Titcoin è una moneta del cazzo

Non è il frutto della fantasia malata di un eremita giapponese in esilio nella Silicon Valley: Satoshi Nakamoto o altri samurai dell’era digitale che si dilettano a botte di katane logaritmiche questa volta non c’entrano.

Titcoin è una nuova valuta elettronica che fa il verso alla più celebre Bitcoin: consisterebbe nella possibilità di effettuare pagamenti online e presso esercizi commerciali del mondo offline – meglio noto come mondo reale – attraverso fotografie del proprio seno, utilizzabili come contropartita legale in cambio di beni e servizi.
L’annuncio della nascita di Titcoin, patrocinata e sponsorizzata da Pornhub, ha scatenato le perversioni dei molti segaioli italici che affollano le redazioni web dei giornali, sebbene qualcuno avesse fatto notare con largo anticipo, come le voci diffuse in questa settimane appartengano per lo più alla categoria “bufala cialtrona” che non a quella strettamente giornalistica di “Fact checking”.

Per immaginare la genesi, la vita e il futuro di Titcoin, prendiamo dunque in prestito le parole del filosofo prussiano Friedrich Hegel, quando in piena maturità intellettuale sostenne che “il cazzeggio è la preghiera mattutina dell’uomo moderno”.

Take a pic

Perché nasce Titcoin?
Ammesso e non concesso che la pratica del mostrarsi ignuda in cambio di cash o potere non fosse già condotta con discreto successo — ad esempio all’interno di quell’estenuante iter politico che conduce all’assegnazione di alcuni dicasteri — le origini di questa modalità di pagamento hanno radici che affondano nel passato.
Non stiamo parlando del “mestiere più antico del mondo”, ma di quella sterminata milizia di video porno finto-amateur che costellano l’universo Pornhub e altri portali di settore: PublicAgent, FakeAgent, FakeTaxi, Czech Streets, Casting couch, Public pickups — eterogenea collezione di filmati realizzati secondo un plot di base sempre identico.
Un tizio s’aggira per il centro di Praga o Budapest — qualche variazione su Londra di tanto in tanto, ma si sa che le ex repubbliche sovietiche tirano più di un carro di buoi — con la propria telecamera in mano e una fraccata di banconote in tasca. Avvicina delle ventenni sprovvedute che casualmente sono appena incappate in un evento drammatico: il fidanzato le ha lasciate, sono nuove di Praga e non hanno un fiorino in tasca per dormire in albergo, vogliono fare le modelle/ballerine/attrici e non sanno a chi rivolgersi. Il nostro eroe si prende cura di loro, dopo aver stabilito un rassicurante contatto di due-tre minuti, chiacchierando del più e del meno (dimostrando così di non essere un pericoloso stupratore seriale armato di videocamera), inizia con insistenza a proporre soluzioni degne di un agente assicurativo con esperienza pluridecennale: 20.000, 30.000, 40.000 corone in cambio di cinque secondi di nudità, oppure 1000 euro, che fa più Eurozona e mostra gli indiscutibili pregi di una valuta che si avvantaggia della politica del cambio forte. Le ragazze reagiscono nelle maniere più disparate: mettono in mostra una faccia sbigottita ma divertita, ridono nervosamente, ammiccano, iniziano a toccarsi i capezzoli con fare troieggiante — nessuna di loro si comporta come sarebbe lecito aspettarsi, scappando a gambe levate e gridando “help!” dinnanzi alle molestie insistenti di un tamarro praghese. Tutte, dopo una lunga riflessione, accettano lo scambio — 1000 euro per un paio di tette in tempi di recessione non paiono poi così disgustosi.
Quando poi il Publicagent di turno, tutto infoiato dalla vista del frutto del loro seno Gesù, tira fuori l’uccello, queste non ci vedono più dalla fame. Ci si lanciano sopra come assetate nel deserto e la trama dello sceneggiato entra nel vivo.

Un paio di considerazioni sono d’obbligo: è chiaro che dietro a ognuno di questi filmati, di fattura meravigliosa, vi è la mano invisibile dei vari Ministeri del Turismo impegnati nella promozione della prostituzione e dei suoi derivati che, secondo stime dell’Ocse, pesano per un buon 138% del Pil di Repubblica Ceca e Ungheria. L’industria culturale nazionale va tutelata e ben lubrificata.
È altrettanto chiaro che si tratta di tipica propaganda occidentale pro-capitalista: il messaggio implicito è che le donne ex Urss sono talmente delle poveracce da essere disposte a barattare anche il più sacro dei propri orifizi in cambio di quattro talleri. Il comunismo e l’economia pianificata le ha rese deboli, femmine incapienti desitnate ad essere dominate dal Dio denaro che tutto vede, incluse le loro zinne marxiste.
Oltre all’elemento politico vi è anche la discriminazione sessista: vengono presentate come delle zoccole senza possibilità di redenzione, tanto da farsi ingravidare da uno sconosciuto in cambio di un misero iPhone.
È una propaganda talmente convincente che il turista medio occidentale, quando cammina per Praga lungo il Ponte Carlo, si meraviglia stizzito di non avere un’intera squadra di cheerleaders bionde e slinguazzanti appiccicate ai testicoli.

Questo immenso romanzo dannunziano ha molto a che spartire con la nascita di Titcoin: qualche buontempone deve essersi accorto che, se in cambio di cash sonante si possono mostrare le tette, allora è cosa buona e giusta bypassare gli intermediari finanziari e riconciliarsi con forme primitive di baratto. Invece del “io darti tette in cambio di denaro con il quale acquistare la cena” diverrà abitudine mostrare le tette direttamente al cassiere dell’Esselunga, ottenendo il medesimo esito. Per dirla con altre parole, trattasi di “evoluzione della specie”.

draghi

Banca centrale e massa monetaria
Il problema di Titcoin è che mancando una Banca Centrale in grado di fissare un tasso d’interesse guida sulle poppe (escludendo il binomio tutto italiano Lecciso-Ferilli), risulta impossibile regolare l’offerta monetaria, con conseguenze negative sulla stabilità dei prezzi.
Un giorno entri dal lattaio e con un paio di Titcoin ti porti a casa anche la figlia del titolare, il giorno successivo sei costretto ad indebitarti per il resto della tua vita con usurai assassini — il nuovo mestiere che intraprenderanno gli allenatori di squadre femminili di pallavolo.
In questo contesto assumono senso i timori dei detrattori di Titcoin, quando paventano il rischio di spirali inflazionistiche di stampo argentino: è fin troppo chiaro il riferimento a Belen Rodriguez.
Per non parlare di tutte coloro che decideranno di aumentare esponenzialmente il circolante, fotografandosi un numero infinito di volte il seno da diverse angolazioni per renderlo irriconoscibile: ogni donna diverrà così prestatrice in ultima istanza, concretizzando quel mondo da favola nel quale il denaro lo si crea a colpi di bacchetta magica o, per meglio dire, di fotocamera iSight.

Su questo punto si accapigliano da mesi gli addetti ai lavori: c’è chi propone di istituire un sistema internazionale di pagamenti, agganciando la valuta all’oro per garantire un cambio stabile; già ad agosto del 2014 potrebbero partire una serie di incontri mirati fra capi di Stato e banchieri centrali, in una ridente località del New Hampshire, che ha nome Bretton Boobs.

Il maschilismo della moneta
Non è per fare il fake progressive-liberal, ma un mondo che tollera valute mammarie dal nome Titcoin, e non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi di possedere dei Dickcoin, è un mondo irrimediabilmente maschilista — non basta il proliferare di master in Gender studies per redimersi da questo peccato.
Anche dal punto di vista iconografico, il pluralismo di rappresentazioni legato alle zone erogene del corpo umano arricchirebbe di molto la bellezza delle monete in circolazione.

Sui piccoli tagli in euro italiani vi è un’ampia gamma di raffigurazioni artistiche: la Mole Antonelliana, il Colosseo, L’Uomo Vitruviano, Dante Alighieri e le Forme Uniche della Continuità nello Spazio — con le tette non si avrebbe tutta questa varietà.

In fin dei conti ne esistono di tre tipi: coppa di champagne, fratelli Montgolfier e pista ciclabile in Olanda. Vista una, viste tutte.
Sui cazzi il dibattito si fa leggermente più serrato: nei casi di monete ad alto valore si potrebbero imprimere sul metallo immagini evocative e simboliche: le Torri Gemelle, l’Empire State Building o la Shangai Tower; ad un livello inferiore utilizzare la Torre di Pisa piuttosto che un verrucoso naso da strega; nei casi senza speranza, per monete di piccolo taglio, l’immagine di un favoloso roseo tramonto estivo sull’Oceano Indiano: senza soldi e dotazione di serie, potete sempre fare affidamento sul romanticismo.

Falsari
Il principio cardine dell’economia monetaria è noto con il nome di legge di Gresham e recita “la moneta cattiva scaccia la moneta buona”.
Un bel modo per dire che “se un operatore economico può incularci, allora lo farà”. Potete starne sicuri come del fatto che il sole domani sorga.
In sostanza Gresham osserva la tendenza degli agenti economici a cercare di disfarsi delle “monete cattive”, cioè quelle private del contenuto in metalli preziosi attraverso pratiche illegali come la raschiatura, rifilandole ad altri agenti economici che nel frattempo si comportano alla stessa maniera. Se siete convinti da tutta la vita che il mondo sia un luogo di merda, avete ragione.

Per quanto riguarda Titcoin è inutile spiegare che i casi di truffa sarebbero all’ordine del giorno, con i falsari travestiti da chirurghi estetici in camice bianco, rifilando alla collettività dello sporco silicone Saratoga invece che dei sani capezzoli succosi, con i quali ammazzare la noia delle rigide notti invernali longobarde.

Si fa dunque attuale la massima di un noto pensatore milanese, che riflettendo ante rem su Titcoin, gridava con voce infuocata dai palchi dei propri comizi, dinnanzi ad una folla estasiata dalla veggenza del guru: “le pere, non basta farle vedere, bisognerebbe toccare per sapere se son vere, pere!”

Francesco Floris
@FraFloris
Francesco Floris
BloggerLinkiesta
Collaboratore de Linkiesta.it, speaker di Magma, blogger.

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