Del: 12 Settembre 2014 Di: Redazione Commenti: 0

L’ispirazione è la cosa più sfuggevole che esista al mondo: non puoi decidere che ti venga all’improvviso e più la insegui più questa sembra allontanarsi e perdersi nei meandri della mente e del cuore. «Stato di entusiasmo, eccitazione fantastica in cui l’artista crea la sua opera» non eludibile neanche dalla più potente delle menti.

Non sembra però il caso del rapper olbiese Salmo, che ha deciso di “accettare la sfida” lanciatagli dal più grande colosso mondiale che esista, almeno nel settore marketing: la Red Bull. Questa ha puntato sul fatto che il nostro riuscisse a scrivere, produrre e registrare un pezzo con relativo video in sole 24 ore. Posto che di storie di canzoni scritte e registrate in anche meno tempo è pieno — come dimenticare “(I Can’t Get No) Satisfaction” scritta in una pausa del sonno da Keith Richards e la cui prima registrazione originale conteneva due minuti di canzone e quaranta di un tizio che russa — resta qui da analizzare a quale eccitazione fantastica si sia ispirato il rapper gallurese.

Innanzitutto bisogna entrare nella testa degli uomini (e donne) del marketing della nota azienda austriaca: il brand engagement storicamente proposto ha mirato ad unire l’immagine della lattina con valori come amore per la sfida, vivere intensamente, mettersi alla prova, spirito di iniziativa, non mollare anche quando tutti mollano, e così via. Sponsor perfetto per la quasi totalità degli sport estremi, ha avuto a che fare anche col mondo musicale: dal 1998 esiste una Red Bull Music Academy, che assomiglia molto a un festival musicale marchiato dai grossi tori rossi su fondo blu della durata di cinque settimane, e comprende istallazioni artistiche, concerti, letture pubbliche e il cui momento culminante – solo su invito – prevede di far lavorare insieme una sessantina di personaggi del mondo musicale con i più grandi professionisti in circolazione. Unendo così l’ottica dei valori con attività già portate avanti con soddisfazione, è venuta fuori questa sfida tra il colosso degli energy drink e il “colosso” del rap italiano: 24 ore di tempo per spremere ogni goccia creativa nei Red Bull Studios di Los Angeles e cercare di non fare una figuraccia.

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A detta di un profano, il lavoro non è neanche malvagio. Ciò che va notato è come un artista, o che si proclami tale, sia pronto a “sfruttare” la propria immaginazione per raggiungere quella goccia di ispirazione necessaria a vincere la sfida, naturalmente a fronte di (si spera tanti) soldi. Certo può essere anche plausibile che la sola prospettiva di vincere, combinata a diverse ore di volo fino a Los Angeles, abbiano avuto un ruolo decisivo nella buona riuscita dell’impresa; resta da capire il valore che vogliamo dare ad un’opera artistica realizzata su commissione. Gli studiosi di arte sarebbero prontissimi a ribattere che «nella storia dell’umanità l’arte è quasi esclusivamente su commissione» e, anzi, mai come oggi ci si è finalmente slegati da questo pesante giogo — ma appunto per questo è difficile capacitarsi di come un artista contemporaneo sia pronto a sacrificare l’immagine del genio creativo all’opera per una badilata di danari.

Rubando al Gladiatore: «Ciò che facciamo in vita rieccheggia nell’eternità», e ha ragione di vantarsene un altro artista come Bob Geldof che nel 1985 — dopo il successo di “Do They Know That’s Christmas?” — insieme ad alcuni dei più grandi artisti britannici cantò la celeberrima “We Are The World” insieme a Michael Jackson e Lionel Ritchie ( prodotti da quel fenomeno mai abbastanza osannato di Quincy Jones), in favore delle popolazioni etiopi colpite dalla carestia in quell’anno. Non è un discorso di merito, ma di come si debba riconoscere che il genio creativo non possa essere a pagamento, di come sia un fuoco sacro che merita la sacralità che lo avvolge, di come dovrebbe essere usato solo per quello scopo più alto che viene dal valore morale di una persona, di un artista.

«Io perdono all’attore tutti i difetti dell’essere umano, nessun difetto dell’attore perdono all’essere umano» (Johann Wolfgang Goethe, Wilhelm Meister).

Jacopo G. Iside
@JacopoIside

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