Del: 2 Luglio 2014 Di: Francesco Floris Commenti: 0

Sul rettangolo verde fangoso della destra italiana era ora di ricambio generazionale, di sostituzioni in zona Cesarini, di nuove idee per tornare a perdere: è ridisceso dunque in campo quel gran genio del vostro amico Gianfranco Fini.
Lo avevamo abbandonato sul ciglio dell’autostrada Roma-Montecarlo, nel bel mezzo di una rissa familiare fra cognati per il possesso di una cucina Scavolini — unica cucina al mondo in grado di rompere alleanze che non fossero quelle fra la farina e le uova.
Le sue ultime apparizioni sul proscenio della politica italiana risalgono a un famoso scambio di battute, entrato di diritto nella storia del cinema:
«Altrimenti che fai, mi cacci?»
«Si!».
Oscar alla carriera per il miglior dialogo, peccato che l’interprete principale sia morto.

Oggi Fini annusa la possibilità di ritagliarsi un nuovo spazio vitale, quel 3-4% di ossigeno elettorale che garantisce l’elisir di lunga vita, visto che i suoi principali competitors navigano in acque maleodoranti e sono impegnati rispettivamente in assistenza sociale presso un centro anziani (B.), in campagne elettorali fruttate direttamente dall’ortomercato di Trastevere (Meloni) e nel ruolo di addetto stampa delle forze dell’ordine, che annuncia gaudente da twitter l’arresto di un nuovo pedofilo pluriomicida (Alfano).

Gianfranco torna in campo e lo fa in grande stile: spot, hashtag, sito, congresso nazionale, buotade in televisione e dichiarazioni al vetriolo riformista.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=T69ELvtBlMw[/youtube]

Lo spot “Voglio allenare la destra”, realizzato in occasione della partecipazione ai Mondiali della Nazionale di calcio, ha già prodotto i suoi frutti avvelenati, come sanno bene Prandelli e Chiellini: che Fini sia un menasfiga terribile, un uccellaccio nero del malaugurio, un Re Mida con lo spin invertito, che qualunque cosa tocca trasforma in merda, è comprovato dalla storia recente del Paese.
Più interessante è la scelta comunicativa adottata dal suo staff per rilanciarsi negli ambienti della destra “delusa” — visto che quella entusiasta, di Fini non vuole sentir parlare nemmeno in cartolina.

Si comincia in medias res, con un Gianfranco in completo grigio seduto sulla panchina abbandonata di qualche campetto della periferia romana: incrocia i polpastrelli delle mani in stile Signor Burns dei Simpson, si alza in piedi chiaramente addolorato dai reumatismi che lo affliggono, impugnando il pallone manco fosse fatto di tizzoni ardenti con il peso atomico del Tungsteno.

Parte una carrellata neorealista delle fisicate di baldi giovani abbracciati come durante l’inno patriottico, prima le schiene erculee, poi le gambe taurine.
Nel frattempo Fini sistema il pallone sul dischetto del rigore, guardando dritto con gli occhi della tigre il portiere, che sembra subire gli effetti di un colpo della strega post-stupro di gruppo in prigione.

Tutto è pronto per la battuta, il coach Fini prende la rincorsa, ma all’ultimo momento si ricorda della prima regola di Helenio Herrera e Nereo Rocco: gli allenatori non battono i rigori.
Si gira verso i marmocchi fascisti alle sue spalle che attendono la chiamata alla armi del Mister, e per la prima volta constatiamo un’amara verità sulla faccia di Gianfranco Fini: il suo cranio manca di tridimensionalità — è la proiezione ortogonale di una crapa che deriva dalla sovrapposizione fotografica della testa di Ciro Ferrara con quella di Elijah Wood in Sin City.

Dopo un amabile gesto con la mano in stile Papa Giovanni, Fini chiama a sé il trequartista della sua squadra: sguardo deciso, capelli à la Emis Killa, zarro vero di Trigoria, con l’orgoglio di un camerata sottoposto a rito d’iniziazione. Sullo sfondo, nelle tribune del campetto, veleggiano due striscioni che recitano “Armata Rossoblu”. Non fanno paura come i Gar, Ordine Nuovo, la Rosa dei Venti, Delfo Zorzi e Pino Rauti, ma vale comunque la pena tenere gli occhi aperti — la lotta armata rossoblu non dorme mai.

Lo zarro prende la rincorsa e parte, a questo punto la voce di Gianfranco Fini, filtrata dall’effetto “caverna/fumatore incallito”, accompagna le immagini. Ci si aspetterebbe qualche slogan potente, virile, di quelli che ti fanno rizzare anche le sopracciglia in un moto perpetuo di eccitazione, del tipo «Vincere e vinceremo!», «Guerra sola igiene del mondo» o una più banale battuta omofoba da spara-tutto ambientato a Miami: «Siamo tornati per farvi il culo, froci!».
Invece parte un monologo retorico da catechista progressista, una frase che starebbe bene giusto ne “La dura legge del gol”.

Una partita si può perdere, se la giochi a testa alta, senza secondi Fini.
Per tornare a vincere, partecipa.
Loro segneranno però, che spettacolo quando giochiamo noi, non molliamo mai.

Una frasetta insulsa del cazzo, che farebbe rivoltare nella tomba anche Pierre de Coubertin per quanto trasuda buonismo da sconfitta.
Per non palare del gioco di parole “senza secondi Fini” da liceale menomato mentale, che non ha ancora sviluppato le facoltà cognitive che gli permettano di elaborare l’ironia.
Oppure è il più classico tentativo di coprirsi le spalle, nel caso alquanto probabile che il progetto di Fini “per una destra che non c’è” faccia un buco nell’acqua e si trasformi in un progetto che non c’è per la destra di Fini.
Sintomatico, in questo senso, il fatto lo spot non mostri se il rigore viene segnato o se la palla assume la traiettoria del raggio-missile che mangia insalate di cibernetica per finire su Marte, alla conquista dell’elettorato moderato — basta aspettare che si sviluppino esseri pluricellulari. Questa sì che è pianificazione politica sul medio-lungo periodo.

Infine l’esclamazione «Partecipa!», con la quale Fini esorta le masse ad affiliarsi al suo progetto-movimento che per adesso è privo di nome alcuno, fa molto gioco aperitivo e animatore estroverso che sulla spiaggia ti implora di alzarti dall’asciugamano per rincorrere un fazzoletto viola.

Insomma Gianfranco Fini è tornato in campo, resta da stabilire quale sia questo campo.
Campo dei fiori, Camposanto — ce n’è per tutti i gusti e le tendenze, sopratutto all’estinzione.

Francesco Floris
@Frafloris

Francesco Floris
BloggerLinkiesta
Collaboratore de Linkiesta.it, speaker di Magma, blogger.

Commenta