Occasioni perdute

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Italia: terra di poeti, cantanti e marinai. E delle occasioni perdute: troppo impegnati a declamare o navigare, spesso ci facciamo sfilare da sotto il naso bocconi ghiottissimi, quasi senza rendercene conto. No? Ecco qualche esempio.

Nel 1998 Telecom era un’azienda florida e potente, appena privatizzata: scoppiava non solo di soldi, ma anche di idee. I vertici dell’ azienda concepirono un progetto allora molto audace: unire alle qualità di operatore telefonico di Telecom le competenze di sviluppo hardware di un’azienda americana, la Apple. Artefice della proposta era Landi – nel ’98 manager di Telecom, ma fino all’anno prima in organico all’odierno colosso mondiale – il quale, allora, era così vicino al fallimento da essere stato costretto a richiamare dall’esilio il fondatore Steve Jobs. Proprio Jobs si oppose all’operazione (che sembrava destinata ad andare in porto di lì a breve): e non se ne fece più nulla. Oggi gli equilibri di potere si sono un pochino invertiti: ma, chissà perché, alla Apple nessuno pensa di comprare Telecom – nemmeno con Jobs sottoterra.

Questa pazzesca occasione mancata è da attribuire più che altro al caso – e alla lungimiranza di Jobs. Ma in genere, i motivi per cui manchiamo le prede e i bersagli più ghiotti sono due: pressapochismo e ristrettezza di vedute – doti per le quali siamo snobbati anche all’estero.

Anche nel calcio, settore in cui fino a qualche anno fa eccellevamo. Un esempio su tutti: Messi. Oggi è il campione che tutti conosciamo – gioca nel Barcellona e il suo contratto ha una clausola rescissoria con cui si potrebbe coprire l’aumento dell’IVA. Ma quando aveva quindici anni, era solo una giovane promessa argentina dieci centimetri più bassa dei suoi coetanei. E, a lui, era interessata una squadra italiana: il Como. Venne chiamato in riva al lago per un provino; il ragazzo era entusiasta di giocare in Italia; l’affare sembrava cosa fatta. Ma il dirigente incaricato fermò tutto. E’ troppo basso, ha un fisico troppo gracile, questo disse. Non disse invece – ma lasciò intendere – che la società lariana non aveva alcuna voglia di accollarsi il trasferimento dell’intera famiglia dall’Argentina. E così saltò tutto. Oggi Messi gioca nel Barcellona, il Como è disperso nei meandri delle serie minori. Il presidente Preziosi, nel 2010 ebbe a dire: “
Si è pensato di non prenderlo anche per quell’approccio che noi abbiamo, con un po’ di disinteresse a seguire i ragazzi giovani. Quasi nessuno prende giocatori così, pensando di fare tutta la trafila per farlo diventare un giocatore importante e poi fargli un contratto da professionista”.

Altre volte, invece, si buttano al vento grossi affari o opere d’arte per un motivo di stampo ancora più stupido: quello ideologico. Nel 1957, Elio Vittorini – eminente scrittore e intellettuale socialista, impiegato alla casa editrice Einaudi – si trovò per le mani un manoscritto di un siciliano di antica stirpe, che all’età di 57 anni s’era messo a scrivere un romanzo: Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Vittorini era un manicheo, nella vita come nel lavoro: vedeva tutto in bianco e nero. Nello specifico, classificava i libri in due distinzioni: nuovi – profumati, da spingere sul mercato, e vecchi – muffi, non adatti al corso letterario del dopoguerra. Chiaro che Il Gattopardo era, per intenti e per natura, un’opera dal retrogusto così retrò (alcuni la bollarono come ferocemente reazionaria) da non poter entusiasmare Vittorini. Che lo respinse al mittente. Si è molto dibattuto su questo rifiuto. Secondo molte fonti Vittorini non avrebbe del tutto cassato l’opera, bensì l’avrebbe semplicemente ritenuta inadatta per la collana che stava curando in quel periodo presso Einaudi: ma l’avrebbe consigliata a Mondadori, presso il quale era consulente editoriale. Fatto sta che l’opera vide la luce, postuma, solo nel ’58, pubblicata grazie a Giorgio Bassani da Giangiacomo Feltrinelli. Il quale, quanto a idee politiche, era ben più estremista di Vittorini (morì nel ’72 mentre organizzava un attentato di terrorismo rosso): ma, a quanto pare, aveva anche un altro fiuto.

Chiaro, le occasioni non si mancano solo in Italia: basta pensare a Dennis Smith, il dirigente della Decca Records che nel 1960 rifiutò un contratto ai Beatles. Però, in quanto a miopia, pochi ci battono – si potrebbero citare mille altri esempi. Come quello di Cristoforo Colombo, che in cerca di risorse per la sua impresa si vide ridere in faccia dal governo genovese al quale aveva chiesto finanziamenti: e l’America Latina oggi non parla il dialetto ligure, ma lo Spagnolo e il Portoghese.

Certo: ricercare i difetti Italiani così lontano nel tempo potrebbe essere un esercizio inutile, uno scherzo intellettuale, una forzatura vuota. Oppure no?

Stefano Colombo
Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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