Starlight

C’è chi canta. E c’è chi cantando altera lo spazio, trasportando chi lo ascolta in un altro universo. Ieri Matt Bellamy ha convinto trentacinquemila persone a seguirlo nel suo, di universo: i Muse hanno sbancato lo stadio olimpico di Torino per due serate consecutive con il loro space rock. Il tour europeo della band  britannica ha lambito l’amata Italia (Bellamy ha vissuto a lungo sul Lago di Como) dopo la scalata del nuovo album The 2nd Law alle classifiche continentali, ed è atteso oggi a Roma. Grande esibizione e un gruppo sempre più lanciato verso spettacoli gigantografico – futuristici (non a caso in passato hanno supportato gli U2 nel loro colossale 360° tour): enormi palloni a forma di cellule nervose, palco ispirato a una nave spaziale, cannoni che incendiano l’aria sparando fuoco e fiamme, luci, lucine, fanali. I Muse insomma non vogliono dare solo ―ottima― musica al proprio pubblico, ma pretendono davvero di rapirlo nel loro spazio per la durata del concerto.

the-second-lawSi decolla con ”Supremacy”, traccia di apertura del nuovo disco, seguita a ruota da ”Supermassive Black Hole”, vecchio cavallo di battaglia. Doppietta fulminante; in tutto il concerto i pezzi nuovi si mescolano a quelli vecchi, rivelando una compattezza e una fluidità non comuni. Alle undici e mezza passate (al solito, ci sono state polemiche sui decibel coi residenti) si chiude con ”Starlight”: e tutto il pubblico viene costretto ad atterrare, dopo un mistico viaggio comprendente un’acrobata sospesa sotto una gigantesca lampadina, un nevrastenico uomo d’affari che durante ”Animals” (no, i Pink Floyd non c’entrano) si cala tra il pubblico spargendo all’impazzata soldi finti fino a stramazzare, e altre sciccherie scenografiche: tra le quali,  una serie di ologrammi dei potenti del mondo che ballano sul mondo stesso – tra cui spicca, con malcelata libidine del pubblico, un sensualissimo Berlusconi in bikini.

Questo itinerario stellare al pubblico sembra andare benissimo. E si accorda alla perfezione con l’offerta musicale del gruppo che, come se non bastasse, nei propri testi ha sempre trattato di astronomia pura, oltre che di complottismo (con tesi su Illuminati e altro che farebbero sorridere il nostro Mattia Salvia), amore, vita sulla Terra e non. La loro musica assorbe da più di dieci anni lo space rock del passato, la musica classica di cui Bellamy è ghiotto e una certa teatralità dai Queen, per poi amalgamare il tutto in un languido calderone cosmico;  e alla fine, ha trovato il luogo dove venire meglio espressa, con grandi mezzi e grandi spazi. Insomma, i Muse sono davvero un gruppo ”da stadio”.

Gruppo che, in tutto questo, sfoggia una lieve ed elegante arroganza ―senza dubbio fondamentale per raggiungere certe vette. I Muse amano spingersi molto in alto nello spazio, da dove possono contemplare i problemi che angustiano la Terra e i piccoli uomini là sotto; e poi tornare a raccontarli con lo strepitoso falsetto redentore di Matt Bellamy. Spesso poi si accorgono che questi problemi riguardano anche loro, e da questa distaccata consapevolezza nasce il loro successo (e, per alcuni, la loro insopportabile pretenziosità). E’ chiaro che certe altezze presentano dei rischi, come quello di farsi più male in caso di caduta: ma durante questo viaggio, a nessuno sembra essere importato. Meno che mai ai tre che, calato il sipario, tornano a loro volta sulla Terra. Speriamo che il biglietto per il prossimo concerto – verrà senz’altro acquistato – schiuda a noi terrestri luoghi altrettanto splendidi.

margherita hack

PS.

Stavo scrivendo quest’articolo quando ho saputo della morte di Margherita Hack. Mentre noi alla fine della musica ritornavamo sulla Terra, lei è andata avanti tra le sue stelle. Se fin da piccolo di quelle stelle sono stato appassionato (volevo iscrivermi ad astrofisica, da giovane e ingenuo) è stato anche merito suo. Aveva novantun’anni. Grazie.

Stefano Colombo

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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