E’ il pontificato a dimettersi

La mattina dell’11 febbraio la maggior parte di noi è rimasta attonita dall’incredibile notizia che proveniva dal Vaticano: il papa si dimette. Qualcosa che non accadeva da quasi seicento anni, e che molti hanno scambiato per uno scherzo: ma il papa può davvero abbandonare la guida della Chiesa cattolica, gli è permesso? E dopo, che succederà?

Mentre alla prima domanda si può rispondere facilmente, la seconda pone questioni che nemmeno gli osservatori più esperti sanno risolvere con certezza. Il papa può rinunciare al pontificato, come attesta il Codice di diritto canonico: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.” (Can. 332 – §2) Benedetto XVI ha scelto di annunciare la propria decisione di fronte al Collegio cardinalizio riunito in concistoro, pubblicamente e in latino, la lingua ufficiale e universale della Chiesa di Roma. Le forme dunque sono preservate, ma cionondimeno enorme è stata la sorpresa con cui il mondo cattolico – e forse parte della stessa Curia romana – ha accolto la notizia delle dimissioni papali.

I precedenti ci sono, ma di oltre 260 pontefici da San Pietro ad oggi nemmeno una decina ha rinunciato ad esercitare il compito cui lo Spirito Santo li ha chiamati, e l’ultimo caso risale addirittura al 1415. Ciò che caratterizza il gesto di papa Ratzinger, e lo distingue rispetto a quello dei suoi più o meno celebri predecessori (Celestino V, il papa del “gran rifiuto” dantesco, è forse il più celebre), è però l’assenza di pressioni politiche, minacce o scandali di sorta. Chi ipotizzasse che la decisione del papa possa essere dovuta agli scandali che hanno recentemente interessato la Chiesa, dalla questione dei preti pedofili al caso Vatileaks, dimostrerebbe ben poca familiarità con il pensiero e il modus operandi delle gerarchie ecclesiastiche: è sufficiente guardare agli ultimi decenni di storia della Chiesa per comprendere quanto poco conti questa sorta di fattori nel persuadere un pontefice a rinunciare al soglio pontificio.

No, esclusi eserciti di lanzichenecchi alle porte di Roma, non sono nemmeno gli scandali mediatici ad aver indotto Benedetto XVI (che pure si è speso per far luce sui delitti degli uomini di chiesa assai più del suo predecessore Giovanni Paolo II) alle dimissioni: siamo di fronte – e qui davvero compare l’elemento di novità – a una decisione di portata storica perché maturata ed adottata liberamente. D’altronde è comprensibile che un uomo di 86 anni, sia pure vicario di Cristo in terra, avverta il peso dell’età, e non si senta di gravare la barca della Chiesa del peso di un amministratore ormai non più nel pieno delle proprie forze, tanto fisiche quanto spirituali. “Sono giunto alla consapevolezza che le mie forze, a causa dell’età avanzata, non sono più sufficienti all’adempimento adeguato del ministero petrino”: con queste parole la Chiesa e il mondo hanno appreso la decisione papale di abbandonare la cattedra di San Pietro per ritirarsi a una vita di meditazione e di preghiera.

Non è stato un caso che nel 2009 papa Ratzinger, in visita all’Abruzzo terremotato abbia lodato il coraggio di Celestino V, il piissimo monaco che, non sentendosi di reggere il peso della guida della Chiesa, rinunciò al pontificato e si ritirò in montagna per condurre una vita di eremitaggio. In quell’occasione Benedetto XVI depose il pallio (la striscia di lana che il papa porta sulle spalle e che simboleggia il Buon Pastore) sul sepolcro del proprio illustre predecessore. Certo, buona parte dei cattolici (quantomeno quelli nati dagli anni Settanta in poi) aveva imparato a convivere con l’immagine di un papa malato e sofferente, con la lenta agonia di quel Karol Wojtyła che aveva fatto della propria sofferenza una straordinaria testimonianza del Dio che si fa uomo,soffre e muore per la sua redenzione. Un papa troppo spesso dimenticato come Paolo VI, che tanta parte ha avuto nella definizione della fisionomia della Chiesa moderna, ebbe a dire: “dalla Croce non si scende”, eppure anche lui aveva pensato alle dimissioni.

Questi casi, insieme ai molti altri esempi di pontefici che, pur avendo pensato all’abbandono del papato, non si sono mai risolti a questo passo, rendono ancora più dirompente la portata storica di rottura che la decisione di Benedetto XVI viene ad assumere. In una chiesa che ricava parte della propria identità e fonda l’autorità del proprio messaggio sulla forza della tradizione, e ad opera di un pontefice all’unanimità(e forse più a torto che a ragione) considerato fortemente conservatore, si crea un precedente storico che apre per il futuro la possibilità di nuove rinunce, laicizzando ulteriormente l’istituto pontificio e avvicinandolo a cariche laiche e “mondane”.

Abbiamo visto dimettersi un Presidente degli Stati Uniti (Nixon), un Presidente della Repubblica (Giovanni Leone), i nostri nonni hanno assistito all’abdicazione di un re d’Inghilterra (Edoardo VIII). Nel 2011 persino Silvio si dimise da Presidente del Consiglio, e in piazza del Quirinale suonavano l’Alleluja. Il papa mai, sino ad ora. Con questo gesto, Ratzinger potrebbe de facto assimilare, nell’opinione comune, le dimissioni di un pontefice a quelle di un qualunque altro leader politico. Molti ritengono, forse un po’ cinicamente ma probabilmente non a torto, che queste dimissioni rimarranno la maggiore eredità di Benedetto XVI al popolo cattolico e alla sua Chiesa. Resta da vedere quanti, all’interno della Chiesa stessa, saranno disposti a lottare perché il modello di Ratzinger venga insabbiato e minimizzato, ad esempio istituendo per il nuovo eletto l’impegno a non dimettersi se non per pressioni esterne.

Ciò che colpisce di più, in una decisione straordinariamente umile e coraggiosa a un tempo, è il compimento della rivoluzione copernicana iniziata con il Concilio Vaticano II e ultimata da papa Ratzinger: il divino, nelle parole del pontefice, è totalmente assente come ispiratore del gesto del papa, ma vi compare piuttosto come interlocutore, sia pure in posizione di autorità. Benedetto XVI, che molti hanno criticato, forse con miopia, per il colore delle scarpe e la foggia dei copricapi, si è fatto uomo che parla con Dio piuttosto che per Dio. Forse oggi acquista pieno senso l’antico rito che per secoli ha accompagnato i pontefici durante l’incoronazione nella basilica di San Pietro: il maestro delle cerimonie, reggendo un batuffolo di stoppa incendiata, per tre volte ammoniva il neoeletto: – “Beatissimo Padre, così passa la gloria del mondo”. Sic transit gloria mundi.

Giovanni Masini

 

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