Carlo Tavecchio è Van Gogh

“Carlo Tavecchio è la prova che Darwin aveva torto!” ha dichiarato la scimmia a capo dell’associazione Evoluzione forzata – una No Profit operante nel campo dell’assistenza e del recupero di soggetti comaschi rimasti traumatizzati dall’avvento della modernità.

Che poi questa storia delle banane ha francamente smaronato tutto lo smaronabile, non tanto per i suoi risvolti etici da Terzo Reich, quanto per la monotonia del frutto giallo – esiste tanta di quella biodiversità al mondo che sarebbe sufficiente a soddisfare le esigenze di non una, non due, ma ben dieci conferenze stampa del primate da Ponte Lambro.
Per non parlare del fatto che le banane non vanno solo mangiate ma possono essere adibite, attraverso apposite istruzioni e una ferrea volontà di spirito, a centinaia di ulteriori usi ricreativi che susciterebbero comunque le reazioni sdegnate della stampa e l’ilarità della cittadinanza.

Ci si immagini i titoli a caratteri cubitali del day after: “Presidente Figc, banana nel deretano per protesta”.

Occhiello: “C’è qualcosa di marcio dentro il calcio italiano.
E non solo lì”.

Pensate invece come l’intera questione sarebbe passata in sordina, se solo il Tavecchio si fosse premurato di selezionare nature morte differenti all’interno dell’immensa costellazione Rabbit Fruit che madre Natura ci ha messo a disposizione: acini di uva da divorare con modalità patrizie nel triclinio, piuttosto che il pistacchio di Bronte. Staremmo parlando di un Presidente Federcalcio gentiluomo d’altri tempi, dai gusti raffinati in fatto di flora e drupe, un perfetto conoscitore delle chiavi dicotomiche che ci permettono di mappare i tesori della nostra terra.
Invece Tavecchio, da reazionario settantenne qual è, ha voluto assecondare la tradizione contadina e citare la banana, infiammando le spie “razzismo alert” attorno a lui. Poteva anche aggiungere: “E comunque quella zoccola di Eva poteva palparsi le pere invece di mangiare la mela” e avremmo avuto il nostro capolavoro botanico, figlio di un’economia basata sullo sfruttamento intensivo di un terreno fertile per le figure di merda. Lui ha seminato, ai posteri toccherà raccogliere i cocci.

“Non ho detto ciò che ho detto perché
se l’avessi detto non sarei stato io”

Adesso il vero gioco è quello della smentita e dell’incomprensione: “Non ho detto ciò che ho detto perché se l’avessi detto non sarei stato io”, comunque dormivo se c’ero, se non c’ero soffrivo di sonnambulismo – e in ogni caso i requisiti per la massima autorità calcistica italiana non prevedono l’assenza di disturbi della personalità o coscienze bipolari.
Non ci permetteremmo di mettere in dubbio la buona fede e le migliori intenzioni del bananas, sicuramente Tavecchio voleva inserire il proprio ragionamento in un contesto più amplio, dai confini indefiniti: compiere voli pindarici con l’encefalo totalmente rivolto a fantasiosi mondi oltreoceano o oltre Manica, dove si dibatte con cadenza oraria di salary cap e quote stranieri nei club, non per xenofobia ma soltanto a garanzia dell’investimento sui giovani talenti ariani.
Purtroppo il problema dei deficit linguistici è proprio quello dell’avere un pensiero ma non essere in grado di sputarlo fuori da quella cassa di risonanza che erroneamente definiamo “testa”; a onor del vero di solito manca anche la materia prima – il pensiero stesso – e se anche “fosse conoscibile non sarebbe comunicabile”, come diceva un vecchio Commissario Tecnico la cui lezione è rimasta inascoltata.
Vuoi dire “Investiamo sui giovani compatrioti figli della Lupa” e ti scappa “Banane”, possibilmente in un impeto di prosodia ostrogota. È una sorta di sindrome di Tourette il cui quadro comportamentale è caratterizzato dalla presenza compulsiva di libere associazioni vegane.
E da ultimo: non esiste terapia. Esclusa una drastica e sanguinosa potatura.

Francesco Floris
@Frafloris
Francesco Floris
BloggerLinkiesta
Collaboratore de Linkiesta.it, speaker di Magma, blogger.

Commenta