I beni culturali non crescono
sugli alberi

Dimenticate le dimore minute, le finestrelle oceaniche, i mulini a vento sullo sfondo.
La Grecia continentale è altro, Atene è altro. La capitale è un formicaio a cielo aperto, rovinoso e indisciplinato, proliferato negli anni fino a fagocitare la propria antica bellezza.
Alla fine del ventesimo secolo Atene aveva raddoppiato le proprie dimensioni, occupando l’intera radura in cui sorge e i fianchi di alcuni dei monti circostanti, fino a cementare anche il letto del fiume Kifissos, per costruire un’autostrada oggi vittima di numerosi crateri che fioriscono nell’asfalto, quando piove.
Prestigiosa e attraversata nei secoli da civiltà differenti e affascinanti, l’intera nazione potrebbe ancora basare la propria stabilità esclusivamente sul turismo culturale, le stesse vie strette e scivolose sono frammenti di un passato ammirato e studiato in ogni angolo del Pianeta.

Con i suoi 4 milioni di abitanti nell’area urbana, oggi Atene è la capitale più popolosa dell’Unione Europea e forse una tra le più inadatte a contenere un così alto numero di vite, ma dieci anni fa, forse, le fu inferto il colpo di grazia. Con i Giochi Olimpici, vennero costruite strutture ciclopiche che persa la funzione originale si stagliano immobili, vuote e inutili, sul panorama cittadino, con l’eco dei 9miliardi spesi per la costruzione – tra le cause, qualche anno dopo, della crisi del Paese – che rimbalza tra hotel e stadi. Forse vige la speranza che tra un centinaio di anni anche questi possano essere considerati siti archeologici, di un’epoca meno illuminata.
Prima vittima della crisi economica, la Grecia ha dichiarato alla fine del 2009 una crescita spropositata del debito pubblico e una conseguente crisi di fiducia. Per evitare la bancarotta la nazione ha dovuto ricorrere tempestivamente a forti misure di austerità, accompagnate da prestiti approvati dal Fondo Monetario Internazionale e dai Paesi dell’Eurozona, nel 2010 e poi di nuovo nel 2012, per un ammontare complessivo di 45 miliardi di euro, volti a scongiurare il default. La situazione di tensione ha provocato scontri e proteste in particolare nella capitale e nella simbolica piazza Syntagma, situata di fronte al Parlamento.

L’Atene odierna è forse il risultato più tangibile di ciò che hanno provocato anni di speculazioni edilizie, corruzione, dirottamenti finanziari, crisi economica e malgoverno.

Visitando la metropoli, ciò che sorprende non è il calore insopportabile, non è la libera circolazione automobilistica che attraversa impietosa la città in tutti i suoi siti, o l’aria irrespirabile. Non è la presenza di mercati e bazar disposti ad ogni angolo, senza controlli e rispetto, davanti a dimore private e pubbliche, creando nuove vie, una città nella città.

Il reale sconcerto è dato dalla mancanza di cura per le attrazioni storico culturali che attirano la totalità dei turisti presenti, che generano il profitto reale. Vige una totale assenza di insegne o descrizioni riguardanti siti e luoghi di interesse artistico, come se non esistessero o fossero poco più importanti una chiesetta di paese. Piazza Omonia e Piazza Syntagma non si distinguono dall’incrocio o dai viali circostanti: stessi bazar, stesso passaggio automobilistico e in genere, stesso odore. Si tratta però di esempi positivi se paragonati a situazioni come quella del Monastero di Monastiraki, completamente invaso da bancarelle e venditori, posti all’entrata, all’interno, intorno, quasi una fortezza commerciate. Entrare risulta quasi impossibile, a meno di comprare qualcosa.

Acropoli, Agorà e siti archeologici appartenenti all’Antichità classica non portano vesti migliori. Coinvolti in ristrutturazioni che, seppur necessarie ed incontestabili, ne riducono la componente scenografica — a maggior ragione se compiute su più monumenti in contemporanea, così che nessuno di questi possa essere osservato nel suo complesso, e ad agosto, periodo di maggior affluenza turistica — subiscono anch’essi l’assenza di segnaletica per la quale molti turisti potrebbero tranquillamente confondere i monumenti meno conosciuti.
La città è stata lasciata a sé stessa, l’attenzione reale dell’amministrazione e degli abitanti è stata data a locali, hotel e negozi, forme di guadagno immediato che si riproducono fino a stordire i passanti con offerte, richiami, grida, tentando di porre in secondo piano monumenti e siti archeologici, fino riuscirci in alcuni casi.

Dalla cima dell’Acropoli, rialzata rispetto al resto della città, osservando il panorama urbano sottostante, sembra quasi che la capitale inviti tristemente alla fuga verso luoghi più tutelati e incontaminati, come Delfi, Olimpia o Creta, le cui bellezze godono ancora di tutta la cura che meritano.
Cosa ha portato ad un disinteressamento così eclatante dell’amministrazione verso quella che è la maggior fonte di guadagno per la città, invasa da ambulanti e hotel con vistose carenze estetiche ed igieniche?
Dall’Italia è necessario riflettere attentamente su questo tema, molti sono infatti i punti in comune tra le due nazioni, dalla quantità di siti di interesse culturale, alla quantità di errori politici e finanziari compiuti ai danni della cultura e dello stato. Da poco infatti l’Italia è stata decretata nazione con il maggior numero di beni culturali, dalla Valle dei Templi di Agrigento, conservata meglio dell’Acropoli ateniese stessa, a grandiose città d’arte, a piccoli borghi incastonati in paesaggi rari. Eppure secondo l’Osservatorio Nazionale del Turismo, la percentuale di visitatori appare poco proporzionata, soprattutto se messa al confronto con Paesi nettamente più poveri di siti di interesse.

A tal proposito il Ministro alla cultura Dario Franceschini ha ammesso “Il turismo è un settore che ha potenzialità enormi per anni rimaste incomprese dalla classe politica. Erroneamente si è pensato che, grazie alla straordinaria presenza di siti di prestigio, non fosse necessario investire in questo settore”.

Pare quasi ridicolo definirlo “errore” perché lasciare che una delle maggiori fonti di guadagno di un Paese vada perduta, si disgreghi, è più un tentativo di bancarotta che non un piccolo sbaglio compiuto per disattenzione momentanea. Hanno compreso questo meccanismo Paesi le cui attrattive culturali si contano senza raggiungere grandi numeri, come gli Stati Uniti che forse per patriottismo, forse per intuito finanziario, venerano la propria breve Storia e ogni mattone che la possa rappresentare. L’Italia che di Storia ne ha da vendere — tanto che spesso è stata ventilata la proposta di vendere alcuni beni culturali — si comporta come chi dopo aver vinto una grossa somma di denaro la nasconde sotto il materasso per tutta la vita, sperando che questa somma “prestigiosa” prima o poi produca qualcosa da sé, per generazione spontanea.
Non vi è generazione spontanea di beni culturali, però. Se non vengono tutelati si rovinano, crollano, smettono di dare profitto al Paese, deludono e disilludono coloro che ancora credono nella loro bellezza.
Sono luoghi, oggetti, monumenti, a cui l’uomo nel corso dei secoli ha dato un significato, se in un futuro non così imprevedibile l’uomo smettesse di custodirli, ma anzi li logorasse con la propria assenza o presenza invadente, perderebbero forma, prestigio, ragion d’essere e soprattutto, fonte di meraviglia incessante.

Giulia Pacchiarini
@GiuliaAlice1
Foto CC Konstantinos Papakonstantinou, Sascha Kohlmann, Greg Gladman
Giulia Pacchiarini
Ragazza. Frutto di scelte scolastiche poco azzeccate e tempo libero ben impiegato ascoltando persone a bordo di mezzi di trasporto alternativi.

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