Il pane nell’iperuranio

Un detto comune dei milanesi è: “la fabbrica del Duomo non finisce mai”. Questa frase appropriata rispecchia pienamente l’immagine di Milano. La brulicante e frenetica attività del capoluogo lombardo non cessa mai il suo lavorio, e, anche per quanto riguarda il rinnovamento degli edifici e dell’impianto urbanistico, la città stessa non è da meno del suo grande monumento-simbolo. La metropoli si è trasformata in un “cantiere a cielo aperto”, dove i percorsi abituali mutano camaleonticamente e le persone si trovano incanalate in angusti corridoi o vorticosi percorsi.

Questo bisogno di cambiare, modificare, allargare e costruire non è un fenomeno di nuova origine. Si tratta di un’esigenza antica, resa indispensabile, nel corso dei secoli, dalla crescita delle popolazioni, dalle distruzioni per cause naturali o belliche, dai nuovi apporti estetici o dal semplice cambiamento di gusto. Soprattutto nel Ottocento si distruggeva senza sosta per dare alla città, di anguste proporzioni, maggior respiro. Così si ampliarono strade, si crearono piazze e gallerie (gli esempi più importanti sono la Galleria Vittorio Emanuele II e la Piazza del Duomo, la cui fisionomia fu modificata drasticamente nel 1863 dall’architetto Giuseppe Mengoni).

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Tuttavia, nonostante l’evoluzione formale dell’urbanistica, si può affermare che gli apporti del XXI secolo al nuovo volto di Milano non siano i grandi grattacieli che si ergono nel plumbeo cielo né la sostituzione delle case costruite nel secondo dopoguerra con edifici più moderni e all’avanguardia.

La nuova frontiera è “l’interior design”. Oggigiorno non sono più gli edifici ad essere modificati, ma il loro aspetto interiore, i loro paramenti. Questo fenomeno, aumentato negli ultimi anni, ha visto come protagonisti soprattutto i piccoli negozi come bar e panetterie, dove i grandi banconi  a vetro, i lead, l’illuminazione accecante e i neon fanno da padroni. Ma certamente queste “installazioni” luminose non si possono paragonare a opere d’arte, come quelle create dall’americano Dan Flavin (che a Milano si possono ammirare nella Chiesa Rossa sui navigli) dove, nelle sue mani, i neon diventano veicolo di significato religioso e spaziale. Nei negozi milanesi le luci diventano di più un richiamo per le falene.

In una società l’apparenza conta, non sono solo le giovani (non più tanto giovani) fanciulle a cercare di migliorare il loro aspetto, ma il new look, più accattivante e intrigante, viene ricercato anche dai negozianti. Così i volti dei bar sotto casa, così familiari, quasi anonimi, vengono sostituiti da una facciata moderna per adescare ignari passanti, curando maggiormente la copertina piuttosto che la qualità del contenuto. Tale lifting ringiovanente è dovuto e causato dall’inseguimento del profitto, linfa vitale di un mondo che deve stare sempre al passo con la moda del momento, che deve rinnovarsi ed evolversi costantemente per poter sopravvivere.

D’altronde in un Paese in cui le divise delle forze dell’ordine sono disegnate da Armani, non stupisce il fatto di dover entrare in un posto quasi futuristico solo per comprare del pane.

Paola Gioia Valisi

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