Del: 5 Giugno 2013 Di: Redazione Commenti: 1

In Turco, Gezi Park significa parco della passeggiata, dell’escursione: è per difendere questo polmone verde, vicinissimo a quella piazza Taksim cuore della Istanbul internazionale e multiculturale, che una cinquantina di ambientalisti sono scesi in piazza, una settimana fa, protestando contro il progetto del governo di smantellare il parco per costruirvi un nuovo centro commerciale.
Ad essi si sono in breve unite migliaia di persone che hanno occupato pacificamente il parco in un gesto di solidarietà con quella che pareva una protesta destinata ad esaurirsi nel giro di poche ore.
Tuttavia la risposta, durissima, del governo, che ha ordinato lo sgombero dei manifestanti, e la successiva mobilitazione di un numero sempre crescente di cittadini hanno portato all’esplosione di una protesta su scala nazionale, che pone molti interrogativi sulla situazione della Turchia all’alba del XXI secolo.

istanbul3Paese complesso e affascinante, la Repubblica Turca racchiude al suo interno molte di quelle sfide e di quelle contraddizioni che caratterizzano i momenti di passaggio tra diverse epoche storiche e gli incontri tra culture e tradizioni differenti.
Storicamente e geograficamente collocata al crocevia tra Oriente e Occidente, la Turchia ha trovato una propria identità grazie all’opera di Atatürk, il politico che poco meno di un secolo fa fondò il moderno stato turco sulle macerie del defunto Impero Ottomano.
La pietra angolare della nuova costruzione statale fu posta nel concetto di laicità, sul quale si è imperniata per decenni l’identità nazionale turca, e che ha permesso al paese di ritagliarsi una posizione unica all’interno dello scenario del vicino Oriente. Insieme al nazionalismo, la laicità è stata il cemento con cui la nazione turca, formata da gruppi etnici e religiosi differenti, e a volte in contrasto tra loro, è riuscita a giungere all’alba del nuovo millennio come uno degli attori più dinamici sulla scena geopolitica mondiale.
Simbolo della recente, spettacolare, crescita, sembrava essere proprio Istanbul, città giovane e cosmopolita, laboratorio di scambi culturali tra Europa ed Asia. Nella frizzante Beyoğlu – il quartiere dei divertimenti e dello shopping – non è raro vedere donne velate dalla testa ai piedi di fronte ad enormi vetrine di Intimissimi.
Tuttavia allo sviluppo pluralistico e internazionale di Istanbul non è corrisposta, specie negli ultimi anni, un’adeguata tutela delle libertà politiche e personali. Al potere dal 2002, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) fa capo al premier Tayyip Erdoğan, figura carismatica e ambigua che tra l’altro si è resa protagonista di un rilancio in senso islamista dell’identità turca.

Nel paese che concesse il voto alle donne già nel 1930 – prima dell’Italia e della Francia – si è tentato di minare le basi della laicità dello stato, enfatizzando il ruolo della religione islamica come collante primario della comunità nazionale. Costruendo sempre più nuove moschee, liberalizzando l’uso del velo in ambienti pubblici e istituzionali, inasprendo le norme che regolamentano la vendita di alcolici, Erdoğan ha annunciato il progetto di voler educare generazioni di “giovani devoti”.
A ciò si è sommato il varo di politiche illiberali e repressive nei confronti della stampa “non allineata”, nel tentativo di dare anche all’estero l’immagine di una Turchia compattamente schierata dietro le politiche interventiste e autoritarie del suo Presidente: attualmente sono 92 i giornalisti detenuti in carcere e, mentre gli elicotteri sparano lacrimogeni sulla folla, la televisione di stato si occupa dell’elezione di Miss Turchia e del “gatto più strano del mondo”. Evidentemente abbiamo esportato il modello-Minzolini, e non è un caso se Berlusconi ha sempre vantato la propria amicizia con Erdoğan.

istanbul4E’ contro tutto ciò che scendono in piazza i giovani di Istanbul (ma non solo: ci sono proteste anche ad Ankara, Smirne e in tutte le maggiori città del Paese). Richiedono le dimissioni del Presidente – sulla cui elezione gravano sospetti di brogli – e una maggiore partecipazione politica, come anche l’allentamento della stretta sui media.
Molti hanno subito proposto il paragone con le vicine sommosse della Primavera Araba – paragone che sembra autorizzato dalla comune lotta contro forme di governo che tendono a sconfinare nell’autoritarismo.
Tuttavia occorre cautela: la Turchia è un paese molto diverso dall’insieme relativamente più omogeneo del Maghreb. Le aspirazioni filo occidentali qui non sono così idealizzate come in Nordafrica, e la lettura degli scontri unicamente secondo il paradigma Islam/laicità non è del tutto corretta: tra i manifestanti ci sono anche molti credenti, islamici ma non solo.
D’altronde, in un momento in cui la leadership economica e culturale dell’Europa è in fortissima crisi (il tasso di crescita turco è precipitato dal 9% al 2% proprio a causa del crollo delle esportazioni verso l’Europa), perché mai voler legare le proprie libertà civili alle regole fallimentari e costrittive dell’Unione?
Quella che viene richiesta a gran voce dalle piazze e dalle strade della Turchia è una democratizzazione di respiro internazionale ma essenzialmente e primariamente turca. Non è un caso se i giovani scendono in piazza con l’effigie di Atatürk e sventolando la bandiera nazionale.

Resta da vedere quale sarà la reazione della comunità internazionale: come si comporteranno Stati Uniti e Gran Bretagna, che fino a poco fa elogiavano senza riserve il cosiddetto “Islam light” di Erdoğan?
La situazione è assai diversa e molto più delicata persino rispetto agli eventi siriani: la Turchia è un membro della Nato, alleato militare dell’Occidente, e storicamente rappresenta un avamposto strategico verso i paesi asiatici indipendenti dal blocco filostatunitense.
Un’opposizione netta al governo di Erdoğan è praticamente impossibile, ma l’eco delle proteste di piazza Taksim non ha tardato a farsi sentire in Europa, e non potrà restare a lungo senza conseguenze.
Nel frattempo, aspettando che i governi si decidano ad affrontare il problema, i giovani di Istanbul affrontano la repressione poliziesca con coraggio e caparbietà. Già si contano i primi morti, ma la loro lotta non verrà repressa facilmente.

Giovanni Masini

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