Opinioni di una cattolica singolare

Vedere il servizio al telegiornale è stata un’esperienza surreale, quasi assurda. Il pontefice si era dimesso, o meglio, aveva dichiarato ufficialmente l’intenzione di dimettersi il 28 febbraio, e così è stato. Si percepiva la differenza tra il papa appena salito sul soglio pontificio e il papa odierno. Il peso dell’età, della chiamata, dei viaggi e delle sue decisioni gravavano su di lui implacabili.

La comunità cristiana è rimasta scioccata ed anch’io con essa. Nessun santo padre nella storia contemporanea aveva osato dimettersi, e sicuramente non mi sarei mai aspettata un gesto così radicale e progressista da un papa così conservatore.

Gli intervistati manifestavano il loro disappunto e il loro rammarico per questa decisione. Io gli avrei stretto la mano, se avessi potuto. Devo essere sincera, non ho mai apprezzato Benedetto XVI, buon pastore ma cattivo politico. Già, perché la Chiesa è anche questo, un’istituzione o, come direbbero gli storici, una monarchia elettiva con una comunità universale. Noi siamo retti da un rappresentante che non possiamo sceglierci, ma che ci rappresenta, non soltanto ufficialmente, ma anche in maniera più intima, più personale. Il papa è uno specchio della cattolicità e i credenti dovrebbero rispecchiarsi in lui, e quando questo non accade il divario è inesorabile. Infatti per me vero “papa” della nostra generazione, o quello che avrebbe dovuto esserlo, è stato Carlo Maria Martini.

Per la prima volta, tuttavia, ho potuto vedere in Benedetto un erede di San Pietro, il buon pastore che si preoccupa davvero del suo gregge, della sua spiritualità. Il pontefice non può esercitare nella malattia, ma deve avere la forza per mandare avanti il suo popolo, e in questo millennio la forza deve essere quasi titanica.

Per questo apprezzo lo sforzo e il sacrificio di quest’ultimo papa, sperando che il prossimo raccolga questa novità e la faccia germogliare. Nonostante tutto, la Chiesa sta davvero cambiando.

 Paola Gioia Valisi

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