Non è una colomba ma un gabbiano

Non una colomba ma un gabbiano: questo l’uccello che nel pomeriggio si posava sul comignolo della Sistina, che di lì a poco avrebbe iniziato ad emettere il fumo bianco a segnalare l’avvenuta elezione del nuovo papa.

Un gabbiano grigio sporco come la fumata che, virando dal nero al bianco, annunciava dopo una breve incertezza che la Chiesa ha di nuovo un pastore. Poi un’ora, lunghissima, prima che il cardinale protodiacono Tauran annunciasse con la voce resa tremula dal Parkinson: – “Habemus papam!” – in latino, semplicemente, senza fronzoli – “…eminentissimum ac reverendissimum dominum…dominum Georgium Marium” – e chi diavolo è? – “Sanctae Romanae Ecclesiae cardinalem Bergoglio”.
Incredulità, silenzio, stupore: Bergoglio? Ma come, non era fuori dai giochi? Tutt’al più qualcuno parlava di Sandri, tra gli argentini. Ma Bergoglio! “Qui sibi nomen imposuit… Franciscum!” L’emozione è indescrivibile. Papa Francesco può significare mille cose, per noi ora significa la volontà di ripartire da zero, di ricostruire la Chiesa dalle pietre angolari, come Francesco d’Assisi fece con la chiesa di San Damiano. Francesco è umiltà, Francesco è carità. Francesco significava, per Dante, ‘un Nuovo Oriente’: “non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Orïente, se proprio dir vuole”, recita Tommaso d’Aquino nell’XI canto del Paradiso, facendo il panegirico del poverello d’Assisi.

Pochi istanti ancora e, preceduto dalla croce astile, compare al balcone papa Francesco: vestito di bianco, senza mozzetta e senza stola, semplice nel candore argenteo che risplende alle luci della notte romana. Si avvicina al balcone un po’ impacciato, attende alcuni secondi che si spengano le note dell’inno pontificio e stringendo il microfono attacca esitante: “Fratelli e sorelle carissimi…buonasera! Il dovere del conclave era quello di eleggere un nuovo papa, e i miei fratelli cardinali l’hanno chiamato quasi dalla fine del mondo.” Boato. Fortissimo in queste parole il ricordo di Woityla, di quel primo discorso del papa polacco che subito conquistò, con Roma, le masse cattoliche del mondo intero.

Poi l’eloquio di Francesco acquisisce in scioltezza, ricorda ed elogia Benedetto XVI, invita ad iniziare un cammino “di fiducia, fratellanza e amore, tra vescovo e popolo.” Fiducia, fratellanza e amore sono gli ingredienti necessari a quel dia-logo che il popolo e il pastore devono iniziare su una base di mutuo scambio e reciproco col-loquio. (Non è un caso se in greco la particella “dia” significa proprio “tra”.)

Al momento della benedizione – il maestro delle cerimonie Guido Marini fa per avvicinarsi con la stola – chiede ai fedeli di pregare per lui: “ pregate perché il Signore benedica il suo vescovo. E ora raccogliamoci in silenzio.” Su una Piazza San Pietro gremita all’inverosimile cala un silenzio insieme mistico e familiare, vibrante di una spiritualità raccolta e intensa allo stesso tempo. Francesco si inchina, vorrebbe inginocchiarsi ma non vuole nascondersi agli occhi dei fedeli, e così resta alcuni attimi a capo chino, in preghiera. Poi la benedizione in latino, questa volta con la stola sulle spalle, stola che però si toglie non appena ha terminato la formula di rito. Al termine del saluto, un semplice “a presto, e buonanotte!”

L’umiltà: questo il filo rosso che unisce papa Francesco al santo di Assisi, a quel cardinale Martini morto l’anno scorso  e che, gesuita anch’egli, si diceva fosse il maggiore sostenitore di Bergoglio nel conclave che nel 2005 elesse il cardinale Ratzinger.  Humilitas, come il motto di San Carlo Borromeo, a cui ancora Carlo Maria Martini si rifaceva nella missione di ri-evangelizzare la metropoli lombarda, quella Milano che tutti prevedevano avrebbe dato alla Chiesa il prossimo papa, Angelo Scola.

L’umiltà di Francesco d’Assisi, patrono di un’Italia più che mai bisognosa di quel gesto rivoluzionario di cui la Chiesa, forse inaspettatamente, si è dimostrata capace ancora una volta. Ricostruzione ab imis, dalla chiesetta di San Damiano, all’Italia, alla cattolicità intera: Dio solo – letteralmente – sa quanto bisogno ce ne sia. Bergoglio (per la cui elezione dobbiamo, non dimentichiamolo, ringraziare innanzitutto la fede di papa Benedetto) ha scelto un nome che infonde speranza. La fede di Ratzinger, la speranza che rappresenta Bergoglio: resta la carità. E chi è il santo della carità se non ancora quel San Francesco che tutto donò ai poveri, di tutto si spogliò per poter donarsi più puro a Dio?

Nel film The Mission di Roland Joffè, ambientato (prima coincidenza) in Sud America, uno strepitoso Robert De Niro impersona Rodrigo, mercante di schiavi che decide di cambiare vita e entrare a far parte (altra coincidenza) dell’ordine gesuita. Tra le sue meditazioni, accompagnate dalla struggente musica di Ennio Morricone, spicca il celeberrimo passo della Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi: “L’amore è paziente, è benigno; l’amore non invidia, non si mette in mostra, non si gonfia, non si comporta in modo indecoroso, non cerca le cose proprie, non si irrita, non sospetta il male; non si rallegra dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità, tollera ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa. […] Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l’amore.”

E’ con queste parole che voglio fare gli auguri a papa Francesco, per chiedergli di guidarci a costruire insieme un regno di pace e di giustizia su questa terra, per salutarlo e dirgli “Dio sia con te!”

Spectator

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