Festival di Internazionale a Ferrara 5-7 ottobre
La parola ad Alberto Notarbartolo

Com’è nata l’idea del Festival di Internazionale?

Non viene da noi: in Italia c’è stato un momento, più o meno metà anni 2000, dove improvvisamente tutti facevano festival. Un giorno venne il sindaco di Ferrara che era un lettore e disse al direttore: “perché non fate un festival da noi?”

Come vengono organizzati gli eventi? Com’è andata la prima volta?

Il fatto che gli eventi a Ferrara siano tutti gratis e che noi non siamo un giornale appoggiato da un gruppo editoriale, vuol dire che i soldi per organizzare una cosa del genere non è ovvio trovarli, se non difficilissimo. La divisione dei costi tra noi e il comune, ad esempio, è molto complicata.
Per quanto riguarda il primo festival, io venivo da anni come esperienza della casa editrice di Internazionale, Fusi orari, che al momento è ferma. Avevo fatto incontri con gli autori, che erano spesso le persone che scrivevano su Internazionale. Amira Haas è stata una delle nostre prime autrici di libri ed era il primo incontro del Festival numero uno di Ferrara. Io avevo fatto un lavoro con lei dicendo: “La cosa è questa: il tetto sopra il quale è un successone è cinquanta persone, sei: peccato, trenta: è quello che dobbiamo aspettarci. Quel giorno arriviamo alle 4 e c’era il serpentone di gente fuori. Ci siamo sorpresi, ma tutto il festival è sempre stato tutto esaurito. Questo ha portato all’espansione del numero degli eventi, dello sforzo organizzativo e dei costi.

Perché tutto questo successo, secondo te?
Secondo me alla base ci sta il numero di lettori giovani: chi è venuto e viene qui, lo ha fatto perché cerca qualcuno che è uguale a lui, partendo dal fatto che legge lo stesso giornale. E poi le solite motivazioni per cui si va ad un festival: perché è divertente, perché starsene fuori una settimana è bello, perché rimorchi..

Come andrà quest’anno?

Non abbiamo idea di come andrà, non abbiamo mai idea di niente perché, appunto, sempre lì: non è il nostro mestiere.

Chi si occupa dell’organizzazione?

Internazionale è un giornale che tende a non demandare a strutture terze le decisioni e le parti nodali dei lavori che fa, e questo è un difetto da tanti punti di vista. Noi siamo nati come una start up, e questo è un portato, perciò non c’è niente che Internazionale faccia e che il direttore non abbia visto e che se non lo convince dice: “ma perché invece? No, aspetta un attimo, ne parlo con un’altra persona..”  Noi non abbiamo una ditta che ci organizza il Festival, a cui diciamo “grazie” e forse “queste sono le persone che vorrei..” anche se è così che si organizza questo tipo di festival. Noi siamo in grado di gestirci le lamentele, se ci sono, con le spalle più larghe perché sappiamo perché abbiamo fatto così e non così, non dicendo semplicemente “sì, quello che se ne occupa è un cretino e l’anno prossimo non lo farà più”. Ovviamente questo vuol dire un carico di lavoro grosso, ma che ci smezziamo insieme ai ragazzi dell’Arci di Ferrara, che sono delle persone stupende, con le quali è bellissimo lavorare e che sono fondamentali per il Festival.

Maria Catena Mancuso

 

 

Maria C. Mancuso
Scrive di agricoltura, ambiente e cibo. Mal sopporta chi usa gli anglicismi per darsi un tono.

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