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Mondiali, politica e luoghi comuni

Il gioco è il medesimo dal 2006 con la vittoria del mondiale e poi quattro anni dopo con la vittoria della Spagna: politica e calcio che sui giornali si contendono le prime pagine e tra di loro giocano lo stesso gioco o l’opposto.

Ponendo sguardo alla nostra Europa vediamo quindi un quadro per certi versi paradossale: partendo dal “basso” abbiamo la Grecia che passa i gironi e d’altro lato la Spagna –detentrice del titolo– e l’Italia –di quello precedente– che escono subito.

Nel nostro girone abbiamo affrontato per prima l’Inghilterra che, proprio dopo la sconfitta per nostra mano, riponeva le proprie speranze nei nostri piedi, un’alleanza dunque, come Grillo e Farage ma con meno sorrisi.

Sorrisi che invece arrivano, come al solito, al centro Europa: la Germania merkeliana che vince a suon di selfie con la premier in prima fila nonostante la fatica contro il Ghana, l’Olanda con uno straordinario parterre offensivo capitanato da Van Persie e un allenatore capace come Van Gaal che porta i suoi orange al primo posto a punteggio pieno, e la Francia che nonostante i fallimenti della Le Pen non si lascia distrarre e con un ottimo Benzema conduce il suo girone con parecchi goal all’attivo.

A titolo informativo si ricordi che Salvini, alleato della Le Pen, era impegnato sull’altro fronte nel mondiale delle nazioni che non esistono con la Padania (che continua a rimanere un’opinione come ci ricorda il muro fuori dalla nostra Università) sconfitta però anche lì a vantaggio della Contea di Nizza vincitrice del Torneo.

Sempre rimanendo nel vecchio continente concludiamo con la nota negativa della Russia sotto lo zar-don Antonio Capello, allenatore più remunerato del mondiale nonché più vecchio e autoritario (vieta infatti l’uso dei social network ai propri giocatori, cose d’altri tempi) ma, dopo gli anni inglesi, ancora fallimentare.

La sorpresa di questo mondiale è tutta del Centro-Sud America: eclatante la vittoria del Costa Rica quasi a punteggio pieno con tanto di eccessivi controlli anti-doping della FIFA ignara del fatto che fossimo noi a giocare troppo male e non loro troppo bene.

A seguire altri casi più o meno interessanti ma comunque indicativi.Brasile e Messico dominano il loro girone: i primi con il giovane Neymar, “O Ney”, “ Il predestinato” che sostanzialmente da solo trascina i verde-oro accompagnati da scetticismo e critiche, i secondi invece con una squadra ben organizzata e strutturata.

Nel gruppo B il Cile depone una Spagna (abbandonata nel frattempo dal proprio re) con il “nostro” Vidal sempre spettacolare, e qui finiscono le sorprese: la Colombia vince a pieni punti ma contro Costa d’Avorio, Grecia e Giappone, e l’Argentina, che ha più attaccanti che benedizioni papali, comunque continua a non convincere.

E l’Uruguay? L’Uruguay vince: contro l’Inghilterra e contro l’Italia e non immeritatamente. I meriti loro sono di avere il miglior attacco del mondiale con la coppia Cavani-Suarez, e per il resto praticamente nulla. I demeriti sono invece tutti delle due nazionali europee che evidentemente sottovalutando gli avversari escono a testa bassa: gli inglesi cui i giovani del Liverpool Sturridge e Sterling (Paletta e Chiellini hanno ancora il fiatone a furia di rincorrerli) non bastano se di fianco hanno uomini affaticati e stanchi come Gerrard, e gli italiani che ancora una volta deludono, da Prandelli a Balotelli, da Chiellini a Insigne.

Gli eroi di Berlino che sorreggono da diversi fronti la barca azzurra anche, e ancora, per una ripartenza con le pungenti parole del capitano Buffon e dell’ancor meno diplomatico De Rossi, che pungolati da qualche media sul dover lasciar posto a nuove forze, illuminano circa l’inefficienza di queste, rivelando una sconfitta del calcio italiano e più sottilmente del calcio moderno composto da “figurine” e nulla più.

Sconfitto massimo è senza dubbio Prandelli in quella che aveva definito “la partita più importante della sua carriera”, sbaglia tanto e si dimette con Abete: a partire dalle convocazioni in cui si dimentica Rossi e comunque un attaccante vero fino a tutti i cambi: Parolo per Balotelli, Cassano per Immobile, e via andare.

Moralmente impeccabile nel rispetto del codice etico, con le sue solite eccezioni, nel lamentarsi delle vuvuzelas notturne, nel portare le famiglie a fianco dei calciatori, insomma poteva fare il democristiano anziché l’allenatore.

Chiudiamo così il ciclo del discorso: Prandelli come Renzi, tante promesse a parole e nulla di fatto, l’Uruguay del suo presidente, da cui riprende la fame – vedasi il morso di Suarez – e non la sobrietà – vedasi il morso di Suarez.

Morso PicMonkey Collage

Di contorno a questo piatto di relazioni internazionali, di questo mondo nel pallone come sostanza e come attenzione, c’è da ricordare qual è il vero Brasile: non la leggendaria nazione che sotto dittatura manifestava nel futebol la propria salvezza ma una nazione ancora in crisi, dove il ritorno della democrazia e la lotta alla povertà, con l’affermarsi di una classe media, ha fatto emergere i tratti tragici di un mondiale fatto di ipocrisia e di tanti soldi mal spesi e sprecati, e la coscienza di questo sfacelo nelle piazze.

L’immagine che si porta a casa è un brasiliano intervistato dalla RAI, seduto su una panchina con in mano una lattina di Coca-Cola, scavato dalle rughe, che dà le spalle alla piazza gremita sotto il maxischermo e che dice “La nostra sanità è come quella in America”.

È un mondiale strano, in un posto strano e sconosciuto nella sua vera essenza, che anzi proprio adesso sta aprendo gli occhi su sé, occhi che hanno la forma di striscioni bianchi e pupille luminescenti di spray contro la FIFA.

E ora via con il resto del mondiale, da allenatori e presidenti virtuali come sempre, ma delle altre nazioni.

Mattia Gennari

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