RU486, quattro anni dopo

Una delle scoperte mediche che più ha fatto parlare di sé negli ultimi anni è la cosiddetta “pillola abortiva”, la RU486, che per quasi un decennio è stata protagonista di telegiornali, dibattiti televisivi e campagne elettorali.
Ma quanto poco ancora si sa sul funzionamento di questo farmaco tanto controverso?

L’aborto farmacologico è una procedura che si svolge previo ricovero, e consiste nella somministrazione di due pillole, a distanza di due giorni l’una dall’altra: agendo sull’ormone che regola il mantenimento della gravidanza, causano prima l’aborto e poi le contrazioni che portano all’espulsione dell’embrione. E’ stato ritenuto un grosso passo avanti per la scienza, in quanto permette di evitare una procedura invasiva che in Italia è spesso difficile da mettere in pratica, dato il numero crescente di obiettori di coscienza negli ospedali pubblici.
La proposta di lanciare sul mercato la pillola ha scatenato una vera e propria bufera, tanto che ci sono voluti non meno di sette anni di dibattiti e quattro di sperimentazione prima che ne venisse finalmente autorizzata la vendita nel 2009.

Ci sono state obiezioni di natura legale, in quanto per la legge italiana l’aborto deve obbligatoriamente avvenire in strutture pubbliche, e le autorità politiche hanno ritenuto necessario accertarsi che fosse possibile tenere sotto stretta sorveglianza le pazienti sottoposte a tale procedura dal momento dell’assunzione del farmaco all’interruzione accertata della gravidanza. Questo ha comportato numerosi impedimenti burocratici per i progetti di sperimentazione della pillola: caso emblematico è quello che vede protagonista l’ospedale Sant’Anna di Torino, la cui ricerca per testare il farmaco, avviata nel 2005, ha subito numerose battute d’arresto a causa delle continue ispezioni e indagini richieste dall’allora ministro della salute Sirchia, ma che non si è fermata, fungendo anzi da catalizzatore per la nascita di nuovi centri di sperimentazione in tutta Italia.

Una volta superato il vaglio legale, è stata la volta dei problemi di tipo etico. I movimenti antiabortisti e la Chiesa sono insorti, sostenendo che l’introduzione di un metodo meno invasivo per interrompere la gravidanza avrebbe banalizzato questa decisione e incrementato il numero di aborti. Tali obiezioni sono fondate su una valutazione della questione che tralascia completamente l’aspetto psicologico ed emotivo. Nel momento in cui una donna sceglie di ricorrere alla RU486 sta consapevolmente decidendo di essere cosciente durante l’aborto, che in questo caso non dura il tempo di un’operazione chirurgica, ma più di quarantotto ore, e per quanto in termini strettamente medici possa essere una procedura non invasiva non può che portare ad una piena consapevolezza della scelta compiuta.

Da più di tre anni la pillola abortiva è stata messa in commercio, e tuttavia la sua reperibilità nelle strutture pubbliche, in particolare per quanto riguarda il Centro-Sud,è ancora limitata. Questa mancanza va ad aggiungersi al numero crescente di obiettori di coscienza che lavorano nelle strutture pubbliche, rendendo molto difficile riuscire ad abortire per vie legali e sicure entro il termine previsto dalla legge.
Forse è tempo di chiedersi per quale motivo sulle problematiche che riguardano la libertà di una donna di disporre del proprio corpo continui a gravare una tale omertà.

Chiara Sironi

Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube

Commenta