Del: 3 Ottobre 2011 Di: Redazione Commenti: 0

Prima degli appelli della Lega, prima dei corsi gratuiti organizzati dal comune, prima ancora che diventasse di moda la salvaguardia del patrimonio linguistico tradizionale, un’intera generazione di poeti ha composto canti, poesie e raccolte in dialetto milanese.
Franco Loi viene considerato l’ultimo depositario di questa eredità, nome più recente in un lungo elenco che comprende, tra gli altri, Giuseppe Parini e Alessandro Manzoni.
Nato a Genova nel 1930, a sette anni si trasferisce a Milano. Figlio di un ferroviere, dopo il diploma in ragioneria e qualche anno alla Bocconi entra nel mondo della cultura milanese con un impiego all’ufficio stampa della Mondadori. Qui incontra Vittorio Sereni, il primo a credere nel suo potenziale e spingere per la pubblicazione del suo primo volume di poesie, I cart.
Sin da subito Loi scrive in dialetto: “All’inizio scrissi qualcosa in italiano, ma poi stracciai tutto. Quando usai per la prima volta il dialetto milanese, capii esattamente cosa significa fare poesia. O meglio: scoprendo una lingua, ho scoperto la Poesia”.
Quello che usa non è il milanese tradizionale in senso stretto. È il linguaggio della gente, il parlato di chi, come lui, a Milano non ci è nato ma si è appropriato del dialetto locale imbastardendolo con parole inventate, regionalismi ed espressioni gergali.
Ci accoglie nel suo appartamento milanese, una casa che potrebbe diventare la succursale della Sormani. Migliaia di libri sono ordinati sugli scaffali o impilati verticalmente sul pavimento. Nella chiacchierata che è seguita non ha smesso di parlarci dei suoi preferiti, prenderli dai vari mucchi per mostrarceli, di citare i suoi passaggi preferiti sottolineati con cura a penna. Franco Loi passa con disinvoltura da Dante a Leopardi, da Gurdjieff alla filosofia orientale, e nel mezzo ci parla di cultura e di storia, della Milano di oggi e di quella che non c’è più.
Lei è considerato l’ultimo poeta vernacolare milanese vivente…
(mi interrompe senza aspettare la fine della domanda)
“Perché dice vernacolare? Il vernacolo è un modo sprezzante usato dalle scuole per dispregiare chi usa il dialetto. Viene dai tempi del fascismo, quando gli insegnanti toglievano dei voti se il bambino impiegava parole di origine popolare. Nello Zibaldone Leopardi dice che un poeta dovrebbe ascoltare il popolo quando parla, perché esso è vicino alla natura e privo di logica. Lui non era molto vicino al popolo, ma questo l’aveva capito.
Se vogliamo scoprire come vivevano nelle epoche passate dobbiamo guardare quello che scrivevano i poeti dialettali. Leopardi era un grande lirico ma non sapeva niente della condizione della gente. Nessuno dei poeti cosiddetti “in italiano” ha mai parlato di loro. Non Montale, non Ungaretti… nessuno. Dante sì, infatti scriveva in dialetto.
Le lingue parlate dalla gente sono il serbatoio di ricchezza della lingua nazionale, che senza più dialetti risulterebbe terribilmente decaduta, senza più forza. Pensi al francese. L’italiano era salvo, ma adesso che il dialetto non concorre più alla formazione della lingua, anch’esso sta sparendo. Pasolini, Fenoglio, Pavese… tutti i grandi narratori fino ai primi del Novecento hanno attinto a piene mani dal popolare. Bisogna continuare così, sennò la narrativa muore”.
Oggi si sta cercando di recuperare il sostrato della lingua italiana tra le nuove generazioni. Il comune organizza dei corsi gratuiti, e si parla anche di lezioni a scuola con tanto di voto. Cosa ne pensa di queste iniziative?
“La lingua è un modo per socializzare. I meridionali nei primi anni ’50 venivano a Milano e cercavano di esprimersi come al Nord. Dai ricchi ai poveri, tutti parlavano o cercavano di parlare milanese. Anche se c’era una lingua ufficiale, la stragrande maggioranza degli italiani si esprimeva con parlato locale.
La Lega sbaglia a cercare di imporre il dialetto con dei provvedimenti perché non è attraverso le leggi che si può cambiare il costume: semmai il contrario. In Irlanda c’è una legge del genere, insegnano l’irlandese persino in università: tutti lo sanno ma nessuno lo parla. È la vita sociale che determina la lingua e se lì tutti sono portati a parlare l’inglese, anche se c’è la legge l’irlandese è quasi sparito lo stesso”.
La prima volta che ci siamo incontrati aveva raccontato di portare sempre con sè un taccuino per annotare pensieri e voci che coglie nella strada. Come nasce da questo l’ispirazione per le sue poesie?
“Ispirazione? Dante non parla tanto di ispirazione. Dice I’ mi son un che, quando Amor mi spira, cioè “io sono uno che quando l’amor gli alita”. Non dice “m’ispira” ma “mi spira”. L’ispirazione è qualcosa di classico, di ottocentesco. Dante dice “mi alita”. È l’amore per le cose, per la vita. È Dio. Allora, quando amor mi spira, noto. Trascrivo e prendo nota. Tutto può indurti a scrivere, se sei in uno stato che muove l’amore. Qualunque esso sia: la natura, l’amore per una donna, l’amicizia, la morte… tutto può essere un movimento per indurti a scrivere”.
Lei è stato a lungo militante nel PCI. Cosa ne è stato del suo interesse per la politica?
“I miei genitori erano di sinistra e io sono cresciuto in un ambiente antifascista e socialcomunista. Ho cominciato a interessarmi attivamente alla politica intorno agli 11 / 12 anni. Tra il ’54 e il ’68 ho partecipato al movimento studentesco, ma la situazione non era molto migliore rispetto a quando c’era la guerra. Anzi, succedeva di peggio perché ci conoscevamo tutti. Io ero presidente di un gruppo che avevo contribuito a fondare, il Centro di Informazione Politica. Un giorno hanno indetto una riunione e io che ero il presidente non sono stato invitato: gli stessi che avevo fatto mio vice e segretario stavano tramando alle mie spalle. Così nel ’69 ho dato le dimissioni. Da allora ho capito che non ero adatto a questo ambiente, perché fare la politica consiste anche nel tradire il tuo amico più caro”.
Come ha fatto a rinunciare? Ha trovato un altro modo per cambiare le cose?
“Ho incanalato la mia voglia di migliorare il mondo capendo che finchè la gente non prende coscienza di sé, la politica sarà sempre così. Ha ragione il Cristo quando dice che l’unica opera che si può fare è far crescere la coscienza della gente. Bisogna essere aperti, non limitarsi a guardare la televisione ma leggere, informarsi, perché sennò si resterà sempre fregati da chi ha un minimo di cultura più di noi”.
Vedo che sta leggendo l’antologia postuma di Alda Merini. La conosceva bene?
“Alda era un personaggio, per me era una cara donna. Era andata fuori di testa, ha patito molto, ma era una donna di qualità. Ha scritto delle belle poesie, non tutte, ma ce n’erano. La prima volta che l’ho conosciuta è stato a Melegnano, siamo andati in un bar con alcuni amici comuni, dopo una lettura di poesie. Lei scriveva spesso di getto e mi ha dedicato una poesia, così, dal nulla. Niente di eccezionale: era veramente brutta”.
La sua casa è una vera biblioteca. Questi libri li ha letti tutti?
“Quasi. Un tempo leggevo molto, ma adesso non più come una volta”.
Gli chiedo quali di questi si porta nel cuore. Lui prima non sa rispondere, poi cerca in una pila “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” di Gurdjieff, e ci congeda con l’ultima citazione: “Il mondo è più straordinario di quello che pensiamo”.

Elisa Costa

foto di Francesca Di Vaio

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