It’s better to burn out than to fade away
A vent’anni dalla morte di Kurt Cobain

8 aprile 1994. Gary Smith, un elettricista di Seattle, giunge in una grande casa nei pressi del lago Washington per un semplice lavoro di manutenzione. Quello che Mr. Smith non sa è che sta per imbattersi, suo malgrado, in una scoperta che segnerà profondamente il panorama musicale da lì a venire. Nella serra di quella casa immersa nel verde, infatti, giace esanime il corpo di Kurt Cobain. Si scoprirà successivamente che il leader dei Nirvana, di cui da qualche giorno si erano perse le tracce, si era sparato tre giorni prima. Un colpo di fucile calibro 20 alla testa. BANG! Ed è tutto finito. Il grunge è morto.

Accanto al suo corpo un foglio di carta―il testamento di un ragazzo semplice e tormentato. Un ragazzo che ha votato tutta la sua vita al rock ‘n’ roll identificandosi fino alle estreme conseguenze nell’iconica immagine del rocker dannato e autodistruttivo, che non può più convivere con l’apatia e il disinteresse nei confronti di tutto e tutti. Le droghe non bastano più.
E allora BANG! “It’s better to burn out than to fade away” (è meglio bruciarsi che spegnersi lentamente). Così si conclude il suo testamento. Parole prese in prestito da Neil Young che testimoniano tutto il suo tormento esistenziale e tutto il suo amore per la musica. Parole che colpiscono milioni di fan come una pugnalata nello stomaco.

Una tragedia a tal punto annunciata da apparire inevitabile quella di Kurt, che già un mese prima aveva tentato di farla finita in un hotel di Roma, con l’aiuto di un cocktail di farmaci e droghe. Poi l’ospedale, il coma farmacologico e giorni difficili scanditi dall’uso di droga, tanta droga. Un effimero tentativo di disintossicazione, la fuga e poi BANG! È tutto finito, questa volta per davvero.

Verrebbe da chiedersi se Kurt Cobain, prima di spararsi, avesse anche solo immaginato le conseguenze che la sua morte e, soprattutto, la sua vita avrebbero avuto sul futuro del rock. Già, perché l’eredità di Mr. Cobain e soci è immensa e tutt’oggi tangibile. La storia dei Nirvana (che in fin dei conti erano poco più di un’emanazione dello straripante talento di Kurt) è rivoluzionaria sotto molti punti di vista. E non parlo tanto del loro impatto musicale quanto più, passatemi il termine, di quello sociologico.

Il merito più grande dei tre di Seattle, infatti, fu quello di portare l’alternative rock al potere. La fine degli anni ’80 è un periodo di fermento culturale e di grandi innovazioni musicali. Il rock canonico è in crisi da quasi un decennio, le sue istanze ribelli sono ormai esaurite e un’intera generazione di giovani è in cerca di una nuova concezione di musica in cui identificarsi. Ecco, a grandi linee, spiegata la nascita dell’alternative rock.
A partire dai primi anni ’80 il sottobosco alternativo va via via infittendosi, dando alla luce numerose band di talento e portando una ventata di aria fresca sul panorama musicale americano. Nessuna di queste band, tuttavia, riesce davvero a sfondare e l’alternative rock sembra destinato a restare un fenomeno controculturale di nicchia.
Tutto ciò fino al 1991 quando i Nirvana, con il loro secondo album Nevermind, si trovano catapultati in testa alle classifiche di tutto il mondo, sdoganando il rock alternativo, con tutti i suoi tormenti e le sue psicosi, oltre i suoi confini abituali e spianando la strada a una nuova generazione di giovani musicisti.

Ma perché proprio i Nirvana? Il loro modo di fare musica, in fin dei conti, non aveva nulla di particolarmente innovativo. In molti, negli anni immediatamente precedenti, avevano sperimentato quella formula fatta di melodie paranoiche e chitarre distorte. Io credo che la risposta sia da individuarsi proprio nella figura di Kurt Cobain. Un leader tanto carismatico quanto vulnerabile che con la sua voce tremolante e le sue camicie di flanella incarnava alla perfezione il mito della rockstar decadente, traslandolo in un contesto tutto nuovo.

Oggi, a distanza di vent’anni, è evidente come la rivoluzione incarnata dai tre ragazzi di Seattle abbia cambiato per sempre e in modo irreversibile la storia del rock. Probabilmente la musica avrebbe preso una strada diversa senza di loro, anche se nessuno può dirlo con certezza. Ciò che c’è di certo è l’enorme influenza che Kurt e soci hanno avuto su gran parte della musica rock prodotta da quel fatidico giorno di aprile in poi, come testimoniano anche i numerosi tributi di alcune tra le più grandi rockstar di sempre, da Neil Young a Patti Smith, passando per i R.E.M. Tutto merito di un ragazzo biondo e timido e del suo talento smodato.
Resta il ripianto per una vita stroncata troppo presto, per tutto quello che poteva essere e non è stato. Ma forse, chissà, è davvero meglio bruciarsi che spegnersi lentamente.

Matteo Nava
@mttnva

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