La narrazione prima di tutto
Intervista a Moni Ovadia

In questi anni tanto è stato scritto in merito al dramma dell’Olocausto, tanto è stato prodotto, registrato, messo in scena, portato nelle sale, realizzato. Nel 1985, però, sarà il regista francese Claude Lanzman, direttore di Les Tempos Modernes, a dare alla luce un progetto cinematografico che, più di ogni altro sul tema, verrà definito un capolavoro. Il docufilm si intitola Shoah e concentra dodici anni di lavoro, basandosi unicamente sulle testimonianze di sopravvissuti al genocidio. Poco viene mostrato oltre il volto di coloro che narrano la propria storia, accompagnati da immagini di quei campi di sterminio anni dopo la liberazione: vuoti, stagliati su panorami collinari, irriconoscibili eppure ancora in grado di evocare terrore ed incredulità.

Il 29 e il 30 maggio, l’Università Statale di Milano ha scelto di mettere in scena Shoah, dividendolo in due giornate a causa della durata del lungometraggio, in ricordo della strage di esseri umani compiuta tra il 1933 e il 1945 nei Lager nazisti e in particolare della liberazione dell’ultimo di questi, Mauthausen, avvenuta i 5 Maggio 1945.

moni ovadia shoah

Giovedì, per introdurre la pellicola l’Università ha invitato a parlare Moni Ovadia, attore, drammaturgo, attivista politico di origine ebraica e Melania Novello Paglianti, rappresentante del Collettivo GayStatale.
Uno dopo l’altra e poi insieme, hanno dato vita ad un discorso uniforme e provocatorio, iniziando da una descrizione del film — compiuta da Moni Ovadia, che ne traccia la capacità di modificare la percezione della Shoah incarnando “L’assoluto in un’opera” e “dicendo l’indicibile senza mostrarlo” — e attraverso l’importanza della narrazione, della pietas artistica che ne scaturisce, la verità incontrovertibile che nasce dal racconto sincero che un uomo può fare di sé. Racconto che, come Melania spiega poi, è stato per lungo tempo negato a coloro che vennero deportati perché appartenenti – o accusati di appartenere – alla comunità LGBT e come tali, dopo la liberazione del ’45, di nuovo arrestati a causa del reato di omosessualità, vigente nella maggior parte degli stati europei fino agli anni ’60-‘70.

La paura di testimoniare, di ricordare, ha fatto calare un silenzio ingiusto e malato sulle identità dei deportati, costringendoli a nascondere una verità già difficile di per sé e resa ancor più complessa dall’ipocrisia delle istituzioni, che anche negli ultimi anni tendono a sorvolare sui crimini compiuti dai propri predecessori, continuando a definirsi “Un popolo di brava gente”.

L’impossibilità di parlare, di comunicare, di dare espressione ad un pensiero, è qualcosa che oggi è difficile comprendere, per la grande diffusione di mezzi che permettono di scambiarsi messaggi, informazioni, commenti e opinioni istantaneamente. Anche queste sono narrazioni?
[Risponde Moni Ovadia]
Ciò che caratterizza una narrazione soprattutto se vista e ascoltata, è la capacità di trasmettere in profondità; la narrazione trasmette emozioni, smarrimenti, conoscenza, sapere, inquietudine, paura, gioia, esprime tutto in profondità. I tweet sono solo superficie: funzionano, danno la possibilità di raggiungere livelli di sapere mai raggiunti prima, però ascoltare dal vivo una persona che ti parla e racconta le proprie esperienze è insostituibile. Per questo io faccio teatro, perché nel teatro c’è la presenza dei disagi dell’uomo, i sudori, i malesseri, perfino la sua mediocrità diviene sublime in una dimensione del teatro dove lui rivela la sua povera vanità.

È quindi la narrazione che legifera l’evento? Senza Narrazione orale l’evento perde concretezza?
L’evento è la vita. Ma come può essere spiegato a chi non c’era? Fino a ché non vi è una narrazione, non vi è nemmeno la metabolizzazione dell’episodio, qualsiasi esso sia. Molti dei testimoni della Shoah, sono stati zitti per anni, ma solo quando hanno parlato hanno permesso che la loro storia si liberasse nel suo senso, si aprisse all’altro perché un evento così temuto e conservato all’interno di sé, rischia di perdersi, di trasformarsi in patologia.

La narrazione è terapeutica, per chi la fa e per chi la ascolta, permette di decidere non del passato, ma almeno del futuro che quel passato ha causato.

Ogni narrazione, anche la più cruda, dà profilo umano agli eventi, ai personaggi — dà la complessità che un qualsiasi prodotto dell’immaginazione, qualsiasi fiction, non potrebbe mai dare. Naturalmente però bisogna tenere conto del fatto che nessun racconto è oggettivo, ma ognuno è diverso dall’altro, non migliore o peggiore, ma diverso.

Quale è oggi la principale fonte narrativa?
Probabilmente la Bibbia rimane ancora oggi la più grande fonte narrativa. Uno dei rabbini che si sono occupati di pubblicarne l’ultima edizione, una volta mi ha detto “Io non so se Abramo sia esistito, qualcuno però ne ha raccontato la storia e l’ha pensata possibile”. Dai vuoti che queste storie lasciano, nascono quelle che nella tradizione ebraica sono le “storie ad origine interpretativa”: un esempio è quella che segue la narrazione dell’Arca di Noè — di cui tra l’altro Don Gallo diceva “Non criminalizzate la Marijuana, se c’è significa che quel giorno fu salvata pure lei” — che racconta Noè devastato dalle morti che l’ira divina ha provocato, dai cadaveri, dai relitti, e si chiede il perché di tutte queste morti, ma, come gli viene ricordato dalla figura divina infuriata, avrebbe potuto chiederlo prima che tutto avvenisse.

Insegnare a narrare è ancora possibile?
A scuola io farei il corso di narrazione, cominciando dalla propria vita, per poi andare oltre, rinarrando parole altrui. Avevo proposto di ricordare il 25 aprile, iniziando il 24 notte con la “cena della libertà” consumata con il “pane della libertà “ e il “vino della libertà”, con tavoli dovunque, sotto la galleria, nella loggia dei mercanti e, mangiando, ascoltare un partigiano raccontare la propria esperienza; dove non ci fosse stata la possibilità di un racconto di prima mano, avremmo ascoltato un giovane che sia stato testimone di un racconto e lo sappia riportare. Poi alla mezzanotte, tutte le Chiese dovrebbero cantare la Salmodia della Speranza, di David Maria Turoldo, che ha trascritto la resistenza antifascista come una messa. Poi dal giorno successivo, iniziare a ricordare episodi nelle scuole, trovarsi, attivare la narrazione di quella che è stata l’epopea con cui abbiamo conquistato la libertà. Questo farebbe di chiunque ascolti un possibile ri-narratore. Io ho imparato a narrare così, ascoltando durante la Pasqua ebraica la storia della liberazione del mio popolo. Una narrazione così potrebbe coinvolgere la storia di Milano — ad esempio tramite progetti come l’introduzione di una cattedra di dialetto milanese — e così per ogni grande città, perché si attivi un percorso di coscienza personale. Ma chi vorrebbe oggi occuparsi di queste cose?

Se coloro che sopravvissero alla catastrofe non avessero avuto la capacità di narrare, la loro infelicità sarebbe stata eterna, il dolore li avrebbe schiacciati ed annientati una seconda volta e nessuno avrebbe saputo davvero.

La memoria è strettamente legata alla narrazione, la privazione della memoria rende schiavi, e narrare, attivare i processi della memoria, serve all’identità, ad essere padroni di sé. Il racconto, di cui si è responsabili, serve per rafforzare la capacità di memorizzare.

Perché il l’Italia è spesso definita “senza memoria”?
Si tratta di un Paese che porta ancora le tracce di un lungo servaggio: conformismo, opportunismo, paura, vigliaccheria, che portano a saltare ancora sul carro dei vincitori, non affrontando, senza mettersi in gioco. La condizione del servo porta a pensare sempre e solo a sé stessi, l’uomo libero invece può permettersi di pensare agli altri. Per cui, siccome la memoria è scomoda, proprio perché veicolo della libertà, io ho dichiarato a chiunque mi abbia detto di aver votato a queste elezioni europee il Partito Democratico, anzi Renzi, che alla prima lamentela ci avrei pensato io a ricordargli a chi è andato il suo voto!
Essere liberi comporta la continua messa in discussione delle proprie certezze, se vuoi essere libero non puoi stare tranquillo.

Giulia Pacchiarini @GiuliaAlice1
Stefano Colombo @Granzebrew

Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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