300 pallottole non bastano per fermare la lotta alla mafia

3 settembre 1982. Tra le 20 e le 21 Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, si trova alla guida della sua A112 bianca. Giunge in Prefettura a Palermo, dove attende il marito. Telefona alla madre, per l’ultima volta.
Quando si rimette alla guida, Carlo le siede accanto, si dirigono verso casa mentre Domenico Russo della scorta li segue a distanza.
Sono le 21.15. Costeggiato il porto, imboccano via Carini.
Non sono soli: due BMW, una 518 e una 131, affiancano le due auto.
I sicari aprono il fuoco.

La raffica di proiettili raggiunge i due coniugi e l’agente che li segue in borghese con l’Alfa. Dalla Chiesa si riversa sulla moglie nell’intento di farle da scudo, di proteggerla; per l’ultima volta. Una Suzuki si ferma giusto il tempo necessario a controllare che “l’operazione Carlo Alberto” sia conclusa. BMW e Suzuki saranno rinvenute poco dopo in via Puglisi, a solo un chilometro da via Carini. Nell’imboscata sono stati esplosi più di 300 proiettili. Diverse erano state le minacce, le telefonate anonime giunte ai Carabinieri di Palermo, l’ultima proprio a fine agosto: “L’operazione Dalla Chiesa è quasi conclusa, dico quasi conclusa”.

Da quando era stato congedato dall’Arma, nominato Prefetto e trasferito a Palermo per combattere Cosa Nostra – forte del passato di lotta alle cosche, alla criminalità organizzata e al terrorismo di piombo – il Generale non aveva fatto altro che lamentare il totale, preoccupante abbandono in cui era stato lasciato dalle autorità e dallo Stato, la carenza di sostegno e dei mezzi necessari a far sentire la presenza della legalità su un territorio sfregiato da un crescente susseguirsi di omicidi.

Erano crimini che, nella maggior parte dei casi, portavano la firma delle grandi famiglie mafiose palermitane, quelle già note ed elencate nel celebre organigramma genealogico del “Rapporto dei 162”, redatto proprio nel 1982 a firma di Polizia e Carabinieri.

Uno dei primi volti della lotta alla mafia terminava così la propria guerra, coraggiosa e solitaria, stringendo tra le braccia la giovane moglie, appena trentunenne.

Entrato nell’Esercito Italiano durante la Seconda guerra mondiale, passato all’Arma nel ’42, dopo aver rifiutato di prendere parte alla caccia ai partigiani era entrato nella Resistenza. Conseguite due lauree – una in giurisprudenza, l’altra in scienze politiche – fu allievo di Aldo Moro (del cui omicidio si sarebbe poi occupato) e continuamente trasferito tra San Benedetto del Tronto, Bari, Casoria, Corleone, Firenze, Como, Roma, Milano, per poi tornare di nuovo e definitivamente in Sicilia.

Figura di spicco nelle indagini sul caso Moro, fu eliminato prima che potesse contribuire a fare chiarezza su molte vicende, fra tutte quella riguardante il sequestro.
La stessa sorte sarebbe toccata al giornalista Mino Pecorelli, caro amico di Dalla Chiesa, assassinato direttore della rivista Op: aveva preannunciato l’imminente pubblicazione di informazioni esclusive sul rapimento Moro, sulle responsabilità politiche dello stesso, su Andreotti, oltre l’esistenza di un secondo memoriale appartenente al segretario DC.
Resta tutt’ora avvolta nell’ombra la catena di omicidi che attraversa quegli anni — Andreotti non risponderà mai dei documenti consegnatigli dal Prefetto prima della morte.

Per l’assassinio del Generale Dalla Chiesa, di Emanuela Setti Carraro e di Domenico Russo (deceduto il 15 di settembre, in seguito a due settimane di coma), saranno condannati all’ergastolo, in qualità di mandanti, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca, Nené Geraci; stessa condanna per gli esecutori materiali Vincenzo Galatolo e Antonio Madonia, mentre Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Geraci furono condannati a 14 anni.
11 persone coinvolte, una ancora da identificare.
Nel caso in cui vi troviate nei pressi di Parma, potete rendere omaggio ad un uomo grande, che avrebbe ispirato la lotta alle criminalità delle ultime generazioni – un uomo grande che continua a ispirarci.
Si trova sepolto nel Cimitero cittadino della Villetta.

Marta Clinco
@Marta Clinco
Marta Clinco
Cerco, ascolto, scrivo storie. Tra Medio Oriente e Nord Africa.

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