Libertà è bassa partecipazione
Ultim’ora: non è andato a votare nessuno

Un dato su tutti, l’astensionismo. Parola truce, usata spesso a sproposito, sta a significare un “Atteggiamento continuato di protesta consistente nell’ostentata rinuncia a partecipare e collaborare ad ogni atto della vita politica” (DEVOTO-OLI, Dizionario della lingua italiana).

Alle elezioni svoltesi il 14 e 15 maggio, il dato dei votanti totali su 61.315 aventi diritto è dell’11,1%, rilevamento che, preso da solo, può lasciare sconcertati, ma come ci riferisce Lorenzo Migliorini di Unisì:

“Rispetto a due anni fa, quando i votanti furono 5800, l’affluenza è aumentata di un fattore dell’1,5% che, seppur minimo, costituisce un oggettivo miglioramento.”

“Ma ovviamente non basta, è importante (importantissimo) fare meglio. E c’è un solo modo per farlo, molto semplice e allo stesso tempo estremamente difficile: mostrare agli studenti l’utilità dei propri rappresentanti. Per poterlo fare, condizione necessaria è esserlo stati davvero. Uno studente messo davanti ad un cambiamento o provvedimento positivo, avvenuto su spinta dei suoi rappresentanti, non riuscirà più a sostenerne l’inutilità.”

Sempre Migliorini, riguardo alle cause di un dato dei votanti così basso sostiene che “L’astensionismo è il vero nemico delle liste candidate, e non le une contro le altre. È un fenomeno che nasce a livello nazionale, la nostra generazione ne è particolarmente colpita, ha origine dalla perdita di fiducia nelle istituzioni e nella democrazia rappresentativa. Tutto questo si riflette anche nelle Università, dove lo studente medio ritiene che a prescindere dai rappresentanti che verranno eletti, non cambierà mai nulla.
Oltre a questo si aggiunga il fatto che nella nostra università sono presenti moltissimi studenti pendolari, che frequentano i poli didattici giusto il tempo necessario per seguire le lezioni e dare gli esami… E poi subito tutti a casa, perché il viaggio può durare anche un paio d’ore per chi viene da più lontano. Un contesto del genere non aiuta certo a vivere l’università come sarebbe auspicabile. Inoltre anche il periodo di metà maggio non è dei migliori, poiché molti corsi sono terminati e gli studenti hanno meno lezioni (o nessuna), quindi un motivo in meno per passare in università.”
Si può aggiungere che, ben sapendo quali enormi macigni burocratici ci potessero essere, la selezione delle suddette date, periodo nel quale gli studenti, se non l’hanno diligentemente già fatto prima, iniziano a studiare come forsennati per la sessione estiva, non aiuta a concentrarsi sui programmi delle numerose liste.

Ma quale protesta?
Il menefreghismo diffuso che ha circondato le elezioni è stato senz’ombra di dubbio fagocitato dall’approccio ‘massivo’ che tutte le liste candidate, quale più quale meno, hanno adottato per coinvolgere gli studenti nella campagna elettorale. Ed è probabilmente da quel tipo di approccio che si è generato l’atteggiamento continuato di protesta menzionato sopra: un indagine condotta tra gli studenti ha evidenziato che molti ‘elettori’, i quali magari già avevano un sentimento di lontananza e disaffezione dalle rappresentanze, sono stati doppiamente scoraggiati dall’aggressività dell’approccio e dall’ambiguità di alcune dichiarazioni. A domanda specifica su eventuali collegamenti a partiti o gruppi politici, la risposta è stata prevalentemente evasiva e non trasparente. Su questo punto Migliorini si dice contrario: “Altre liste hanno sostenuto, in questa campagna elettorale, che l’astensionismo fosse dovuto alla “politicizzazione” di taluni gruppi. Tesi tuttavia che crolla alla luce dei risultati elettorali.”
Non paghi del clima di ‘terrore’ creatosi prima delle elezioni, si è assistito alla curiosa scena di alcuni soggetti che stazionavano minacciosamente in prossimità dei seggi e scrutavano con occhio indagatore ogni possibile elettore. Fortunatamente c’era la security.
Si era già scritto da queste pagine dell’importanza rappresentata da una partecipazione massiccia al voto, non tanto per dare il proprio appoggio ad una o all’altra lista, quanto per far capire a chi le regole le scrive che gli studenti ci sono e vogliono essere ascoltati.

La rappresentanza studentesca al 15% fa ridere quando gli elettori sono più di sessantamila, però se paragonata al numero dei votanti effettivi sembra quasi eccessiva.

Non ci sarà mai la volontà di mettersi davvero al tavolo e trattare se non ci sarà dietro una spinta comune della maggioranza del corpo studentesco.
La mediazione tra le rappresentanze studentesche sarà la necessità primaria negli organi direttivi della Statale perché: “Basti pensare che in CdA i due studenti presenti arrivano da liste diverse, che in Senato Accademico ci sono due rappresentanti di UniSì, due di Obiettivo Studenti e uno di Unilab, e la stessa situazione si ripropone in molte facoltà.
Tra di noi ci sono delle chiare differenze, tuttavia ci accomuna (spero) lo scopo di rappresentare i nostri colleghi studenti e di trasformare l’Università in un luogo sempre più a loro misura. Mi auguro che sia questo lo spirito che ci guidi sulla strada che stiamo per intraprendere. Che ognuno sia abbastanza responsabile da mettere da parte le differenze e pensare a lavorare bene; cercando di non perdere la propria identità e le proprie idee, certo, ma nemmeno “facendo a cannonate” senza il minimo tentativo di ricerca del dialogo.
Noi di UniSì siamo pronti a collaborare con chiunque la pensi in questo modo.”

Giulia Pacchiarini (@GiuliaAlice1) e Jacopo Iside (@Jacopoiside)
Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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