The Pale King, di David Foster Wallace

Metarecensione dell’opera ultima e incompiuta del fu più grande autore letterario contemporaneo, uscita da poche settimane anche in Italia.
PREMESSA In cui l’autore (della recensione) si sputtana in quanto fan sfegatato dell’autore (dell’opera recensita), ma che è utile per chi conosce poco l’autore (dell’opera recensita).
David Foster Wallace è il maestro di una generazione. Il suo capolavoro, Infinte Jest, ha radicalmente ridefinito la scena letteraria americana contemporanea. Una scena che vanta stelle brillanti come Don DeLillo e Pynchon. Una scena che non era facile da ridefinire. Una scena in cui anche molti autori “da botteghino” scrivono con competenza e arte rare (pensiamo a Paul Auster). David Foster Wallace riusciva a combinare pagine genuinamente divertenti, con il suo wit troppo acuto per il suo stesso bene a pagine complesse, grandi, filosofiche. È così evidente in Infinite Jest ma anche nelle sue opere “minori,” e in tutta la sua produzione saggistica.The Pale King non è il piú grande capolavoro di Wallace, come vi diranno i giornali. Non è neanche il suo secondo lavoro piú brillante. Ma è un grande lavoro, una lettura indispensabile per tutte le persone troppo sveglie per il loro bene che si sono perse nella mente di Wallace.
PRIMA PARTE, ovvero perché non dovreste leggere questo libro (se non l’avete ancora letto)
Dopo il suo suicidio tre anni fa, Wallace è diventato una specie di nuovo idolo nell’immaginario pop collettivo. L’autore maledettissimo con i capelli lunghi e la barba incolta, autore incompreso di opere immense che vengono sì riconosciute dalla critica ma da una critica un po’ titubante, perché il ragazzo scrive cose davvero strane. La verità è che David tutto era tranne che un autore maledetto — almeno non per il quotidiano significato maledettista che la stringa “autore maledetto” ha assunto. Era sposato con una giovane, brillante artista che amava e da cui era amato. Teneva un corso di scrittura creativa e i suoi studenti lo adoravano. Scriveva a casa, in garage. Quando, dopo Infinite Jest, aveva capito che The Pale King sarebbe stata un’opera lunga da completare, aveva iniziato a pubblicare raccolte di racconti e saggi e racconti su varie riviste e magazine. Addirittura, alcune parti di The Pale King uscirono in rivista, quasi tacita ammissione dell’impossibilità di completarne la stesura. Quello che i maledettisti vedono di maledetto in Wallace è la costante depressione, la depressione che lo divorava e lo lasciava rotto anche vivendo una vita circondato da persone che lo amavano o lo adoravano. La depressione che, dal giorno in cui aveva smesso di prendere gli psicofarmaci prescrittigli che gli impedivano di scrivere, lo aveva soggiogato. Il suicidio era un tema che David aveva già affrontato proprio in Infinite Jest, perché il management di Dio sulla Terra è troppo lassez–faire. Tutto questo per dire: David Foster Wallace è un autore di bravura fuori–scala, grande come pochi in una generazione, ma un autore che scriveva soprattutto per se stesso – o meglio, per le persone come lui. Se non lo conoscete non dovete nemmeno perdere il vostro tempo. Tra le tante, The Pale King è senza dubbio l’opera piú Wallace–iana mai scritta da Wallace, e se anche decideste che è tempo di immergervi nella produzione di David, non è questo l’inizio giusto. (L’inizio giusto è: Brevi interviste con uomini schifosi)
SECONDA PARTE, ovvero perché non potete non leggere questo libro (o, dopo 4000 battute, la recensione del romanzo, ed è stupidamente breve)
Dunque. The Pale King è un romanzo, o meglio una raccolta di frammenti perfetti di un romanzo, in cui Wallace affronta il tema della noia. In un Ufficio–mondo, un gruppo di contabili ed esattori delle tasse si confronta sulla piú infernale sfida della vita. Riempire il nulla, combattere la noia, sopprimere la solitudine. Tra i personaggi, ad un certo punto emerge un David Wallace, che ha bisogno di sistemare dei documenti che lo vedono confuso con un certo David F. Wallace. Così il romanzo si pone subito come scatola cinese di racconti e raccontini, di persone piccole piccole e annoiate: la struttura di una stesura definitiva sarebbe stata probabilmente molto simile a quella di Infine Jest. Per questo è naturale consigliare The Pale King ad un lettore di Wallace, ed è facile sconsigliarlo ad un nuovo arrivato. Come può dirvi chiunque abbia provato a leggere Infinite Jest senza capire DFW (non è un merito o un titolo di vanto, è una predisposizione), affrontare l’opera può essere un’esperienza molto faticosa. The Pale King è un Infinite Jest in fieri, ancora piú frammentato. È un romanzo–stato d’animo, non un romanzo–storia. Ed è incredibile.

Alessandro Massone

Alessandro Massone
Designer di giorno, blogger di notte, podcaster al crepuscolo.

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