Il futuro assente della Siria

ll signor Abdel Rahman è un rifugiato siriano che gestisce un negozio di abbigliamento a Coventry. Come seconda attività, è direttore nonché unico membro effettivo dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani – ente smaccatamente filo-ribelle che fino all’anno scorso, nonostante la dimensione puntiforme, era la fonte principe per i media d’Occidente quando si doveva parlare di Siria. Poi le cose sono un po’ cambiate. Qualcuno ha iniziato a porsi domande sull’attendibilità del signor Rahman e del suo istituto. Qualcun altro ha tirato fuori la sua biografia, non proprio candida. I media occidentali hanno iniziato a prendere lui e la sua idealizzazione dei ribelli un po’ con le pinze. Ma per fortuna gli affari del suo negozio non sembrano averne sofferto.

LA SIRIA OGGI
E’ un pandemonio aggrovigliato di violenza, confusione, interessi contrapposti e sovrapposti più o meno espliciti che si protrae da tre anni. Come i Balcani cent’anni fa e il Vietnam negli anni Sessanta, è un terreno di conflitto usato da potenze regionali e mondiali per combattersi una guerra indiretta e portare acqua al proprio mulino; i conflitti che non possono esplodere altrove sono fatti scoppiare in questo bubbone comodo per ognuno degli attori in campo.

Siria

Il primo livello di scontro è piuttosto semplice e vede il regime, guidato dal partito Baath e dal suo capo Assad, contro le formazioni dei ribelli. Gli scontri hanno avuto inizio durante la stagione delle Primavere Arabe ma sono degenerati presto in una guerra civile molto più cruenta che nei Paesi limitrofi. Dai disertori dell’esercito regolare che si sono rifiutati di sparare sulla folla in rivolta si è creato l’Esercito Siriano Libero: circa metà dei soldati di leva ha scelto di ingrossare i ranghi dell’ESL ― affiancati da non pochi alti papaveri del governo e dell’esercito. Ma, ad oggi, l’ESL non è l’unica formazione a combattere il regime: quasi subito è stata affiancata da gruppuscoli più o meno fondamentalisti e aderenti ad Al-Qaeda, da separatisti kurdi, da entità spesso incontrollabili e non coordinabili in cui combattono jihadisti provenienti da tutto il mondo.

Tra questi, l’ISIS – Esercito dello stato islamico della Siria e del Levante. Fondato nel 2004 in seno ad Al-Qaeda da Al Zarqawi ai tempi della guerra irachena, oggi l’ISIS si batte per conto proprio per creare un califfato integralista in Siria e Iraq. Già nel 2005 c’erano state frizioni con Al-Qaeda in quanto perfino i vertici della casa madre ritenevano il loro modo di agire eccessivo e brutale: non è stata una sorpresa quando il nuovo capo dell’ISIS, Al Baghdadi, ha rotto del tutto i rapporti con Al-Qaeda. Il 3 Gennaio 2013 l’ISIS è entrata ufficialmente in conflitto anche con l’ESL e le altre forze che, bene o male, ne riconoscono il ruolo di guida anti Assad; un mese prima il capo di Al Qaeda, Ayman Al Zawairi, aveva messo ben in chiaro come l’ISIS non avesse più niente a che fare con l’ organizzazione, rappresentata in Siria ‘’ufficialmente’’ solo dal Fronte Al Nusra. Si è creato così un triangolo truculento che ― complici sciacallaggi, interventi di gruppi come Hezbollah e separatisti curdi ― assomiglia sempre più a un tutti contro tutti.

Durante il primo anno di guerra i media dipingevano i ribelli come i luminosi paladini primaverili contro le tenebre del ferino Assad, ma ci si è ormai resi conto che alcuni gruppi non hanno niente da invidiare al regime in quanto a ferocia e disprezzo della vita umana. In Italia ha fatto molto scalpore il rapimento di Domenico Quirico ad opera di alcuni ribelli:

«Sono stati 152 giorni di prigionia, piccole camere buie dove combattere contro il tempo e la paura e le umiliazioni, la fame, la mancanza di pietà, due false esecuzioni, due evasioni fallite, il silenzio; di Dio, della famiglia, degli altri, della vita. Ostaggio in Siria, tradito dalla rivoluzione che non è più ed è diventata fanatismo e lavoro di briganti.»

Siria PicMonkey Collage

E’ anche per la certezza di non potersi fidare di questi ribelli che gli Stati Uniti esitano ad intervenire come in passato in Medio Oriente. Dopo un periodo in cui si sono limitati a fornire armi più o meno sottobanco all’ESL e ai gruppi meno filoqaedisti, nel settembre dell’anno scorso sembrava questione di giorni prima che i droni statunitensi sciamassero su Damasco: il Presidente Obama aveva in precedenza posto come ‘’linea rossa’’ (oltre la quale sarebbe scattata la reazione armata americana) l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime. E Damasco, quella linea, l’estate scorsa sembrava averla varcata. Ma, dopo una trattativa palpitante e ricca di colpi di scena, gli statunitensi si sono rimangiati la parola: nessun americano ha messo piede sulla terra siriana. L’opinione pubblica statunitense era fermamente contraria a un nuovo conflitto; inoltre, non sembrava conveniente imbarcarsi in una guerra del quale non si vedeva una via d’uscita in tempo breve e un partito su cui puntare nettamente come alleato e alfiere di una futura democrazia occidentale d’asporto. E solo pochi giorni fa Assad si è di nuovo permesso di utilizzare armi chimiche negli scontri con i ribelli ― che peraltro ne hanno fatto uso a loro volta nel corso della guerra.

Non solo. In Siria ci sono svariati interessi che anche una potenza come quella americana non può permettersi di calpestare a cuor leggero. Lo scrivevamo all’inizio: la Siria è diventata un luogo dove sfogare tensioni internazionali e avanzare sullo scacchiere regionale e globale. Chi controlla la Siria si avvicina a essere la potenza egemone del Medio Oriente. L’Iran, nonostante una scarsa simpatia per Assad, sostiene il regime in funzione antisaudita; l’Arabia cerca di rovesciarlo armando i ribelli, ma nemmeno lei riesce ad avere il pieno controllo delle brigate rivoltose. Oltre alla politica entra in gioco la religione ― l’Arabia è sunnita, l’Iran è sciita. Dietro questi due burattinai ce ne sono altri, che muovono ruote più ampie e nascoste. La Turchia, quando non fa andare le mani sul fronte interno, mostra i muscoli al regime di Assad ma in fin dei conti si tiene in disparte; l’Egitto del generalissimo Al Sisi non può vedere il partito panarabico dei Fratelli Musulmani combattere con i ribelli ed è solo contento se Assad massacra un po’ di quelli siriani. La Cina vuole stabilità in Medio Oriente: ha paura che il prezzo dell’energia cresca troppo e che i separatisti uiguri, spina nel fianco di Pechino, traggano nuova linfa da un incremento del fondamentalismo islamico internazionale. Ma il principale alleato del regime è la Russia, che mantiene sulle coste siriane alcune basi navali, risalenti ai tempi di un’alleanza molto stretta tra Siria e Unione Sovietica. Israele intanto si muove nell’ombra: dietro una neutralità di facciata ha interesse che il regime di Assad cada, ma non vuole rischiare ritorsioni da parte del regime o da Hezbollah, che agisce in favore di Assad dal vicino Libano.

Mideast Syria

In tutto questo, come si comporta l’Italia? Storicamente, il nostro Paese ha sempre avuto un ruolo rilevante, anche se non sempre evidente, nei rapporti diplomatici tra Occidente e Paesi arabi, il più delle volte teso alla distensione: in questo conflitto ha tenuto un ruolo di mediatore durante la crisi chimica del settembre scorso ― non a caso le armi chimiche siriane in via di smaltimento transiteranno per il porto di Gioia Tauro. Ciononostante, va ricordato come il nostro Paese sia il primo esportatore di armi leggere verso le nazioni confinanti con la Siria: flussi le cui dinamiche sono poco chiare ma la cui destinazione effettiva lo è fin troppo.

C’è inoltre un fronte dal quale non può tirarsi indietro: quello dei profughi e della loro accoglienza. Più di due milioni di siriani hanno lasciato la loro terra. Qualcuno si rifugia nei Paesi vicini; molti lasciano la Siria alla volta della Libia, da cui si imbarcano verso la nostra penisola o verso la Grecia in modi tristemente noti. La maggior parte di questi migranti è diretta verso i Paesi del Nord e del centro Europa — l’Italia è solo la porta di accesso al continente. Gli accordi comunitari del trattato sull’immigrazione di Dublino, però, affidano la gestione delle richieste di asilo solo al primo stato membro dell’Unione raggiunto dai profughi. In breve: un siriano che volesse far richiesta di asilo alla Germania ma venisse registrato come sbarcato a Lampedusa sarebbe costretto a presentare la sua domanda all’Italia. Ecco perché gli stati del Sud si ritrovano ad essere un pianerottolo sovraccarico. Il governo italiano ha a più riprese (ad esempio, in occasione della strage a Lampedusa di qualche mese fa) chiesto di aprire una discussione per procedere a una revisione dei trattati. Ma i Paesi del Nord si guardano bene dal mettere in discussione un cavillo che ostacola l’arrivo di grandi masse umane nel loro territorio, specie in campagna elettorale e complice la forza non proprio incisiva delle richieste di Angelino Alfano. Sarebbe tuttavia interessante sapere cosa pensano davvero della Convenzione di Dublino i candidati alla presidenza della Commissione.

In tutto questo, chi ci rimette di più è naturalmente il popolo siriano. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani sostiene che le vittime siano più di 150.000. Anche a non fidarsi del signor Rahman, è indubbio il numero sia comunque altissimo. E’ difficile fare previsioni sulla fine del conflitto: nessuno è in grado di prevalere, ma soprattutto nessuno dei possibili vincitori sembra avere l’autorità per edificare, un domani, qualcosa sulle ceneri del Paese. Se vincesse Assad, come potrebbe reinstaurare un governo sul popolo che ha massacrato senza ritegno per anni? E se prevalessero i jihadisti, come potrebbero edificare uno stato islamico, sul modello afghano, con le particolari condizioni di multietnicità dello stato siriano? Ma, soprattutto: la Siria è uno stato disegnato nel Novecento dalle potenze coloniali europee, in modo quasi del tutto arbitrario. Al termine del conflitto, avrà ancora senso la parola ‘’Siria’’?

Stefano Colombo
@Granzebrew

Photo credits: Aleppo Media Center,UNRWA ,
Lettera43, El Pais, Internazionale

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Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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