Caro direttore ti scrivo

Caro direttore,

quando ho saputo del lancio di una nuova rubrica per  Vulcano, incuriosito, mi sono subito affrettato a visitarne l’home page per scoprire di cosa si trattasse. Quando ho poi scoperto che il titolo del nuovo spazio era addirittura il Dissacratore, è stato con entusiasmo che mi sono accinto alla lettura.

L’impressione finale che ne ho ricavato è tuttavia quella di una generale confusione, che naturalmente voglio attribuire a una mia incapacità di cogliere il senso ultimo del corsivo sulla Giornata Mondiale del Libro. Il titolo si è rivelato sin dalle prime righe poco attinente all’argomento dell’articolo, ma da aspirante imbrattacarte volontario quale sono non me ne stupisco, so che i redattori non decidono quasi mai i titoli dei propri scritti.

Affrontate le righe iniziali, che ero sicuro fossero costruite intorno a una raffinata preterizione (perchè dotarsi di una Storia della Filosofia occidentale quando a tener sollevata una ventola è sufficiente una più economica raccolta di Quattroruote?), non ho potuto non soffermarmi di fronte alla citazione di Umberto Ambrosoli, non fosse altro perchè l’ho votato alle ultime elezioni regionali.

Se ho ben colto le intenzioni dell’autore, l’unico motivo per nominare l’avvocato sconfitto alle regionali risiede nei suoi quattro nomi di battesimo, evidentemente assai indicativi della sua appartenenza a quelle turpi e deleterie élites tendenti all’autoconservazione. Dubito che chiamandosi Pino il signor Ambrosoli avrebbe evitato di finire tra le file della gauche caviar, ma a quanto pare nomen omen: riflettendoci, quel raffinato gentiluomo da salotto di Mussolini si chiamava Benito Amilcare Andrea, e le colonne della Grande Inter, Tarcisio (Burgnich), Giacinto (Facchetti) e Aristide (Guarneri) non potevano certo che avere origini nobiliari.

Ma passiamo oltre.

Ancora più pretestuoso della polemica sui nomi di battesimo (che nessuno peraltro si sceglie da sè) mi è parso il concetto di “sovracculturazione”, introdotto dall’autore in riferimento a quella fascia ristretta di popolazione che “confonde l’amore per la cultura con l’amore per il proprio status di élite”: finora avevo sentito parlare di sovrappopolazione, di sovrapproduzione, sovreccitazione, ma di sovracculturazione mai. Evidentemente vi è una soglia di “acculturazione” al di sopra della quale lo studio e l’apprendimento diventano dannosi, ed è bene (voglio supporre che l’autore abbia intenti ecumenici) che tale eccesso di cultura venga rapidamente sottoposto a reazione chimica per essere scomposto in particelle più elementari – dal chiliasmo gioachimita a Jay-Z – e quindi redistribuito in forma semplice a chi di cultura non ne ha nemmeno un po’.

Non voglio tuttavia essere ingeneroso con il suo redattore, che di certo non intende condannare la cultura ‘alta’ in sè, ma i Don Ferrante di oggi e di ieri, che si ostinano a farne un esercizio onanistico e narcisistico, perdendo ogni connessione con la realtà al di fuori della “ristretta cerchia” in cui si sono barricati.

Il proposito è certamente condivisibile, e peraltro nemmeno particolarmente originale (diciamo che stiamo consacrando la dissacrazione).

Tuttavia, a mio parere, il pezzo del suo redattore contiene alcuni equivoci di fondo di non poco peso: al di là del tono bilioso che suggerisce un livore quasi rancoroso verso le élites (forse identificate a torto con quell’editore che, poveretto, non è ancora riuscito a finire le duemila pagine di saga), il ragionamento dell’autore si rivela assai ingeneroso verso quanto di buono le élites della cultura hanno fatto e ancora fanno in Italia e a Milano.

Senza risalire al Caffè dei Fratelli Verri (che forse qualcuno, diplomato per sua sfortuna al liceo classico, ricorderà), credo che misconoscere il ruolo della cultura alta nell’Italia e nella Milano del berlusconismo porti a conseguenze esiziali verso quella cultura che l’autore sostiene ammirevolmente di voler difendere, nonostante tutto.

Umberto Eco rappresenta per me – come, voglio sperare, anche per i lettori, i redattori e il direttore di Vulcano – l’Italia migliore, che, conscia della diffusione fatalmente scarsa della cultura tra la “massa”, si adopera cionondimeno per combattere i tagli all’istruzione e per la diffusione di una coscienza civica tra la popolazione.

D’Annunzio, il quale, nonostante non sia nato Principe di Montenevoso, non aveva certo umili natali, era davvero così letto dalla “gente”, negli anni Venti? Verrebbe da dire che non aveva la concorrenza della televisione – dove peraltro si sarebbe subito affrettato a comparire – e soprattutto che l’alfabetizzazione dell’Italia di novant’anni fa era ben poca cosa. Era, per l’appunto, un autore letto da chi sapeva leggere e scrivere: cioè le élites.

D’altronde, se le condanne delle èlites e le loro pretese di educare le masse al buon gusto sono così irritanti, che gli intellettuali vengano lasciati a prender polvere nei loro salotti, in compagnia di quei posacenere di tartaruga e di quei libri sulla Milano sparita (di cui sono personalmente un cultore) che sembrano disturbare tanto l’autore. Ho saputo, ormai senza sorprendermene, che il titolo che l’autore voleva inizialmente dare alla propria creatura era “borghesi tutti appesi”: lo slogan della peggiore borghesia sessantottina, contro cui si scaglia, e a ragione, quel Pier Paolo Pasolini tanto vituperato perchè demodè.

Non credo che l’idraulico dell’autore – a cui mi permetto di fare i complimenti per i gusti letterari assai raffinati – perda molto tempo dietro alle elucubrazioni un po’ feticistiche di noi intellettuali.  Le invettive contro la cultura alta immagino che le lasci, con grande buon senso, ai Sallusti e ai Brunetta di turno, cui il suo autore sembra assai ansioso di unirsi.

 

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