Da rileggere per la prima volta
I fuochi del Basento,
di Raffaele Nigro

Abito a Milano dal dì in cui venni alla luce; son ormai più di vent’anni, ma – caso che, d’altra parte, mi accomuna alla maggior parte dei miei concittadini – le mie ascendenze son tutt’altro che meneghine, e per di più tutt’altro che lombarde (non che abbia poi mai trovato fra i miei conoscenti uno la cui stirpe fosse aborigena di Milano-Milano).
Sentendomi dunque immigrato in questa città in cui forse immigrati son tutti, mi volgo spesso nei momenti di sconforto alle mie salde radici familiari, abbarbicate indissolubilmente alle dolci e fertili pendici del monte Vulture, cui le mie linee paterne e materne dovettero il loro sostentamento sin da quando si sia serbata la loro memoria.
Essendo io lo scapestrato ed esiliato rampollo di un così venerando ceppo, e per di più il primo con velleità e passioni letterarie, non poterono bastare i pur ottimi cauzuncidd della zia o il celebre e fervente Aglianico a placare il mio bisogno di attaccamento alla terra dei miei avi. Andai dunque in cerca di letteratura, quella che letteratura mi è forse tutto, e specificamente di una letteratura che fosse di quelle mie terre, e che ne narrasse con accenti veraci a me che così poco posso viverle fisicamente, ma che pure sento materne.

cover

I fuochi del Basento è un romanzo di Raffaele Nigro, originario della città di Melfi, presso le cui mura vissero anche i miei antenati. Si tratta di un romanzo di impianto storico che vuole narrare le vicende di una famiglia di agricoltori del contado melfitano (i Nigro, appunto) dall’epoca, all’incirca, della fallimentare Repubblica Napoletana del 1799 all’Unità d’Italia. Il contesto in cui la narrazione si dipana è storicamente accurato, ma la principale peculiarità del romanzo sta nella modalità di rappresentazione della realtà, che in parte ricorda Verga, pur con premesse e propositi differenti. Troviamo infatti stralci che ricordano il discorso indiretto libero e la narrazione corale, ma soprattutto una focalizzazione totalmente interna della narrazione stessa, che dunque piega quest’ultima alla Weltanschauung e alle visioni vere e proprie dei personaggi umili che sono i protagonisti: il misticismo è vivo e presente, in un modo pressoché pagano, simile in qualche modo a quello che è il divino nella narrazione omerica (e penso di non essere l’unico ad aver sentito, in famiglia, un parlare di incubi chinati sui dormienti a bloccare loro respiro e movimenti, oppure di profezie fatte da preti misteriosi, per non sconfinare negli onnipresenti sogni popolati di cari defunti e dei loro consigli). I personaggi, per lo più psicologicamente approfonditi e ben formati, rappresentano in sé i principali temi del romanzo, per non dire i principali protagonisti della storia meridionale del XVIII secolo, tra stanziali famiglie patriarcali contadine, soldati regi e briganti (pure io ho un lontano prozio impiccato in piazza), e illuministi napoletani; e, a parte i più umili (che comunque, sotto forma della famiglia Nigro, sono il ramo principale della vicenda e coloro su cui ricade la focalizzazione narrativa), gli altri personaggi sono pressoché tutti storicamente attestati, e ricostruiti nella loro caratterizzazione secondo quando si possa rivelare dalle fonti.

Il volume insomma è un romanzo davvero piacevole, in cui prepondera l’elemento rustico e arcaico, sia nella sua scelta di una lingua italiana venata di dialetto, ma in cui il dialetto non si inserisce mai schiettamente, sia nella sua modalità di presentazione delle vicende, anche di quelle più tragiche: tutto appare un momento, nella sua crudezza, ma è incalzato e presto superato dal ritmo del tempo, dal ritmo delle scelte, delle emozioni, delle necessità umane.

A tutto pare soggiacere uno sfondo arcadico, nonostante sul finale l’atmosfera generale si faccia molto più cupa.
Eppure, se anche in quest’ultimo caso, come in fatti minori già illustrati in precedenza, il testo di Nigro riesce a svincolarsi dall’inevitabile e pressoché impossibile confronto con quella che è l’opera del Verga, è comunque destinato a porsi al di sotto di questa; e il confronto pesa molto sul libro, come su tutta la letteratura di questo genere. Comunque, anche dove il romanzo è più verghiano, si raggiungono livelli di qualità molto alta, perché gli scopi sono diversi: ad esempio, la lingua italiana usata, sotto cui corre una impetuosa, pulsante vena di dialetto, acquisisce un ritmo, una melodia, una capacità espressiva e realistica che evidentemente discendono dal suo passato come poeta, oltre che dalla diversa sensibilità che possiede chi è nato dialettofono, come sapranno i lettori di Meneghello.

Si tratta dunque di un libro adatto a pressoché qualsiasi lettore di buona cultura, anche se, ovviamente, l’unico pubblico genuinamente popolare a cui può aspirare è quasi esclusivamente quello dell’Italia meridionale. Il romanzo, del 1987, non è passato inosservato, avendo vinto il premio Supercampiello di quell’anno; i critici l’hanno per lo più paragonato alle narrative d’oltreoceano di un Borges o di un Marquez, io preferisco consigliarvelo nella sua natura di romanzo propriamente meridionale e pienamente italiano. Come già ci dimostrò più esplicitamente Carlo Levi, oltre che una piacevole lettura, in un testo di questo genere si può intravedere in filigrana lo studio di un’autentica società umana, arcaica forse nei costumi e nei modi, ma, se non viva, solo in decadenza, e che può permettere a noi polentoni che viviamo in mezzo a una “città che sale” per l’Expo 2015, di comprendere molte cose che abbiamo dimenticato, o schermato dietro queste torri e mura di vetro.

Stefano Santangelo
@sfnsnt
Stefano Santangelo
Studio lettere, scrivo e fotografo. Sarò un gonzo, ma mi piace il giornalismo di parte.

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