Alan Sorrenti: Aria
La prima gloriosa vita del “figlio delle stelle”

Il progressive influenzava ormai da qualche anno buona parte della produzione musicale internazionale, con i primi capolavori dei Crimson e dei Genesis, quando nel 1972 fece la sua comparsa nella scena discografica italiana Alan Sorrenti con Aria, il suo album d’esordio.

Dalle indubbie doti vocali, il giovane chitarrista italo-inglese si apprestava così quasi per caso ad entrare a far parte della storia della musica italiana di valore, lui solitamente solista, affiancato in questo progetto da artisti del calibro di Jean Luc Ponty – violinista jazz che lavorò, tra gli altri, anche con Zappa –, del batterista Toni Esposito e dell’immenso pianista Albert Prince. Ciò che però rende unico quest’album, dalle forti sonorità arcane e psicheliche, sono gli incredibili traguardi raggiunti dalla voce di Alan, dall’uso che di essa ne fece in ogni singola traccia dell’LP. La voce è qui vero e proprio strumento musicale, anni prima del grandissimo Demetrio Stratos, danzante su di un tessuto armonico di indubbio valore artistico che spazia dal più profondo folk onirico, al progressive di stampo più tradizionale.

Alan Sorrenti

Il progetto si apre con la suite della title-track che occupa l’intero primo lato del disco, un capolavoro di quasi venti minuti. Il brano si apre con un arpeggio di chitarra su cui inizia a muoversi la voce di Alan, sempre più libera di sperimentare col passare dei minuti, su di un arrangiamento musicale progettato fin dall’inizio proprio per rendere possibile una resa vocale di tal genere. Tra costanti cambi ritmici e l’armonia tracciata dall’organo di Prince, il testo ermetico di Sorrenti, visionario e di difficile comprensione, che racconta di una storia d’amore tormentata, è qui un ponte per portare l’ascoltare in diverse dimensioni oniriche, viaggiando sulle note del violino di Ponty, completando così una canzone che rappresenta sicuramente uno dei punti più alti del progressive italiano.

Diverso discorso merita il lato B del progetto, incentrato su di una produzione più cantautoriale, che si apre con il brano Vorrei incontrarti, una ballata dalle sonorità più delicate e semplici, in cui la voce di Alan risponde al gioco delle chitarre acustiche. Nel La mia mente, brano folk dalla notevole sezione ritmica dominata dal basso di Nazzarro, a farne da padrone è ancora una volta il piano elettrico di Prince, su cui risuona un testo di forte matrice decadente. Conclude l’opera Il fiume Tranquillo, in cui il contrabbasso tira le fila del racconto, lasciando il ruolo da protagonista al piano e alla tromba che si lasciano trasportare in notevoli aperture strumentali.

“Tutto ad un tratto sono entrato nel mondo di Alan, ne ho avvertito il canto dolce, il pianto amaro delle ironie, delle favole moderne che ci riportano ai lontani e preziosi simbolismi, tutta la strana e suadente comunicativa universale, la sete esistenziale.”

Così scriveva Ferranti nell’anno dell’uscita del disco,  interpretando il pensiero di buona parte della critica musicale italiana che, superato il primo momento di sorpresa, aveva accolto il disco con grande entusiasmo. Ma la continua voglia di sperimentare, le sonorità sempre più complesse, che caratterizzarono la sua prima produzione musicale, alla lunga lo resero più di difficile comprensione al pubblico, portandolo in breve tempo a prendere la decisione di abbandonare questo modo di fare musica che più che un genere, può essere definito una vera e propria filosofia. Non solo ad abbandonare, ma quasi a rinnegarlo – perché questo Alan Sorrenti, autore di uno dei più grandi capolavori della musica nostrana, è la stesso Sorrentini della celeberrima canzoncina alienante Figli delle Stelle.

Che cosa l’abbia portato ad un tale stravolgimento di vedute non è dato a sapersi. Ufficialmente furono degli importanti problemi alla voce ad impedirgli di proseguire la sua sperimentazione.
Quanto ci si debba credere, sta ad ognuno di noi.

Federico Arduini

 

Musicisti
Alan Sorrenti – voce, chitarra acustica
Tony Esposito – batteria, percussioni
Vittorio Nazzaro – basso, chitarra acustica
Albert Prince – piano, organo
Tony Bonfils – contrabbasso
Jean Costa – trombone
Andrè Lajdli – tromba
Martin Paratore – chitarra acustica
Luciano Cilio – pianoforte
Jean-Luc Ponty – violino

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