Vittorie di Pirro
Il caro prezzo dell’accordo Electrolux

Ieri mattina allo stabilimento Electrolux di Solaro (MI) si è tenuta un’assemblea sindacale che ha ratificato l’accordo disegnato e sottoscritto settimana scorsa dai vertici sindacali nazionali del settore e dal Governo. L’accordo prevede agevolazioni fiscali e contratti di solidarietà per l’azienda svedese che ha cinque filiali in Italia, le quali avevano già approvato il provvedimento con assemblee analoghe nei giorni scorsi. L’assemblea di Solaro ha approvato il testo a larga maggioranza — a opporsi di petto, solo i CUB: le altre principali sigle nazionali hanno votato sì, spinte dal peso del segretario FIOM Maurizio Landini che ha definito la vicenda ‘’un modello per gestire le crisi aziendali’’. Il governo Renzi ha rivendicato la firma dell’accordo come una propria vittoria e ne ha attribuito una parte alle recenti politiche sul lavoro promosse dall’esecutivo.

Electrolux

Nonostante alcuni punti positivi – nessun dipendente ha perso il lavoro o si è visto ridotto lo stipendio – alcune perplessità sulla vicenda rimangono. Molti fanno notare come il problema sia stato solo rinviato: gli accordi impegnano Electrolux a mantenere lo status quo fino al 2017, anno in cui l’azienda potrà tornare a ventilare delocalizzazioni, tagli e altre misure simili. Un esempio: Electrolux ha già fatto sapere che, solo nello stabilimento di Solaro, per quella data ci saranno tra i 90 e i 100 operai in esubero, il cui destino sarà tutto da discutere. La linea dell’azienda, infatti, non è cambiata: è quella elaborata a gennaio da un gruppo di ‘’saggi’’ (Tiziano Treu, Riccardo Illy, Innocenzo Cipolletta e Maurizio Castro), tesa a una riduzione del 10% del costo del lavoro globale, attraverso la compressione dei salari, una diminuzione delle pause e dei permessi sindacali, gestione più stringente degli orari. A questa linea rigida si erano opposte tutte le sigle sindacali, incalzate dalla prevedibile contrarietà dei dipendenti che nel caso della sede friulana di Porcia rischiavano di veder chiudere a breve il proprio stabilimento. La vicenda si è presto trasformata in una questione politica e la Electrolux ha intavolato la trattativa non tanto coi delegati sindacali presenti nei propri stabilimenti, quanto col governo e con i piani alti dei sindacati nazionali — questa prevaricazione dei delegati è tra i punti dolenti della vicenda: nessun delegato aziendale ha potuto visionare il testo dell’accordo, che è stato illustrato più approfonditamente solo in assemblee come quella di ieri.

Alla fine, si è giunti al sopracitato accordo. Più in dettaglio: Electrolux si impegna a rimanere in Italia e a non tagliare sedi, personale e stipendi fino al 2017; in cambio, potrà diminuire le pause, ridurre i turni da 6 a 8 ore ma mantenere parificata o aumentare la produzione, ridurre i permessi sindacali e usufruire dei contributi statali previsti da questi contratti (l’azienda verserà il 35% in meno all’INPS e si farà pagare dallo Stato le due ore tagliate dai vecchi orari). La tesi che questo accordo rappresenti una vittoria per i sindacati e per i propri iscritti è tutta da discutere.

Ad esempio: i famosi contratti di solidarietà, delineati settimana scorsa dal Governo, sono concepiti per aiutare le aziende in difficoltà, in un periodo, poniamo, in cui le commesse scarseggiano e gli operai rischiano di lavorare a vuoto diventando un peso economico per l’azienda, che avrebbe dunque interesse a licenziarli. La Electrolux però non è affatto in una crisi da sovrapproduzione: nel caso di Solaro, l’azienda prevede di aumentare la produttività delle tre linee di assemblaggio, portandole da 40, 70 e 74 a 90 pezzi l’ora. Segno che la domanda non è affatto in calo. Ciò nonostante, in base a questi contratti l’azienda ha ottenuto dal Governo il via libera a una riduzione dell’orario di lavoro dalle attuali 8 ore a 6 – provvedimento generalmente adottato in periodi di mancanza di ordinativi.

Alla luce di questi fatti è legittimo porre la domanda: chi ci guadagna davvero con questo accordo? Più di tutti, pare evidente, la Electrolux, che ha costretto Governo e sindacati a fare delle concessioni economiche dietro la minaccia di chiudere bottega e lasciare a piedi i dipendenti. L’azienda non ha voluto ovviare a una crisi delle proprie fette di mercato, ma semplicemente aumentare la competitività dei propri prodotti per mezzo di compressioni salariali e di incentivi pubblici. Il risultato finale è la massimizzazione dei profitti.

Diventa difficile sostenere che si tratti di una vittoria dei lavoratori: piuttosto, pare un mezzo ricatto al quale ci si è dovuti piegare provando a salvare la faccia. Ricatto per non dire truffa, ai danni non solo dei lavoratori ma anche dei contribuenti, visto che le due ore limate dall’orario di lavoro verranno coperte dal governo con soldi pubblici.
Già oggi, circa il 30% degli operai di Solaro soffrono di disturbi fisici direttamente riconducibili all’attività in fabbrica; c’è da chiedersi quali danni riporterà la loro salute dalla combinazione ‘’più produzione in meno tempo’’– in altre parole da un indurimento delle condizioni di lavoro. Provando a guardare il bicchiere mezzo pieno ripetiamo che nessuno perderà il lavoro almeno fino al 2017, data in cui la crisi sarà alle spalle. O forse no.

Stefano Colombo
@Granzebrew
Stefano Colombo
Studente, non giornalista, milanese arioso.

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