All’Università non insegnano a scrivere

Siamo studenti universitari di materie umanistiche e non sappiamo scrivere. Se non siamo abbastanza fortunati (o sfortunati) da annoverare la scrittura nella lista dei nostri hobbies, è improbabile che abbiamo scritto qualcosa che non sia la mail al professore di turno da quando ci siamo lasciati alle spalle il tema della maturità.

I rari esami scritti ci gettano nello sconforto. La competenza della scrittura accademica ci appare come un’ombra vaga nel futuro. E guardiamo con terrore al giorno in cui, finalmente, la tesi sarà l’unica cosa che ci separa dalla laurea.

Come è possibile che accada questo? Viviamo tutto il giorno circondati da parole, e non ne sappiamo mettere due in fila? Leggiamo pagine e pagine di saggi e cadiamo nello sconforto se ci chiedono di rispondere a una domanda aperta in dieci righe?
Chiedo il parere di quattro professori per analizzare l’ingombrante assenza della scrittura nell’Università Italiana, capire quali sono i vantaggi dell’esame orale e quali dell’esame scritto, e come districarsi dignitosamente da questa anomalia affrontando il problema della tesi.

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Nicoletta Vallorani, professore associato confermato di Lingue, Letterature e Culture Inglese e Angloamericana, Dipartimento di Scienze della Mediazione Linguistica e di Studi Interculturali dell’Università degli Studi di Milano.

Nelle facoltà umanistiche, dopo tre anni, allo studente viene richiesta una tesi senza che gli siano state fornite le competenze necessarie per scriverla. C’è soltanto un laboratorio dal titolo “Come si prepara la tesi di laurea del triennio” e ha dei posti limitati. Qual è la sua opinione a riguardo?
Nelle discipline umanistiche, con il passaggio dai quattro anni ai tre più due, si è venuto a creare un problema, perché lo studente si trova a dover scrivere un elaborato scritto, breve ma con un certo livello di formalità, dopo tre anni, misura strana, nella quale si fa in tempo a dimenticare la pratica di scrittura fatta alle scuole superiori e non si sono acquisite nuove competenze. Dal fare questa considerazione e trovare un rimedio, però, c’è differenza. La difficoltà fondamentale sta nei numeri del sistema italiano, molto diversi da quelli di contesti accademici di altri Paesi. Inoltre di sicuro l’assenza di corsi che preparino alla scrittura creativa riferita a una situazione accademica è una falla del nostro sistema educativo.

Come è possibile che in altri sistemi accademici gli studenti scrivano così tanto?
Il sistema anglosassone, per esempio, è basato sul controllo della produttività sia dei docenti incardinati, che dei docenti non incardinati (che tra l’altro sono numericamente limitati). Tutti coloro che insegnano all’università devono rendere conto del loro operato a un sistema qualitativo centrale, che fa controlli annualmente. Entro la data in cui viene effettuato il controllo, il docente deve produrre materialmente le prove scritte degli studenti, dimostrando così di aver lavorato alla loro correzione. È un sistema che, volendo, ha il difetto opposto: per esempio la tesi di primo livello viene consegnata e valutata da valutatori esterni senza che lo studente abbia la possibilità di discuterla e di difenderla.
Inoltre la premessa fondamentale è che hanno numeri minori. Non è pensabile in un sistema anglofono, per esempio, avere 180 studenti a lezione come ne avevo io quest’anno. Se io volessi fare prove scritte intermedie alla fine di ogni modulo, dovrei poi avere anche la possibilità di correggerle, il che è faticoso, e la decisione è riservata unicamente al docente senza pressioni di nessun tipo e senza riconoscimento.
Un altro aspetto problematico per quanto riguarda la scrittura è che noi, pur essendo per certi aspetti la patria degli scrittori, curiosamente siamo l’unico sistema accademico tra quelli che conosco, quelli anglofoni come anche il sistema francese, a non avere corsi di scrittura all’università. È come se la scrittura fosse considerata un tipo di attività che prescinde alla cultura, una forma di espressione artistica che non ha a che fare con la formazione scientifica. Altrove i corsi di scrittura fanno parte del curriculum accademico.

E quel è, secondo lei, la tipologia di esami migliore tra l’esame scritto e l’esame orale?
Il docente dovrebbe essere in grado di unire le due tipologie di prove, o almeno di garantire la possibilità di una o due prove scritte, non obbligatorie (è chiaro che non si può obbligare uno studente a sostenere una prova scritta laddove non è prevista dalla statuto della sua disciplina). Mettendo insieme una prova scritta e una prova orale, si ottiene un quadro complessivo che in otto casi su dieci corrisponde a una giusta valutazione dello studente. Una prova orale soltanto, a meno che non sia piuttosto lunga, cosa che non è mai per questione di numeri, non è sufficiente per la valutazione.
Quello che trovo molto assente in tutto il sistema è l’elemento studente. Gli studenti non chiedono, si adeguano a qualunque forma di valutazione sia loro proposta. In tanti casi, per esempio, quando i numeri sono alti, vengono fatte soltanto prove scritte con risposte a scelta multipla, e lo studente, se la materia è stata pensata per l’orale, non dovrebbe essere d’accordo. D’altra parte se gli studenti non si lamentano…

Se gli studenti si lamentassero, potrebbe cambiare qualcosa?

Voi vi dovete rendere conto che siete numericamente l’unica forza dell’università. Il docente esiste perché esistono gli studenti. Ma si nota la progressiva passività della componente studentesca, il che non è bello. Gli studenti pagano dei soldi, hanno il diritto ad avere un servizio che sia quello per cui hanno pagato, non è una questione di rivoluzione.

È anche vero che sembra che molti professori siano convinti che lo studente sia lì in loro funzione e non viceversa.
La maggior parte dei docenti ragiona in questo modo, ed è condotta a farlo. Anche se io vengo all’università da molti anni di scuola, per cui per me lo studente è una presenza reale, mi devo sforzare di ricordarlo, altrimenti la situazione porta il docente a pensare che il centro del suo lavoro sia la ricerca e non l’insegnamento, e che quindi lo studente sia una presenza scomoda. Il punto però è che non sono più io a dover cambiare voi, dovete essere voi ad acquisire consapevolezza del vostro ruolo. Ormai lo Stato non ha più soldi per finanziare l’Università e la maggior parte dei fondi arriva dalle iscrizioni, rendendo reale il fatto che il docente esiste perché esiste lo studente. Quello che viene dato all’Università sotto forma di tasse universitarie deve diventare formazione, e lo studente deve protestare se questo non accade.

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Paolo Inghilleri, professore Ordinario di Psicologia Sociale, direttore del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano.

Quale è, secondo lei, la tipologia di esame migliore tra l’esame scritto e l’esame orale?
A me personalmente piace di più l’esame orale, perché mi permette di avere un contatto, altrimenti molto limitato, con gli studenti e di conoscerli un po’ meglio. Inoltre nell’esame orale si può riconoscere uno studente che è stato frequentante mentre l’esame scritto, a meno che non si facciano domande specifiche per gli studenti frequentanti, andrebbe forse a penalizzarli. Tuttavia in gran parte degli altri Paesi si usa fare esami scritti, non solo perché questo permette allo studente una riflessione più profonda e di gestire meglio le emozioni, ma soprattutto perché ciò aiuta lo studente a imparare una competenza che gli servirà senz’altro in futuro. Io sono favorevole all’esercizio dell’abilità di scrittura attraverso prove scritte, se è possibile poi dare un feedback sia sulla forma che sul contenuto (cosa molto difficile da fare con i numeri che si hanno alla triennale, e più fattibile nei corsi magistrali), ma il problema principale è che non tutti gli studenti sono obbligati a frequentare. Se ci fosse l’obbligo di frequenza si potrebbe programmare un calendario di argomenti, ciascuno da farsi entro un certo periodo e sul quale sostenere poi una prova scritta, o si potrebbero assegnare articoli e saggi da leggere a casa, su cui poi fare elaborati scritti, la somma dei quali costituirebbe la valutazione finale. Non essendo così, lascerei la scelta della valutazione attraverso paper scritti ai singoli professori.

Nelle facoltà umanistiche, dopo tre anni, allo studente viene richiesta una tesi senza che gli siano state fornite le competenze necessarie per scriverla. C’è soltanto un laboratorio dal titolo “Come si prepara la tesi di laurea del triennio” e ha dei posti limitati. Qual è la sua opinione a riguardo?
Insegnare a uno studente come si fa la tesi fa parte del lavoro di tesi. Il problema è che con i numeri che ci sono adesso si rischia di venire seguiti di meno. Uno degli obiettivi dell’elaborato finale è imparare come scrivere una tesi, ed è una cosa che si raggiunge. Io non ho visto grandi difficoltà nella maggior parte degli studenti, al di là di quelle iniziali. Si sceglie l’argomento e si fa una prima stesura che viene discussa con il relatore dal punto di vista strutturale, e quindi lo studente si corregge facilmente. Problemi ci sono invece per quanto riguarda gli esami scritti sostenuti al primo o al secondo anno, non so se per minore maturità dello studente o se per mancanza di elementi che aiutino a correggersi.

Il fatto che lo studente impari a scrivere una tesi correttamente, quindi, dipende soltanto dalla volontà o dalla possibilità che ha il suo relatore di seguirlo. Il che è innegabilmente un problema. Cosa propone come soluzione?
Penso che nuovi laboratori di scrittura, sia creativa che accademica finalizzata alla stesura della tesi, se voluti dagli studenti, possano essere la soluzione migliore. Mentre i corsi devono seguire dei regolamenti nazionali, i laboratori sono decisi e pagati dai dipartimenti, e quindi godono della massima libertà. Se gli studenti manifestassero, rivolgendosi ai rappresentanti degli studenti dei corsi di laurea o direttamente al Direttore di Dipartimento, l’esigenza di avere più laboratori di scrittura è possibile che questi vengano organizzati e affidati sia a professori particolarmente esperti nel campo che ai giovani ricercatori, che, avendo fatto i cinque anni più il dottorato, sarebbero molto bravi a occuparsi di argomenti simili.

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Haim Burstin, professore Ordinario di Storia Moderna nel dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca.

Qual è, secondo lei, la tipologia di esame migliore tra esame orale e esame scritto?
La nostra tradizione è l’orale. Io non ho un’idea precisa se sia meglio l’orale o no. Nella mia materia, la storia, ritengo che l’orale dia più soddisfazione.

Se si ha il tempo necessario, l’esame orale è una conversazione nella quale il professore può davvero capire cosa lo studente sa o non sa e può rendere il tutto un ultimo momento di didattica.

Un esame tradizionale di storia moderna durava sessanta minuti. Ora insegno a studenti che non sono storici di formazione e ho introdotto una formula diversa. Faccio una parte scritta e una orale. L’unione di esame scritto ed esame orale è un giusto compromesso fra il bisogno di sdrammatizzare le prove e renderle impersonali e il rendere la prova totalmente spersonalizzata. L’esame scritto può aiutare lo studente a riattivare la sua memoria, mentre nell’esame orale, avendo lo studente davanti a te, puoi capire dal modo in cui ti risponde se ha capito qualcosa e cosa ha capito, puoi aiutarlo a ricordare ciò che si è dimenticato, puoi proporgli accostamenti a cui non aveva pensato e fare scuola.

Nelle facoltà umanistiche, dopo tre anni, allo studente viene richiesta una tesi senza che gli siano state fornite le competenze necessarie per scriverla.
La tesi è uno shock. L’ultima cosa che hai scritto prima della tesi è il tema di maturità. Lo shock viene superato in maniera artigianale. Gli studenti si mettono le mani nei capelli e poi iniziano a improvvisare con la scrittura. Nei migliori dei casi si ha un professore che imposta il lavoro di ricerca, ma la stesura rimane un problema che devi risolvere da solo. Questo era un grande problema durante la laurea quadriennale. Con il passaggio alla laurea triennale la tesi è diventata meno importante, ma è rimasto lo stesso vizio.
E come si potrebbe rimediare a questo vizio e aiutare gli studenti ad avere delle solide basi di scrittura?
L’unico modo in cui l’Università potrebbe fare questo è con la moltiplicazione delle prove scritte. Io non credo che una persona che ha terminato con la maturità gli studi del liceo, e quindi ha in mano gli strumenti linguistici per scrivere un elaborato, abbia bisogno di una lezione su come si scrive. Bisogna invece moltiplicare le occasioni in cui si scrive. Si potrebbe pensare, prima delle tesi, a fare dei seminari brevi per laureandi dal titolo “Come si scrive una tesi di laurea”.

Nella facoltà di Lettere esiste un laboratorio dal titolo “Come si prepara la tesi di laurea”, ma è attivo per un semestre soltanto e ha posti limitati.
Questo è male. Bisognerebbe moltiplicare questo tipo di laboratorio, e declinarlo in seminari trasversali su diverse materie, umanistiche e scientifiche, che però si parlino tra di loro, e nei quali si spieghi come si fa una tesi di laurea. Non parlo tanto della ricerca, quanto del corredo. Come va presentata e come va scritta. Questo presupporrebbe che gli studenti sappiano già leggere, ammesso e non concesso. Se si chiede a uno studente come affronta un libro, lo studente cade dalle nuvole. Quando prendi un libro in mano dovresti fare dei gesti che sono scontati: guardare chi sia l’autore, scoprire a che periodo storico appartenga, se sia vivo o morto, se ci sia qualcosa di essenziale da sapere sulla sua vita. Questo equivale a ciò che bisognerebbe fare con un articolo di giornale, per cui si dovrebbe sempre sapere chi è che ti sta informando. Mentre se si chiede allo studente chi sia l’autore del suo libro, se sia uomo o donna, cosa voterebbe alle elezioni, lo studente non lo sa. C’è l’idea, che va superata tramite l’insegnamento, che la cultura sia oggettiva, e che un libro, come un articolo di giornale, dica più o meno la verità. Il problema è epistemologico: bisogna abituare lo studente a maneggiare nel modo giusto lo strumento libro. Questa è la pregiudiziale per cui lo studente poi scriva in modo appropriato non solo formalmente, e anche questo va insegnato quando si istruisce lo studente su come scrivere la tesi di laurea. Questo e tutta una serie ti accorgimenti stilistici: frasi brevi, punteggiatura di un certo tipo, come destreggiarsi nell’arte della citazione.
Io credo che sarebbe opportuno fare corsi di questo tipo, e che, siccome si possono risolvere in poco tempo, che siano erogati a turno da vari professori, o che siano erogati dal singolo professore per i suoi laureandi. Quando si ha un grappolo di venti laureandi, si fa una seduta di un paio di ore, che sia non obbligatoria ma altamente consigliabile, per prevenire errori che sarebbero poi da correggere al momento della stesura.

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John Young, Collaboratore ed Esperto Linguistico di Lingua Madre, Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere dell’Università degli Studi di Milano.

Qual è, secondo lei, la tipologia di esame migliore tra esame orale e esame scritto?

È indubbio che l’esame orale avrebbe i suoi vantaggi se fosse fatto bene, in lungo tempo. Ma il tempo medio di quindici minuti è davvero troppo poco rispetto alla quantità di lettura richiesta. L’esame orale spesso è fatto con noncuranza, senza proporzionalità e acquisisce una natura aleatoria per cui lo studente può essere mandato via per un dettaglio, per aver iniziato male.

Uno degli ovvi vantaggi di un tema scritto, invece, è il fatto che nell’arco di tre ore lo studente può gestire tutte le informazioni che ha acquisito. Inoltre l’esame scritto rimane, è un documento ufficiale pubblico di cui si può parlare in commissione ed è possibile chiedere un giudizio neutro su di esso ad altri. Sembra in tutti i campi superiore.
Sono sempre stato incuriosito dal perché ci sia in Italia la tradizione dell’esame orale. Mi viene da pensare che sia dato per certo che se l’esame fosse scritto si copierebbe o verrebbe truccato in qualche modo. E allo stesso tempo che sia l’aspetto pubblico dell’esame orale a garantire la trasparenza e la regolarità del giudizio, sempre in un contesto un po’ triste per cui si da per scontato che altrimenti ci sarebbero irregolarità.

Tornando ai vantaggi dell’esame scritto si può dire che insegna l’organizzazione del pensiero. Insegna una delle cose fondamentali per le materie umanistiche in Gran Bretagna, in Francia, in Germania e in tutta Europa. L’Italia è uno degli unici Paesi a non avere questo sistema. La forma scritta domina per un motivo ovvio, perché insegna a organizzare e comunicare il sapere in modo chiaro e coerente.

Ed è una competenza che verrà poi valutata dai datori di lavoro, che sanno che un laureato in storia o in filosofia, pur non sapendo un mestiere, è in grado di fare una ricerca, ordinare le informazioni e esporle poi in maniera chiara e corretta. Questa capacità organizzativa e comunicativa non si acquisisce con gli esami orali, soprattutto se non sono fatti bene.
Io ho tentato, all’interno del sistema italiano, di fare un esame di letteratura che fosse il più possibile simile al concetto anglosassone, dando tempo allo studente per l’organizzazione del pensiero, in modo che la sua risposta, anche se orale, possa essere ragionata e illustrata con uno schema. Ma si è talmente abituati al rigurgito non programmato di conoscenza a seconda del tasto schiacciato dal professore, che si ha una difficoltà culturale ad affrontare l’idea. Se davo un foglio bianco per aiutare l’organizzazione del pensiero a uno studente non frequentante, con una domanda che invitava alla schematizzazione, o il foglio rimaneva bianco o veniva ricoperto da un clamoroso “stream of consciousness” prodotto dal tentativo di scrivere un tema in cinque minuti. Il che rispecchia un difetto organizzativo: non si è in grado di fare uno schema, anche quando lo schema è offerto dalla domanda.

È vero che il sistema anglosassone presenta il problema opposto, ovvero la completa assenza dell’orale?
È vero che l’orale non viene valutato. Tuttavia l’insegnamento è basato molto di più sullo scambio di opinioni, quindi dal punto di vista pratico il problema non c’è. Io ho frequentato un’università privilegiata, Cambridge, in cui l’insegnamento è fatto in gruppi ristretti di quattro o cinque persone con il professore, con il quale è necessario essere in grado di sostenere un dibattito. Se qui si prova a dare l’opportunità di parlare agli studenti, c’è intanto un problema di numeri evidente (con 120 studenti lo “student talking time” si riduce inevitabilmente), ma è anche molto difficile coinvolgere la classe. Si è creato un mostro di passività. Lo scambio di opinioni non è normalmente richiesto. Le lezioni sono per la maggior parte cattedratiche, spesso addirittura lette dal docente davanti al pubblico, che non reagisce se non per prendere appunti. L’esame è il rigurgito della stessa cosa da parte del soggetto passivo verso l’esaminatore.

Nelle facoltà umanistiche, dopo tre anni, allo studente viene richiesta una tesi senza che gli siano state fornite le competenze necessarie per scriverla. C’è soltanto un laboratorio dal titolo “Come si prepara la tesi di laurea del triennio” e ha dei posti limitati. Qual è la sua opinione a riguardo?

Nella richiesta della tesi non c’è coerenza. In Gran Bretagna si è abituati a fare essays al liceo, si continua a fare essays all’università e si culmina in una dissertation più lunga che può essere vista come momento finale o come ingresso nella carriera accademica. Invece qui in Italia per tanti anni non si fa niente, e poi improvvisamente si deve fare tantissimo, con risultati spesso infelici.

C’è una bellissima espressione inglese che dice: “We painted ourselves in a corner”. Ci siamo infilati in un angolo da cui non sappiamo più come uscire quando abbiamo insistito per avere la tesi alla laurea triennale. Non solo abbiamo un problema di inflazione di valutazione nelle discipline umanistiche, per cui diamo sistematicamente voti ridicolmente alti a tutti, sminuendo l’università come istituzione e svalutando il valore futuro della laurea, ma inoltre, dopo tre anni, chiediamo una tesi a migliaia e migliaia di studenti, che ormai infatti si arrampicano sugli specchi per trovare un argomento. La tesi triennale non rispecchia la preparazione accademica degli studenti, è qualcosa di scollegato, imposto e che porta allo stremo la disponibilità di risorse umane dell’Università, per cui per ogni docente le tesi sono un incubo. Il docente deve presenziare in commissione a tesi che in realtà non vengono valutate. Ed esse spesso non vengono valutate accuratamente nemmeno dal relatore, che le manda avanti come in un mulino burocratico. Soprattutto, la tesi richiede di passare dal non esercizio regolare di una capacità scritta a una scrittura non mirata ma di altissimo livello. L’operazione finisce per essere fasulla. Come si legge tra le righe di tante pubblicità, gli studenti volendo possono anche comprarsi la tesi, oppure, dovendola fare, come in Mediazione Linguistica, su materie non portate all’argomentazione come la traduzione, tendono a gonfiare il linguaggio e a scrivere 10 parole quando ne servirebbe una, giusto per arrivare al numero di pagine richieste.

Presi in considerazione questi problemi, a quale conclusione si arriva?
Qualsiasi argomento si tocchi, si arriva al grande problema della non selettività dell’Università, che alla fin fine non fa bene a nessuno. Comprensibilmente è stato, ed è tutt’ora, un idolo sacro dell’amministrazione italiana. Ma è inutile se rimane solo sulla carta. Se tutti hanno il diritto di avere una laurea che non vale nulla, non è una grande conquista sociale. Anche se non è bello dirlo, io mi vergogno di far passare agli esami molti degli studenti che promuovo. Penso che grossomodo un terzo degli studenti che prendono un voto positivo al mio esame non meriterebbe di ottenere una laurea nella materia che insegno. Non solo non la meriterebbero, ma non ha senso che la ottengano. Se la possono avere loro, è ovvio che laurea perde di valore, non è selettiva. La cosa mi mette in imbarazzo se penso ai tanti studenti bravi, validi, intelligenti, curiosi e capaci di esprimersi in inglese che dovrebbero arrivare a una qualifica che sia selettiva e abbia un valore sul mercato del lavoro. E invece si ritrovano tutti con la stessa cosa, con la stessa fascia di votazione a causa dell’inflazione delle votazioni. Ma non posso fare il don Chisciotte e impedire alla gente di passare il mio esame, obbligatorio per arrivare alla fine, se sono l’unica persona in tutto il corso di laurea ad avere questa politica. Mi sono dovuto adeguare. Questa è l’unica scusante che posso offrire.

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Esaminate le opinioni di alcuni nostri professori, c’è da chiedersi ora che cosa vorrebbero gli studenti. Da studentessa ritengo che il fatto più grave sia l’incoscienza di tanti che arrivano all’Università e accettano tutto quello che viene loro posto di fronte.

Ci troviamo ad avere a che fare fin troppo spesso con lezioni ed esami portati avanti con approssimazione e noncuranza, con professori non disposti a considerarci degni di attenzione o educazione, con voti che, in bene o in male, non rispecchiano affatto la nostra preparazione. E il tutto viene accettato come perfettamente normale. Questo deve cambiare.

Lo studente deve iniziare a pretendere che il servizio universitario sia migliore.
Lo studente deve iniziare a capire che è inutile rallegrarsi della facilità con cui fioccano i 30 e che un’Università affrontata con superficialità non porta a nulla, se non a una laurea svuotata di significato.
Lo studente, insomma, deve acquistare consapevolezza dell’importanza della sua carriera universitaria e del suo ruolo.
Soltanto questo può portarci a una nuova serietà, ad avere la volontà di chiedere esami fatti meglio anche se sarà più faticoso superarli, di chiedere corsi che ci rendano competenti e ci permettano di fare un buon elaborato finale. Dobbiamo capire che rialzare il livello della nostra Università è qualcosa a cui dobbiamo lavorare anche noi. La soluzione non sta, forse, nella selettività all’ingresso, nel permettere soltanto agli studenti migliori l’accesso all’insegnamento universitario.
La soluzione sta nel rendere lo studente in grado di credere in quello che fa in vista del suo futuro, perché credendoci pretenderà il meglio (e a nessuno tutto questo suona stupido e utopico quanto a me).

Bianca Giacobone
@BiancaGiac

Bianca Giacobone
Studentessa di lettere e redattrice di Vulcano Statale. Osservo ascolto scrivo. Ogni tanto parlo anche. E faccio il mondo mio, poco per volta.

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