Del: 15 Giugno 2011 Di: Alessandro Massone Commenti: 0

Dallo Statuto delle Nazioni Unite, Preambolo: “NOI, POPOLI DELLE NAZIONI UNITE, DECISI (…) ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune,” Capitolo I, art. 1.2: “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale;”

Lo scorso agosto, sessantacinque anni dopo, Edward Luck, Consulente speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato all’Assemblea Generale: “Non possiamo aspettare cattive notizie, se le opzioni sono limitate e di cattivo auspicio, e il costo in vite umane in aumento, per produrre una risposta effettiva. Come ricorderete, il Segretario Generale si è già espresso a favore di un ‘intervento rapido e flessibile, su misura per ogni singola circostanza.’ Dovremo intervenire e studiare ogni situazione tempestivamente.”

“Oggi, il cuore del mio messaggio è semplice: dobbiamo evitare approcci meccanicisti, semplicistici e basati su precedenti comportamenti, a favore di allerta tempestivi, organizzazioni e azioni rapide.”(1)

Cos’è successo?

È successo R2P. Responsibility to Protect è una pericolosa filosofia, una violenta norma, che autorizza l’uso della forza da parte di potenze “buone” in caso di “mancata buonezza” da parte di forze meno influenti.

Avvolta in lucida carta umanitaria, R2P è una proposta per un colonialismo del ventunesimo secolo. Sono svariate le organizzazioni che dentro e fuori l’ONU lavorano perché Responsibility to Protect diventi una norma accettata e praticata.(2)

In maniera molto conveniente vengono presentati numerosi case study che dimostrano come R2P avrebbe risparmiato vite, avrebbe risparmiato guerre. Probabilmente è anche vero. Ma qual è il prezzo? E, a prescindere, è giusto che un’organismo si arroghi il diritto di liberare un popolo straniero dal loro straniero tiranno? In Italia, sessant’anni fa, è caduto un tiranno. Indubbiamente con l’aiuto degli Stati Uniti, indubbiamente per mano degli italiani. È il vecchio adagio dell’autodeterminazione dei popoli, quello così importante da essere immediatamente ricordato nel Preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite.

L’ONU non è mai stato un organismo di pace semplice, e per l’articolo 43.1 tutti gli Stati membri sono tenuti a fornire le proprie forze armate all’agenda dell’organizzazione. Ma lo Statuto è datato, figlio di un periodo storico che aveva appena affrontato la più grande guerra di sempre. Per il 1945, che esistesse un’ente forte, internazionale e internazionalista, dedicato al conseguimento della “Pace universale” era un sogno. Una chimera.

Ma la guerra è la più efficace delle politiche estere, la pietra angolare dell’economia della più grande potenza mondiale. Quando una guerra non c’è, si trova qualcosa che si possa chiamare guerra. Conclusa la seconda Guerra mondiale fu il turno della Guerra fredda, uno scontro di pubbliche relazioni, minacce, marchette e missili durato decenni. Solo pochi anni di fiato, perché scoppiasse la Guerra al Terrore, un’intelligente brand per due invasioni, la prima motivata da interessi politici, la seconda da fini economici personali.

La Pace universale suona bene, ma il mondo non gira in tempo di pace. L’ONU si sta adattando. L’ONU, grazie al diritto di veto dei P5, non è un’organizzazione in grado di prendere decisioni rapide o sconsiderate. L’adozione della filosofia Responsibility to Protect e la lenta transizione da ente per la pace a ente militare internazionale non può cambiarne la natura rigorosa e non–interventista. Per ora.

Non è possibile prevedere quanto sarà profonda la trasformazione che attende le Nazioni Unite, così auspicata da Kofi Annan e lentamente in corso di realizzazione con Ban Ki–Moon.

Non è chiaro se questa trasformazione sia frutto di una più reale realpolitik o sia figlia di una seconda, segreta, agenda.

Non sembrano nefaste le intenzioni dei sostenitori della Responsabilità di Proteggere. Ma “protezione, democrazia, libertà” sono sempre state le parole preferite da tutti i conquistatori.

Alessandro Massone

 

si ringrazia per il supporto e la consulenza Danila Stella Bruno e Jose H. Fischel De Andrade

(1) fonte, in inglese: http://j.mp/eyfjcU

(2) L’INTERNATIONAL COALITION FOR THE RESPONSIBILITY TO PROTECT (ICRtoP) (http://j.mp/7Xynpd), La Stanley Foundation (http://j.mp/esm8k6) – con un motto *imperdibile* – e il Global Centre for the Responsibility to Protect (http://j.mp/hMpvoY) sono le più attive.

 

 

 

Alessandro Massone
Designer di giorno, blogger di notte, podcaster al crepuscolo.

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