Triennale Museum: tra omaggio e luoghi comuni

Spesso, forse perché influenzati dalla parlata comune, crediamo di conoscere alcuni termini e concetti senza chiederci cosa realmente significhino. Purtroppo anche il “design italiano” è una delle vittime illustri di questo processo; così, per dissipare le nebbie, la Triennale Design propone, dopo averci fatto chiedere nel 2011 “quali cose fossimo” e aver analizzato nel 2012 il mondo della grafica nostrana, “La sindrome dell’influenza”, il nuovo allestimento – il sesto – ovvero quali stili e gusti, italiani e non, sono stati importanti per i grandi maestri del nostro design.

La mostra, che ha aperto al pubblico alla vigilia del Salone del Mobile, è stata subito invasa da turisti, curiosi e dagli ormai vituperati hipster alla ricerca di una foto facile o di una bella location da esibire come trofeo agli amici. La cornice più viva, come spesso accade nei grandi musei internazionali, ha creato un effetto “supermercato” il quale ha reso, per chi vi scrive, più difficile godersi le opere esposte e riducendo l’esperienza a una sorta “fast food art”.

Come per Bacon a Firenze (alla Strozzina lo scorso Gennaio) vengono esposte nel primo percorso dieci “Istant art”, ovvero opere temporanee concepite per la rassegna, ognuna dedicata a uno dei grandi designers presi in considerazione (da Zanuso a Sottsass, da Munari a Albini) con relative foto di prodotti o edifici da loro progettati. Di notevole effetto è la citazione di Ettore Sottsass riguardante l’Olivetti Valentine, una delle più celebri macchine per scrivere portatili prodotte dall’azienda di Ivrea: “Può stare ovunque tranne che in ufficio”. Evocativo anche il richiamo all’arte indiana e ai disegni del Kamasutra sempre nell’opera a lui dedicata . Degne di nota anche le foto di un albergo disegnato interamente da Giò Ponti (dagli interni alla struttura ai mobili), vero esempio di stile senza tempo o le Brionvega di Zanuso.

Nel secondo percorso l’attenzione riservata a dieci “chiacchierate” informali con grandi designers registrate per l’occasione: lo spettatore, attraversando un sentiero, oltre a soffermarsi ai monitor, passa in rassegna gran parte degli oggetti che hanno reso celebre il design italiano nel mondo (come la Bicicletta Laser di Cinelli); i loro discorsi rendono finalmente chiaro il messaggio dell’allestimento: il design italiano è frutto di contaminazioni esterne, agli inizi provenienti dalla cultura tedesca o orientale e non il frutto di un processo unico e impermeabile dall’esterno né di una innata creatività; è un lavoro costante e di ricerca, di pensiero, di visione del contesto filtrato attraverso le sensibilità dei designers.

designFondamentali furono per Pasca gli anni ’70 a causa dell’industrializzazione di massa che ha reso ancora più possibile l’allargamento dei possibili fruitori dei prodotti di consumo e per il “kitch”, che ha sdoganato l’apparenza di possedere un determinato oggetto, vincendo sulla sostanza, i materiali e l’originalità. Per Mario Bellini, invece, deve essere chiaro che non tutti i prodotti siano design e non tutti possono essere designer; inoltre, a causa dell’incessante richiesta da parte del mercato di nuovi utili, le case come possono essere Alessi o Kartell (citate solo come esempio esplicativo), sfruttano molto il proprio brand per dar forza alle loro creazioni. Parlando con disillusione Bellini afferma inoltre che ormai per produrre qualsiasi cosa occorrono render e non più disegni che mostrino solo il concetto di ciò che sarà il prodotto.

Nell’ultima parte invece sono presenti 10 opere di grandi designers dedicate ognuna a dei grandi marchi italiano ai concetti produttivi associati alle loro figure. Si viene così trascinati in mondi fantastici come quello creato da Mendini per Alessi, un plastico dove un trenino percorre una strada attorniata da miniature di caffettiere, vassoi e teiere, oggetti comuni che hanno reso il marchio famoso in tutto il mondo o a un consesso di diverse lampade, riunite attorno a un tavolo per discutere di design in cui l’intensità delle loro luci indica l’animosità del discorso.

La Triennale Design Museum rende omaggio a Gae Aulenti, grande personalità milanese recentemente scomparsa. Camminando nelle due sale a lei dedicate, sia con gli oggetti, come la lampada “pipistrello” che grazie alle gigantografie di allestimenti creati per Olivetti a Parigi e Buenos Aires o per gli interni del Museo d’Orsay, diventa ancora più evidente all’occhio meno esperto e influenzato dalle mode e figlio della generazione della “mela”, (la quale molto ha preso dalla lezione italiana e giapponese visto che Steve Jobs ammirava molto Sony e Olivetti) che il design italiano non è solo l’ennesimo concetto vago che i media ci hanno fatto metabolizzare per farci apparire “cool”.

Così, delle poche ore trascorse in Viale Alemagna non rimane l’idea di aver assistito a una celebrazione degli oggetti ma di aver ripercorso le orme di persone con un continuo interesse verso culture diverse e di aziende italiane che, in oltre 80 anni, hanno cercato di unire metodologie produttive e l’utilizzo di nuovo materiali per ottenere qualcosa di innovativo che, crescendo, ha ottenuto una definizione che va difesa dalla massificazione dei consumi.

Davide Contu

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