“Fuori i rosari dalle nostre ovaie”

Nella mattinata di ieri per le vie di Roma si diramavano, candidi e leggeri i cordoni di un corteo, autodefinitosi Marcia per la Vita – titolazione equivoca che parrebbe indicare la presenza di una qualche Marcia per la Morte – con lo scopo di rendere l’aborto, la pillola del giorno dopo, la Ru486 e simili appendici di apocalisse, illegali, abrogando la Legge 194. L’utopica realtà dai contorni angelicati per cui i manifestanti hanno sfilato ieri sullo sfondo di Castel Sant’Angelo, pare molto simile a ciò che si sta realizzando in territorio spagnolo dove, dallo scorso dicembre, continuano inesorabili le proteste contro la proposta di legge che intende porre nette restrizioni al diritto all’Aborto.
Fulcro delle manifestazioni spagnole è il “ Protection Act of the Life of the Conceived and the Rights of Pregnant Women”, che El Pais ha definito l’atto più restrittivo in trent’anni di democrazia, emanato il 20 Dicembre da Alberto Ruiz-Gallardòn, ministro della giustizia dal 2011 nel governo di Mariano Raioy, leader del Partito Popolare.

Fuori i rosari dalle nostre ovaie


Sin dalla sua nomina Ruiz-Gallardòn si era dichiarato più che favorevole ad una modifica del diritto all’Aborto, sancito in Spagna nel 2010, e bendisposto anche riguardo ad una possibile rettifica del diritto al Matrimonio Egualitario che sussiste nel paese dal 2004. Nonostante le contestazioni innescatesi sin dal primo annuncio e i ripetuti appelli dell’opposizione, in particolare del Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE), che aveva avanzato l’idea di votare a scrutinio segreto, la proposta è stata portata avanti e approvata dal governo poco prima della fine dello scorso anno. Affinché la legge sia resa effettiva manca solo il consenso del Parlamento, da dove il PSOE promette diplomatiche battaglie, del tutto inutili secondo Ruiz-Gallardòn, data la larga maggioranza di cui beneficia il Partito Popolare in sede parlamentare.

Alberto Ruiz-Gallardòn

Essenzialmente la riforma spagnola impone nuovi vincoli alla possibilità di aborto, limitandone l’applicazione a due soli casi: entro la quattordicesima settimana di gestazione se il concepimento è avvenuto a seguito di uno stupro o entro la ventiduesima settimana se vi sono rischi per la salute fisica o psichica della madre. Inoltre è introdotta la necessità per gestanti di minore età, di richiedere il permesso dei genitori per accedere all’aborto. Viene infine riconosciuta l’obiezione di coscienza a tutte le figure sanitarie a cui è richiesta la partecipazione durante l’intervento e non solo al medico come accadeva in precedenza. Gli aborti praticati nei casi non consentiti dalla legge verranno considerati atti criminali, per i quali saranno imputati unicamente gli operatori sanitari e non le donne che si sottoporranno alla pratica, che al contrario saranno considerate “Vittime di aborto” termine, secondo molte associazioni femminili, dalla marcata venatura paternalistica.
Organi di stampa, intellettuali, movimenti femministi, associazioni umanitarie e una buona parte della popolazione protestano attivamente dal 20 dicembre contro la possibile applicazione della riforma nella sua totalità e in opposizione a specifici dettagli sui quali si erige il testo di legge.

Ad animare le proteste non è solo la restrizione della legge, non solo la decadenza del diritto, non solo l’imponente intromissione dello Stato in quelle che sono questioni di personale e privata accezione. 
Uno dei principali motivi di dibattito è la possibilità, non lontana, che dall’applicazione dell’atto di legge aumenti esponenzialmente il numero degli aborti clandestini, spesso direttamente correlati con la morte della madre se compiuti in condizioni mediche e igieniche scarse o del tutto assenti. Osservando documentazioni storiche è provato che l’aborto non è una pratica recente – non è un abominio del ventunesimo secolo. Si tratta di un’operazione riconosciuta e resa legale recentemente, ma ciò non significa che prima non venisse praticata. Al contrario, vi sono testimonianze a tutti i livelli sociali e in diverse epoche, riguardo all’uso di infusi e tisane dagli effetti nocivi, sia per il feto che per la madre, adoperati per evitare gravidanze indesiderate e per nascondere la perdita di verginità da parte di giovani in età da marito. La possibilità che vi siano aborti clandestini, oltre che essere estremamente pericolosa, dà conferma di quanto sia inutile tale proibizione dall’impalcatura prettamente ideologica. L’ampliamento della norma che regola l’accesso all’Obiezione di Coscienza appare poi come un’ulteriore restrizione, come ci confermano molti casi italiani che narrano vicende di coppie indirizzate da un ospedale all’altro, da una regione all’altra, per mancanza di personale non obiettore.
La discussione si fa poi accesa quando si presta attenzione al neo-obbligo legislativo a portare a termine la gravidanza anche in presenza di gravi malformazioni nel feto, comprese quelle ritenute incompatibili con la vita. Inizialmente Ruiz-Gallardòn aveva compiuto distinzioni tra i diversi casi di malformazione ma poi, per evitare ambiguità, ha scelto di sostenere che “Non esistono embrioni di prima o seconda classe come non esistono persone di prima e seconda classe”. C’è quindi da chiedersi se costringere forzatamente una coppia o una donna a portare avanti una gravidanza il cui parto coinciderà con la morte del neonato in poche ore – come accade nella sindrome di Petau – sia ignoranza delle conoscenze medico sanitarie, crudeltà senza movente o follia.
Come può uno Stato arrogarsi un tale diritto, imporre un tale dovere e definirlo grazia, togliere la possibilità di scelta, come se prendere una simile decisione in ogni caso non fosse già difficile di per sé, complicato, lacerante.

Manifestazione

Delle tante ambiguità del testo di legge salta poi all’occhio l’assenza di una figura piuttosto importante – il Padre. Di fatto è descritta la responsabilità della madre di portare a termine la gravidanza, il diritto del nascituro, la colpevolezza del medico, degli operatori sanitari, mentre il ruolo di chi ha presumibilmente avuto una funzione complementare a quella femminile nel concepimento non viene citato. Questa mancanza, più o meno deliberata esclude il futuro padre dal diritto di prendere parte alla discussione, lo solleva da ogni responsabilità e ogni interesse, autorizzandolo all’indifferenza nell’anacronistica convinzione che la gravidanza sia una faccenda femminile, così come la crescita di un figlio o il suo concepimento.
Infine è naturale chiedersi provocatoriamente: se dunque l’atto di legge è costruito per la protezione dei concepiti, innocenti e privi del peccato originale – seguendo la logica di Ruiz-Gallardòn e dei cofirmatari – perché discriminare le creature concepite in una violenza? Se non esistono embrioni di prima o seconda classe, se della madre è rilevante solo la sopravvivenza fisica e psichica, se il padre non viene citato, è giusto allora abortire un feto frutto di uno stupro?

L’assurdità di questo testo di legge, che si contraddice e crolla sulle propria fondamenta, si ritrova proprio nella chiara volontà dei suoi autori di definire cosa sia giusto e cosa sbagliato, dove sia l’etica e dove la morale, dove la violenza e dove la giustizia, considerandosi detentori di una verità superiore. 
L’unica realtà inconfutabile che questo dibattito riesce a mettere in luce è che la decisione di avere e crescere un figlio deve continuare a spettare ad entrambi i genitori, con tutte le profonde e inscindibili difficoltà che questo comporta, nel limite temporale predisposto. 
Scegliere di abortire non è semplice o piacevole, è una scelta personale e complessa, per cui non sono e non devono essere richieste spiegazioni né dai marciatori per la vita né dai legislatori conservatori. 
A questi non viene chiesto di comprendere solamente di rispettare.

Giulia Pacchiarini
@GiuliaAlice1
Photo credit CC–BY Gaelx, Ayuntamiento de Fuenlabrada, Gobierno de España
Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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