La Playa D.C.

Il 12 Settembre al teatro Strehler si è aperto il concorso dei lungometraggi del Milano Film Festival 2012.

Sono rimasti in gara dodici film (tra gli oltre novecento presentati), selezionati dalla giuria  composta da l’artista Mimi Chakarova, il critico Andrea Fornasiero e i registi Gustav Hofer e Adrian Sitaru.

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Il film di apertura di quest’anno è stato La Playa D.C del regista emergente Juan Andrés Arango.

La Playa D.C., ambientato nelle strade malfamate di Bogotà, racconta la difficile vita di Tomàs, un ragazzo nero originario della costa del Pacifico che, destreggiandosi fra malavita e droga , cerca di fare l’impossibile per rimanere legato ai suoi fratelli. E nel mentre riesce ad imparare il mestiere (e l’arte) di tagliare i capelli

All’aperitivo di apertura del Festival abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Juan Andrés Arango.

Com’è nata l’idea di questo film?

Questo è il mio primo lungometraggio. In precedenza ho girato diversi documentari, ma principalmente mi occupo di fotografia e stando dietro l’obiettivo ho cominciato ad interessarmi alle storie delle persone ed è così che ho iniziato a scrivere la trama di la Playa.

Dove ha studiato?

Ho studiato cinema presso la Universidad Nacional de Colombia e mi sono specializzato in fotografia all’ESCAC di Barcellona.

Ha vinto dei premi per il sui lavori?

Si, il mio cortometraggio Comment apprendre à dire bonjour en 10 étapes ha vinto il Premio del Pubblico al Festival di Losanna.

Perché è importante che gli europei vedano La playa D.C.?

Sicuramente è importante per quanto riguarda l’immigrazione e le dinamiche ad essa legate, ma in realtà questo film è pensato per il pubblico colombiano. La Colombia si presenta come un paese di razza bianca, ma in pratica il 20% della popolazione è nera. Il resto dei suoi abitanti cerca di ignorare ed emarginare questa minoranza, con il mio film voglio smuovere gli animi.

Infatti nel film si vede una sola ragazza bianca…

In realtà, i giovani sono attratti e incuriositi da questa cultura sensuale, forte e musicale. Questo modo di vivere si sta diffondendo nelle nuove generazioni, amalgamandosi con la tradizione già esistente

Perchè nel film è così sottolineato che Tomàs riesce a diventare parrucchiere?

Ho voluto mostrare le tre vie che questi ragazzi emarginati possono intraprendere. Il fratello maggiore se ne va, il fratello minore si perde a causa della droga. Tomàs simboleggia la speranza, questi giovani hanno una grande forza e voglia di emergere.

I tribali che Tomàs disegna nelle sue acconciature hanno un significato?

Si, all’epoca della schiavitù le donne disegnavano delle mappe facendo delle trecce nelle acconciature dei figli. Queste mappe servivano agli uomini per uscire dalle miniere oppure indicavano le vie di fuga dai campi in caso di bisogno. Oggi questa tradizione si è evoluta in un arte, questi giovani rasando i capelli disegnano dei tribali, la cosa interessante è che anche i giovani bianchi si fanno fare queste acconciature.

Nella presentazione del film ha detto di aver lavorato con attori non professionisti. Perché questa scelta?

Trovo che il loro modo di recitare sia più spontaneo e naturale. Gli attori professionisti sono troppo freddi. In ogni caso ho scelto persone la cui storia fosse affine a quella dei personaggi, in modo tale che potessero immedesimarsi nel ruolo. Inoltre ho dato largo spazio all’improvvisazione. Trovare le persone adatte è stato difficile, per il ruolo del protagonista principale ho fatto circa 350 provini.

Quanto tempo sono durate le riprese? Avete avuto difficoltà a girare questo film?

L’intera gestazione del progetto è durata circa cinque anni.  Abbiamo girato in quartieri ritenuti fra i più pericolosi di Bogotà, ma non abbiamo avuto particolari difficoltà. I provini sono durati così tanto che le persone ci conoscevano, sapevano cosa stavamo facendo. Vorrei sottolineare che comunque la stessa città è un personaggio del mio film, ho cercato di rappresentarla com’è in realtà e mi sono fatto aiutare per gli scenari da ragazzi del posto.

Come mai ha deciso come titolo del film La playa D.C. dato che uno dei personaggi è Bogotà?

La Playa D.C non è solo un quartiere della città. La Playaè anche una metafora, simboleggia la nostalgia che questi ragazzi immigrati sentono per il posto in cui sono nati, la regione che hanno lasciato.

Elena Sangalli, Stephanie Salazar

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