Del: 26 Giugno 2011 Di: Redazione Commenti: 0

Reportage di viaggio

“Sono 30 dollari” mi dice il funzionario che ha appena posto il visto di entrata sul mio passaporto. Nel portafoglio ho solo dollari australiani, il doganiere li vuole americani e, alle sei di mattina, non c’è nessuna possibilità di cambio. Quando ormai non so più come risolvere la situazione una soldatessa mi mette in mano tre banconote da dieci “verdoni” l’una e si allontana senza darmi il tempo di darle l’equivalente in valuta estera. Sbigottito torno al gabbiotto dove il funzionario mi aspetta con il passaporto in mano. Dili, la capitale di Timor Est, ha un unico ostello in cui gli ospiti, cooperanti e improbabili viaggiatori, sono coccolati e serviti da Rita e Filomena, le due donne responsabili dell’ostello. Con gli altri ragazzi della guest house viene organizzata subito una gita al promontorio dove sorge la statua del Cristo Re, nel suo genere seconda solo al famosissimo Cristo di Rio de Janeiro, e alla barriera corallina. Il giorno dopo mi è offerta la possibilità di fare un giro in moto per l’isola con Bosh, un ragazzo di Dubay appassionato di campeggio, e Scott, cooperante australiano da due anni e mezzo sull’isola. Accetto di buon grado. Le strade di Timor sono senza dubbio le più difficili e le più lente da percorrere che mi sia mai capitato di incontrare. “Qui non devi ragionare in chilometri, bensì in ore o anche giorni di percorrenza” mi spiega Scott in risposta a una mia domanda sulla distanza tra Dili e Alieu, nostra prima fermata. Nonostante la non eccessiva distanza la durata del viaggio è largamente superiore alle mie aspettative e, data la stanchezza di tutti, ci limitiamo a prendere un tè per ripartire subito ed essere a Maubisse, nostra meta, prima del tramonto. Dopo altre quattro ore in cui le sospensioni sono messe a dura prova arriviamo al villaggio. Maubisse è costruito a 1300 metri di altezza sotto la cima di una montagna che ospita una posada portoghese, retaggio del periodo coloniale, circondata da splendide montagne. “Vedi? Timor ha una grande potenzialità turistica”, mi dice Scott indicando lo splendido panorama, “per ora l’economia si basa tutta sugli aiuti internazionali e questo sta permettendo a gran parte della popolazione di Dili di aumentare il proprio benessere, e sembra anche che stia incominciando una lieve immigrazione dalla parte indonesiana dell’isola, più povera. Ci sono possibilità di crescita”. “Se tu come italiano volessi aprire una pizzeria potresti fare affari” conclude sorridendo. Scendendo dalla posada veniamo salutati da una donna che sta facendo essiccare al sole il suo raccolto di caffè. La donna è colpita da Scott, che parla tetum, la lingua locale, e ci invita a entrare. Dentro casa, arredata solo da qualche sedia e due foto antiche, ci aspetta il marito Alvaro. Alvaro è il capo di una cooperativa agricola. “Qui siamo organizzati in cooperative – ci spiega – nuclei di tre o quattro famiglie mettono in comune il raccolto, caffè o riso, e poi lo si vende assieme”. Dalla stanza accanto esce una ragazza con un neonato in braccio “questa è mia figlia” afferma orgoglioso Alvaro. Dopo pochi secondi fa capolino un ragazzo che ci saluta freddamente. Scott prende per un braccio me e Bosh e ci invita a uscire, salutando la famiglia. Sorpreso chiedo spiegazioni. “hai visto la figlia? È molto più chiara di carnagione, mentre il ragazzo assomigliava ai genitori, lei è figlia in quanto moglie e lui non ha gradito vedere dei bianchi in casa con la sua donna!”. Scendiamo che ormai è buio, prendiamo una stanza nella guest house quasi sempre vuota e andiamo a cercare qualcosa da mangiare. In una capanna attrezzata a minidrogheria e self service si siede di fianco a noi Costantino Escollano, “specialista di politiche di sviluppo economico” originario di Dili. Ciò che mi aveva colpito appena arrivato a Dili era stata la constatazione degli stretti rapporti diplomatici e commerciali che la piccola repubblica ha con l’Indonesia, nonostante il recente passato turbolento e sanguinoso. Colgo l’occasione per chiedere delucidazioni. “Noi di Timor – mi spiega – vogliamo vivere in pace, non portiamo rancore verso il popolo indonesiano, molti di noi hanno parenti strettissimi indonesiani, vogliamo lasciarci le cose brutte alle spalle e guardare al futuro”. Chiaramente ci sono ragioni anche di tipo economico e commerciale, ma questa affermazione è, nel complesso, veritiera.Il giorno successivo partiamo di buon’ora verso la costa meridionale dell’isola ma, dopo pochi chilometri, Scott fora la ruota posteriore. Trasciniamo la moto in una miniofficina in mezzo alla foresta – ancora non mi spiego la fortuna che abbiamo avuto – ma con quella riparazione possiamo solo sperare di rientrare a Dili. Ci prendiamo mezza giornata per ammirare e fotografare la splendida foresta pluviale e poi rientriamo in città. All’ostello mi attende un’altra conferma delle parole di Costantino: è il 17 agosto, il 65esimo anniversario dell’indipendenza dell’Indonesia e Rita, di solito sempre attenta agli ospiti e alle loro richieste, questa volta ha occhi solo per i festeggiamenti trasmessi in televisione. Canta a memoria tutte le canzoni celebrative in bahasa indonesia, la lingua ufficiale indonesiana, e solo durante uno stacco pubblicitario riesco a chiedergli una Bintang, la birra importata, manco a dirlo, da Jakarta.

Storia dell’isola

L’isola di Timor fu occupata e spartita tra olandesi e portoghesi nella seconda metà dell’800. Timor Est attuale corrisponde ai possedimenti coloniali portoghesi. Nel 1975, in seguito alla Rivoluzione dei Garofani, Timor Est dichiarò la propria indipendenza, ma fu subito occupata dalle forze armate indonesiane che, con gli squadroni della morte, fecero migliaia di vittime nei decenni successivi. Essi si avvantaggiarono della complicità degli Stati Uniti, preoccupati dalla possibile nascita di uno stato socialista nell’area, e dell’Australia, preoccupata da una eventuale invasione dell’Indonesia. Nel 1999 un referendum sancì la netta vittoria degli indipendentisti, guidati da Xanana Gusmao, ma ciò non fece che portare ad una nuova ondata di violenze, perpetuate dalle forze filo – indonesiane ai danni della popolazione, fermata solo da un intervento internazionale guidato dall’ONU. Si calcola che nei giorni immediatamente successivi allo scrutinio ci furono 1400 morti, la maggior parte dei quali vittime del massacro del cimitero di Santa Cruz. Nel 2002 venne costituito lo stato sovrano, ma la strada per la pace e per la costruzione delle istituzioni statali è lunga e difficile e in questi ultimi anni ci sono state tensioni e rischi di guerra civile, in particolare nel 2006, con una rivolta delle forze armate scongiurata dall’intervento di Gusmao, padre della patria, e nel 2008, con il ferimento da colpo d’arma da fuoco del presidente Josè Ramos Horta mentre faceva jogging nei dintorni della sua residenza e con l’attentato fallito allo stesso Gusmao.

La leggenda del coccodrillo

Un tempo un piccolo coccodrillo viveva in una pozza d’acqua in una terra lontana. Lui sognava di diventare un grande coccodrillo, ma il cibo scarseggiava e così, dopo poco, si ammalò e crebbe triste. Un giorno, per realizzare il suo sogno, lasciò l’acqua e si avventurò nell’entroterra in cerca di cibo. Il sole, però, si fece caldissimo e il coccodrillo, disidratato, si accasciò aspettando di morire. Lo trovò un bambino, lo raccolse e lo riportò al mare. “Piccolo – disse il coccodrillo – tu mi hai salvato, se mai avrai bisogno di me, chiamami e sarò da te”. Gli anni passarono e il coccodrillo riuscì a crescere e diventare un grande esemplare, quando un giorno sentì la chiamata. “Fratello coccodrillo – gli disse il ragazzo – anch’io ho un sogno, voglio vedere il mondo, portami via, vai dove sorge il sole!”. Il ragazzo salì sulla schiena del rettile e assieme partirono verso est. Viaggiarono per gli oceani per anni, finché un giorno il coccodrillo disse: “fratello, abbiamo viaggiato tanto assieme, ma ora è arrivato per me il momento di morire. Per ringraziarti della tua gentilezza diventerò una bellissima isola dove tu e i tuoi figli potrete vivere finché il sole sorgerà dall’oceano”. Appena morì il suo corpo crebbe, la sua schiena striata divenne le montagne e le sue squame le colline di Timor Est. Ancora oggi quando il popolo di Timor nuota nell’oceano, entra dicendo: “non mangiarmi coccodrillo, sono tuo parente!”.

Alessandro Mazza

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