Da riascoltare per la prima volta
Vol.3 – Cammino di Santiago in taxi

Brunori ritorna con la denominazione classica Vol.3 spiegando come sia solo un gioco, sulla scia di quello che segue: Cammino di Santiago in taxi. La leggerezza di certo fa da veste costante ma non è tutto qui.

Dalla prima all’undicesima traccia si muove tra il sacro e il profano, tra l’amore e l’abbandono, tra il tradizionale e Kurt Cobain.
Anzitutto da notare l’inizio e la fine, entrambe con a tema un abbandono: la prima traccia “Arrivederci tristezza” parte subito con un trionfo —quello del sentimento sulla ragione— ed è posta come una prima crepa da cui parte tutto. Nell’invito cordiale ad abbandonare quel ”mondo perfetto” sembra esserci la rivendicazione della veridicità e autenticità di quanto seguirà.

Oggi godiamoci la sua tenerezza, perché non durerà.

Il primo assioma che si va confutare è quello di una certa cultura vigente, che coagula Che Guevara e Pinochet «sulle basi di Beyonce», dell’ipocrisia di chi è una somma di tanti diversi e immotivati, di chi il pugno ormai lo tiene nella tasca. Proletario, reazionario e battagliero ma in fondo ultimamente scherzoso con la risata finale che lo pone comunque su un gradino di osservazione sopraelevato. Dal macromondo di “Mambo reazionario” al micromondo di “Le quattro volte” ponendo come un aspetto di ciclo, di stagioni che si rincorrono quasi inerzialmente. E’ però nell’anafora dell’ “un altro” nel ritornello che si ripercorre il carattere malinconico che attraversa anche i suoi album passati, la ripetitività che assale, che aliena. Si può però rinascere, ricorda alla fine, con insistenza accorata.

Culmine di questa crepa che si sta propagando dal convento di Belmonte Calabro (luogo delle registrazioni) è “Il santo morto”, dove il sacro e il profano si mischiano con ritmi da zapping casuali: da Padre Pio al pulcino pio tutto è accettato, fino a Giovanna d’Arco e Giordano Bruno a cimentarsi con i Doors in “Light my fire” e poi “Stand by me”. L’immagine è emblematica di quello che è compreso, di quello che fa da contorno al confine indeciso tra fede e superstizione, in cui si inserisce in una sola frase «pornopettegolezzi e pornoromanzi», «Brunori che canta i cuori a pezzi e la spazzatura». Le suggestioni pervengono come da un intermezzo pubblicitario, fino al marito scelto tramite il televisore.

Nella metà dopo l’interludio strumentale del “Manto corto” la splendida “Maddalena e Madonna”. Bellissimo il gioco di sottofondo tra i flauti che si richiamano, che come lui stesso racconta «nasce da un’idea di Taketo e dal genio giocoso dei musicisti della band. Io ho solo suonato il piano e quando sono tornato un paio d’ore dopo, ho trovato questo piccolo gioiellino di fiati, archi, giocattoli e rumori». Ondeggia così tra la malinconia , tra un quadro sbiadito, d’amore e “terroni”. C’è un “tu”, che attraversa tutta la descrizione, per cui raccoglie tutto il suo impeto, tutte le cazzate e le canzoni in barrè e che prosegue oltre con l’”ancora”, come se quell’ondeggiare non terminasse.

Ecco lo sgretolarsi leggero del vaso Brunori, che passa dal caleidoscopio precedente a “Nessuno”, dove «questa confessione è una sottile vanità». Parla in prima persona ma con una lucidità tale da apparire osservatore esterno, sincero nelle ammissioni e ancor più nella solitudine come momento autentico, in cui davvero si commuove, nel «se ci penso mi vergogno già» arriva a osservare la sua stessa canzone da un punto che non è la sua mano e da cui svia col divagare del titiritiri.

Con la non traccia ci perdiamo nell’ossimoro “Pornoromanzo”, rappresentato dall’immagine anch’essa implicitamente contrastante di «cura e malattia» e dalla scanzonata ritmicità a contrapporsi alla richiesta perversa a questa Lolita di Nabokov. La musica lenisce il cuore sanguinante, il rock iniziale attenua il proposito di morte finale che in fondo è solo «per troppo amore» .

La «Maria con gli occhi di una madre che perdona l’ennesima bugia» di “il giovane Mario” —Brunori stesso ne sottolinea la contiguità— ritorna qui ma sotto l’accusa imperitura della sua stretta intimità famigliare e dei suoi ciclici momenti di cene, pasque, vacanze, a cui contrappone lo spensierato pensiero del mare, di cui rimane solo un’insalata. Il topos natalizio riecheggia l’Appino della “Canzone di Natale” dove la risposta è sotto casa ed assume la voce nel dialogo con Abdul che rifiuta dieci euro più i guanti per «non star male». Rimane la fuga per una eredità sbiadita di tradizioni desuete di cui restano i ruoli da recitare.

La richiesta di “Sol come sono sol” è di una canzone d’amore e lo si sente. Però è una richiesta che si contrappone con il dato empirico, quello da cui prendeva le distanze all’inizio, e che si traduce in abbandono «nel fuggire della primavera», «La luna non c’entra in un bilocale», l’ambizione è insomma troppa per la realtà intorno e ancora compare la chiesa, la tradizione ad accompagnare questo disincanto, nel ruolo di immagine lontana. L’andamento è «sbronzo» (sempre citazione sua) e potrebbe essere cantata da “il fannullone” di deandreiana memoria: anche lì c’era una luna che «non si specchiava nei piatti».

Anacronisticamente, lascio per ultima la prima canzone trasmessa in anteprima: “Kurt Cobain”. E mi avvalgo nuovamente delle sue parole «Il pezzo richiama la necessità di andare “dietro le quinte”, di osservare l’altalena fra profondità e superficie. Addormentarsi felici o soffrire per restare svegli?».
La tensione è proprio tra la superficie del mare su cui stare per poter vivere, e il bisogno che non si può ignorare di guardare il mare profondo.

«Proprio quel giorno ti viene la voglia», questo disco è quel giorno, è ascoltare il sussurro a tenere la luce accesa.

Mattia Gennari
@GennariMattia

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