Mettete dei fiori nei vostri forconi

Perché siamo tutti un po’ pazzerelli non è vero brothers? A me per esempio piace un botto la  pastasciutta al ragù di bambino, possibilmente in età pre-puerile e botta ormonale da orbi, quando la carne è ancora tenera, succosa, così morbida che ci si potrebbe dormire sopra dimenticandosi delle brutture mondane.

Questa sorta di antefatto gastronomico ha una sua ragion d’essere, nonostante l’intuito vi dica che mi stia solo facendo i cazzi i miei muovendo le dita sulla tastiera, tutto fatto di venerdì sera.

Già, perché in settimana precisamente nella giornata di mercoledì, il popolo dei forconi con le sue milizie ha massacrato di botte alcuni olandesi presenti a Milano in occasione della partita di Champions fra Milan e Ajax; la scusa addotta è che gli olandesi sono un popolo famoso nel mondo per la contraffazione dei prosciutti italiani e di conseguenza ogni dutch-boy che infetta il suolo italico con la sua tracotanza colonialista deve essere punito per bene dall’esercito di liberazione nazionale che si è organizzato a partire dal 9 dicembre.

Come chiamavamo questi fatti quando ancora sapevamo consultare un dizionario senza farci venire l’emicrania? “Xenofobia” forse ma non ne sono più tanto sicuro, mi sono perso lungo i sentieri oscuri del wikizionario.

Certo possiamo immaginare che gli ultras dell’Ajax non fossero anche loro in condizioni psico-fisiche degne di un pacato Simposio sulla natura della globalizzazione, almeno a giudicare dai fatturati dei pub milanesi quel pomeriggio – quindi lo scontro era di fatto inevitabile, come spesso avviene in queste occasioni.

Ciò che però va problematizzato nella riflessione odierna è il ruolo della “protesta dei Forconi”, le loro motivazioni, l’atteggiamento di chi sta fuori e osserva in maniera non partecipata allo svolgersi degli eventi.

Ragioni per incazzarsi, in Italia come nel resto del mondo, direi che non ne mancano affatto dall’alba dei tempi e inoltre chi vi scrive è talmente sinistrorso e pregiudizialmente contrario a tutti i buoni sentimenti che hanno a che fare con l’ordine pubblico o la coesione sociale o tutte quelle parole che dice Letta quando ha finito il bignami di economia prestatogli da Saccomanni, da avere spesso un occhio di riguardo per i rivoltosi.

Solo che c’è un limite a quello che un uomo può sopportare in nome dei suoi ideali, come ci piace chiamare utopicamente le credenze sul mondo che ci sono state ficcate nella testa a dodici anni per cercare di dare un senso all’entropia che ci circonda.

I Forconi hanno sorpassato a destra il mio limite di sopportabilità: un mix di populismo para-razzistoide, di incompetenza, di spirito violento fine a se stesso nelle frasi come nei gesti compiuti; una reale condizione di sofferenza economica – come potrebbe essere quella di un imprenditore costretto a chiudere l’azienda e sommerso dai debiti – purtroppo non basta a giustificare gli elementi soprastanti per diverse ragioni.

La prima è che esistono centinaia di migliaia, addirittura milioni di persone in questo paese, in grosse difficoltà economiche (e chi vi scrive non è seduto su un trono mezzo mogano e mezzo d’oro) che non sparano stronzate dalla mattina alla sera, che cercano nel loro piccolo di affrontare, capire e risolvere i problemi che si pongono nella quotidianità politica – a volte riuscendoci altre volte meno.

Sicuramente non si attaccano a slogan da quattro soldi tipo “basta tasse” o “fuori dall’Europa” perché semplicemente questi messaggi, in apparenza chiari, sono fortemente vaghi e sostanzialmente astratti.

Che cosa vuol dire “l’Italia fuori dall’Europa”? Che facciamo, prendiamo lo stivale e lo aviotrasportiamo nel Golfo del Messico, dove il clima è più ridente e il commercio internazionale è in espansione?

Chiamiamo una ditta di traslochi e smontiamo pezzo per pezzo “l’Italia” e la spediamo in comodi scatoloni 50 per 60 a Taiwan con Posta prioritaria?

Seconda ragione: i populismi non sono tutti uguali.

Dire “i negri ci rubano il lavoro”, “i banchieri sono tutti ebrei” oppure “gli uomini sono tutti uguali” non sono frasi della stesso tenore.

Hanno dei punti in comune, per esempio sono tutte e tre false formulate in questa maniera, perché non corrispondo alla realtà dei fatti, hanno una struttura molto semplice e comprensibile a chiunque, eppure divergono negli effetti che suscitano. La differenza sta nel potere perlocutorio di questi tre enunciati – che valgono solo da esempio.

I primi due circuiscono un nemico, incitano di fatto all’azione violenta, scaldano gli animi, mentre il terzo semplicemente prende posizione sul mondo o per meglio dire sull’umanità – senza cambiare alcunché tranne l’atteggiamento di chi la pronuncia.

Gli uomini non sono affatto tutti uguali e non solo per le dimensioni dell’uccello come i più malevoli potrebbero pensare; tuttalpiù si può asserire che non esiste gerarchia fra un uccello lungo e grosso e uno stretto e piccolo ma questo già significa fare della filosofia e accostarsi alla dimora dell’essere.

In ogni caso, resterebbe una balla di proporzioni cosmiche.

Lo snodo centrale è che l’enunciato “gli uomini sono tutti uguali” non crea problemi nel mondo reale, che è quello che io abito anche se controvoglia, a prescindere dalla sua falsità – stessa cosa non si può dire nei primi due casi.

Quindi quando sento dire che in fin dei conti la rabbia dei forconi è giustificabile, come lo era in passato quella dei proletari che volevano un mondo di “uguali”, io attivo il sistema nervoso centrale perché sento una gran puzza di fascismo in orgasmo che mi ride alle spalle.

Quando sento dire che a snobbare o non condividere la loro protesta si diventa dei radical chic, degli elitari tutto Martini agitato non mescolato e vestiti firmati, scusate ma mi viene da piangere.

Quale protesta? Quali ragioni da comprendere? Ho solo visto degli scalmanati ostrogoti che si esprimono in idiomi a noi sconosciuti pestare un olandese con una maglietta giallo-nera in nome della santità dei prosciutti, non so se è sufficientemente chiara la situazione.

Poi certo fra le fila di queste rivolte esistono persone che hanno pienamente ragione ad essere incazzate – anche se ogni tanto un po’ di autocoscienza non fa male, per esempio sulle scelte elettorali del passato per dirne una -, persone giuste che si sono trovate arrotate da una crisi di cui non comprendono le ragioni e per la quale non hanno colpa.

Ma cosa pensate che fra i fasci di combattimento nel 1922 non esistessero veterani della prima guerra mondiale che tornati in patria non trovarono più nulla?

Che non esistessero nella Germania degli anni ’30 tedeschi che volevano solo risollevare l’orgoglio nazionale massacrato e vessato da inglesi e francesi dopo il Trattato di Versailles? Tutti scopi nobili fino a prova contraria, eppure…

Se non lo pensate vi consiglierei di smetterla di leggere e darvi a più fruttuose forme d’intrattenimento mondano, perché mi dispiace molto doverlo dire, ma siete degli idioti più utili alla rivota dei forconi che non alla comprensione di quella strana palla che vaga persa per sempre persa nell’infinito spazio e che chiamiamo Terra.

Il problema di ogni situazione critica sta nel capire che “il fine non giustifica i mezzi”. Mai.

Dovete farvene una ragione e usare i testi di Machiavelli per pulirvi il culo dopo il cenone di Capodanno anche se il vostro relatore di Letteratura italiana continua a sostenere che non fosse solo un servo schifoso al servizio delle prime lobby bancarie fiorentine.

Cosa intendo dire? Che se per sbaglio si scopre che la pressione fiscale su una certa frangia di aziende o persone fisiche in Italia è troppo alta, non si può invocare l’abolizione delle imposte tutte, perché questa è una stronzata senza mezzi termini.

Se per caso si ha la sensazione che la moneta unica impoverisca, in primo luogo si va a controllare su qualche bel libro o grafico se questa sensazione è veritiera, si ascolta chi ha conoscenze più precise delle nostre in materia e poi ci si crea un opinione precisa o magari imprecisa (non c’è nulla di male in questo) – si evita di organizzare meeting per imbecilli con il vizio del sangue per le strade.

Può essere difficile e bisogna perderci un sacco di tempo ma è alla portata di chiunque.

Dopo di che si può anche essere dei rivoluzionari, nulla in contrario, si può invocare la violenza come sola igiene del mondo, si può pensare di risolvere questioni strutturali molto complesse a suon di sprangate e megafoni, magari mettendo insieme le istanze di un Leoncavallino con quelle di un militante di Forza Nuova – pensate che orgia goduriosa.

Ma ciò che non si può fare è non conoscere assolutamente nulla dei problemi che si vogliono combattere, per questo non serve alcuna rivolta dei forchettari o dei cucchiai, non è necessaria una rivoluzione, bastano i sabato sera in Colonne, un po’ di zarreria mischiata con del Rum&Cola a basso costo e qualche casco del motorino.

Non sto dicendo che sia sbagliato – sinceramente non me ne può fregare di meno ed evito di usare le mie categorie morali per avvenimenti di questo genere – sto solo dicendo che ne passa di acqua sotto i ponti fra una rivoluzione e una rissa.

Le rivoluzioni hanno dei leader, dei manifesti, dei pensatori, dei propositi, delle idee, dei militanti e spesso dei miliziani.

Le risse hanno solo qualche ormone di troppo impazzito davanti alla figa di turno.

Se non sappiamo fare nemmeno le rivoluzioni secondo manuale tanto vale barricarsi in casa propria e tornare a sonnecchiare sulla poltrona, gridando si, ma contro la televisione.

Schierarsi oggi con i forconi è come essersi schierarti negli anni ’20 con i fascisti: hanno le loro ragioni ma non le conoscono, utilizzano metodi sbagliati ma “si può capire”, sono pochi e quindi possono solo scuotere le opinioni e i cuori ma null’altro.

La Storia ci racconta come finì la corsa.

Francesco Floris

Francesco Floris
BloggerLinkiesta
Collaboratore de Linkiesta.it, speaker di Magma, blogger.

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