Internet è bello per un sacco di cose ma non è democratico perché a 13 vostri amici piace questo elemento

Domenica avete rotto un uovo di cioccolato e ci avete trovato dentro un’intervista a Casaleggio di Barbacetto e Gomez. L’evento, di mirabile rarità e denso di facile retorica, è stato riportato da varie altre testate con pezzi di commento nel vano tentativo di rapinare qualche visualizzazione ai vostri famelici occhi. (Sia ben chiaro, è quello che stiamo facendo anche noi, un poco.)
Varie analisi, tra cui un ottimo commento di Fabio Chiusi per Wired, si sono concentrate sulle dichiarazioni di Casaleggio su quanto sia difficile gestire una “democrazia diretta”, come se il problema fosse risolvibile attraverso nuove norme sociali, o peggio, attraverso nuovi e migliori piattaforme di discussione online.

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Il problema: internet è bello per un sacco di cose, ma è empiricamente provato non funzioni come piattaforma di discussione.

Eppure internet è stato inventato come sede di condivisione e discussione scientifica, pubblicare articoli è partecipare in una discussione, l’esistenza stessa di Twitter e Facebook dimostra che discutere su internet è la realtà. È facile trovare la trama comune delle opinioni di chi, per valori filosofici o politici, crede a internet come piattaforma di democrazia — si rifiuta la critica sottolineando l’innegabile realtà che la gente su internet discute.
Nessuno discute questo, ma apriamo tutti le banane al contrario, ascoltiamo la radio in automobile con le chiavi in posizione MAR, e discutiamo via internet anche se internet non funziona affatto bene come piattaforma di discussione.

Quando Casaleggio annuncia che il Movimento 5 Stelle sta cercando appoggio di una società terza che certifichi il risultato delle votazioni, ignora un problema concettuale dell’organizzazione di una democrazia diretta online: le opinioni espresse sono vacillanti e sostenute solo dall’innato desiderio di sicurezza garantita dal conformismo, garantendo sempre la vittoria dell’opinione espressa dagli utenti più popolari della comunità.

Uno studio dello scorso agosto dei ricercatori Lev Muchnik, Sinan Aral e Sean J. Taylor suggerisce che le dinamiche di diffusione delle opinioni online siano più complesse di quanto precedentemente previsto.
Lo studio, effettuato nell’arco di cinque mesi su centomila soggetti, proponeva all’utente pagine web alterate in due modi diversi, oltre ad un gruppo di controllo. La prima alterazione mostrava, attraverso un sistema di up vote e down vote, un sentimento positivo nei confronti di un determinato set di commenti, la seconda invece sottraeva un voto a tutti i post popolari.
Il risultato dimostra empiricamente la tendenza dell’Internet sociale ad alimentare una herd mentality.

Il 32% degli utenti finiva sistematicamente per votare i commenti con più up vote, drogando il risultato finale dei “punteggi” di ogni pagina di circa il 25%.

Gli utenti campione si sono dimostrati particolarmente facili da sviare: all’interno della comunità i ricercatori hanno osservato come tra utenti si vengano a formare relazioni interpersonali di base etichettate nello studio come friend e enemy. Il voto veniva puntualmente drogato dalla tendenza di utenti meno radicati nella comunità di mantenere queste relazioni costanti, votando a favore o contro singoli commenti secondo quella che sembra essere una pressione sociale digitale invisibile ma onnipresente.

Il concetto di herd mentality non è nuovo, anzi, è fondamento della psicologia delle masse dalla fine del 1800. L’influenza della pressione sociale sulle proprie opinioni viene studiata per la prima volta da Sigmund Freud e Wilfred Trotter nel saggio Instincts of the Herd in Peace and War. La teoria freudiana si poggia sugli studi di psicologia delle folle di fine XIX secolo di Tönnies e sostiene che l’aderire ad un gruppo permette all’individuo di sbloccare il proprio inconscio. Al super io si sostituisce così un leader, o un gruppo di popolari all’interno del gruppo, e opinioni e reazioni che verrebbero altrimenti poste sotto maggior autocontrollo hanno modo di esprimersi. Freud sostiene che solo attraverso la ribellione dei membri del gruppo ai propri leader è possibile ripristinare la propria moralità individuale.

Ma come si forma l’opinione dominante all’interno, se tutti seguono una generale opinione dominante? Una semplice spiegazione viene data dalla Teoria della convergenza, come evidenziato anche da Floyd Henry Allport nel 1924. Un gruppo è in origine nient’altro che una congrega di persone simili, con idee e opinioni vicine. In seguito, quando il gruppo si espande e perde di omogeneità, i nuovi membri tendono a seguire l’opinione del nucleo guida.

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Uno studio del 2006 di Salganik, Dodds e Watts sulla predicibilità del successo di hit musicali nel mercato digitale contemporaneo mostra dati sconvolgenti sulle più basiche pressioni sociali sui nostri gusti e opinioni. Lo studio, che sottoponeva i candidati ad un blind test musicale, rileva una fondamentale imprevedibilità al gusto della massa. Il dato più interessante al nostro percorso è però tangenziale: nel pool di utenti a cui insieme alla musica erano mostrati dati indicanti quali canzoni gli altri partecipanti avevano preferito, Salganik ha rilevato una drammatica polarizzazione delle preferenze tra le “migliori” canzoni e le “peggiori”. Il solo sapere cosa era piaciuto agli altri aveva influenzato il gusto dei candidati.

I risultati delle consultazioni del M5S suggeriscono, con l’interessante eccezione della votazione sull’incontro con Renzi, che il fenomeno della herd mentality non risparmi il movimento politico grillino.
La consultazione per scegliere tra proporzionale e maggioritario ha visto il proporzionale vincere del 62.2%, quelle sul reato di clandestinità hanno visto la ragione prevalere al 63.5%, per la correzione del proporzionale con metodo del divisore rettificato 60.5%, per il proporzionale puro 62.95%.

Quando Casaleggio discute di far vidimare il risultato da agenzie terze e di migliorare il software in uso per garantire la democrazia diretta volutamente dimentica che c’è qualcosa che non si può comprare, aggiornare, o chiedere a nessuno — la completa razionalità della specie umana.

Sta ai singoli valutare se il costo politico e economico per la nazione dell’esperimento del Movimento 5 Stelle sia ragionevole, e di certo è interessante da osservare.
Ma i presupposti perché sia possibile organizzare un movimento attraverso la “democrazia diretta online” non ci sono, perché online non c’è democrazia.

Alessandro Massone
@amassone
Photo credit CC Matteo Pezzi
Alessandro Massone
Designer di giorno, blogger di notte, podcaster al crepuscolo.

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