti marginali della grande città è l’oggetto della “psicogeografia”, una disciplina di recenti origini anglosassoni costantemente citata dai due autori. Lasciamo volentieri a loro il compito di mediare tra noi e gli psicogeografi inglesi (Ballard su tutti), ci consegniamo volentieri all’esperienza di Biondillo e ci lasciamo prendere per mano in questo viaggio “per la tangente”. Come riportato nella citazione, Milano esiste anche perché esistono questi quartieri (che qualcuno cerca di nascondere sotto al tappeto, ma qui essi rimangono, e chi li vuole scoprire lo può fare in qualunque momento), conoscerne la storia e il loro sviluppo significa capire Milano. Una città da girare a piedi, guardando le sue case: nelle case si nasconde sempre la storia, si nascondono sempre le ferite, le suture, le rughe. Se vogliamo venire a capo di questa città malandata, è bene cominciare a conoscerla per davvero, uscendo dalla cerchia dei Navigli dentro la quale si sono barricate le istituzioni cittadine.

Angelo Turco

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