Del: 11 Dicembre 2010 Di: Redazione Commenti: 0

Essere accolti da Il Quarto Stato di Pellizza d a Volpedo e, pochi passi più avanti, trovarsi di fronte a mostri sacri come Braque, Kandinskij, Matisse, Modigliani e Picasso, tutti nel raggio di pochi metri quadrati, costituisce un’esperienza di un certo impatto, da cui l’occhio del visitatore rimarrà certo spiazzato. Infatti all’inestimabile valore delle opere si aggiunge la consapevolezza, giusto nell’incipit della visita, di trovarsi di fronte ad alcuni fra i nomi più eminenti dell’arte novecentesca, capaci quindi di evocare attese e suggestioni nell’immaginario collettivo. Una consumata consuetudine indurrebbe chiunque nella sua vita abbia almeno qualche volta passeggiato per i corridoi di un museo, a prefigurarsi le opere di tali autori imbandite come succulenta portata principale, oppure quale prelibato dessert al termine di un percorso. Invece qui si tratta soltanto di uno stuzzicante antipasto. Dopo tre anni di lavori, infatti, il 6 dicembre è stato inaugurato il nuovo museo dedicato al Novecento, all’interno della suggestiva cornice “anni Trenta” del Palazzo dell’Arengario. Grazie a questo progetto lo storico edificio conquista appieno, dopo più di settant’anni dalla sua costruzione, quella rilevanza che già naturalmente gli conferiscono l’imponente architettura e l’ubicazione nel cuore della città. L’apertura, te nuta a battesimo dal Sindaco Moratti, dall’Assessore alla cultura Finazzer Flory e dal critico d’arte Gillo Dorfles, è stata accolta con grande entusiasmo dalla cittadinanza. L’afflusso si aggira intorno alle 9.000 persone, in mezzo alle quali si sono mescolate celebrità e intellettuali: ad esempio Ornella Vanoni, Elio Fiorucci e Dario Fo. Presente anche Italo Rota, l’architetto milanese cui si deve il progetto di conversione dell’Arengario in Museo del Novecento, dove ora trova accoglienza un patrimonio di 400 opere d’arte, selezionate fra le oltre 4.000 delle collezioni civiche. Proprio tale depauperante esproprio ai danni di esposizioni "minori" aveva sollevato voci di disapprovazione, per ora messe a tacere dal successo d’esordio del museo. Fiore all’occhiello del design dell’edificio è la rampa elicoidale, simile a quella del Guggenheim di New York, la quale, scendendo come una radice, mette in comunicazione l’ingresso del Museo con la stazione Duomo della rete metropolitana, quasi a voler ancorare alla città i tre piani dell’esposizione.

Superato l’impatto iniziale dell’Avanguardia internazionale, dove Cubismo, Astrattismo e Fauvismo mostrano il nuovo linguaggio e le nuove forme che l’arte assume all’inizio del secolo passato, dinnanzi agli occhi si aprono le sale colonnate dedicate al Futurismo: celebrazione della modernità, del dinamismo, della città e della guerra. Si comincia con il dominante Boccioni, il cui nucleo di opere, testimonianza dell’evoluzione stilistica dell’autore, comprende la celebre scultura ­­Forme uniche della continuità nello spazio. Seguono Severini, che con la sua Chahuteuse inneggia alla danza come espressione del dinamismo futurista, e ancora Carrà, Soffici e Balla, con il suo emblematico Automobile+velocità+luce.  Completano il panorama alcuni scritti di F. T. Marinetti, sulla cui onda nel 1910 vide la luce il Manifesto dei pittori futuristi. In un coinvolgente incedere fra i decenni dell’arte secondo il ritmo del proprio passo e del proprio gusto, la rassegna evolve, soffermandosi sui paesaggi e sulle nature morte di Morandi, sui metafisici soggetti di De Chirico (su tutti Il figliol prodigo), sul cupo “ritorno all’ordine” di Sironi, sui colori pastello di Donghi e sulle suggestioni aeropittoriche di Dottori. Se poi fra le opere scultoree predomina la produzione di Martini, già autore dei bassorilievi che decorano la facciata dell’Arengario, si può ammirare anche l’astrattismo delle sculture di Melotti e di Fontana. Ai quadri dell’ultimo è dedicata una sala monografica in cima alla torre. Proseguendo con l’arte degli anni ‘50 e ‘60, si può godere della brutalità materica di Burri, nonché dello psichedelico dinamismo percettivo di Accardi, fino a giungere all’arte puramente concettuale del tanto geniale quanto discusso e dissacrante Manzoni. Concludono il tour gli stroboscopici fenomeni percettivi della Kinetic Art e l’essenzialità compositiva e materiale dell’Arte Povera di Fabro e Kounellis.

Insomma, se è vero che Milano è crocevia dei maggiori fermenti artistici e pittorici del XX secolo, una delle più grandi strutture europee consacrate alla cultura, qual è il Museo del Novecento, non può che abitare il cuore di questa città, il cui anelito di modernità, l’anima operosa e l’effervescenza sociale, con le inevitabili contraddizioni, trovano un riflesso proprio ne Il Quarto Stato. Proteso com’è su Piazza Duomo, fra Palazzo Reale, la Cattedrale e la galleria Vittorio Emanuele, il Museo entra a far parte del prezioso circuito culturale meneghino. Tutto questo a due passi da Festa del Perdono e con ingresso gratuito fino a Febbraio: non esistono scuse per non andarci, anche soltanto per ammirare la piazza dall’alto.

Stefano Vallieri

Fabio Paolo Marinoni Perelli

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta