In articulo mortis

Negli ultimi giorni qualcuno ha schiacciato un terribile interruttore, e Renzi ha di nuovo cambiato idea. L’articolo 18 è la sbarra che impedisce la ripresa ed è causa della disoccupazione italiana – ha deciso.
Il rapporto tra Renzi e l’articolo 18 è un odi et amo lungo anni. L’idea di modificarlo e cancellare l’obbligo di reintegro era infatti uno dei cavalli di battaglia dell’allora rottamatore, dalla prima Leopolda del 2010.
Per anni, Renzi ha insistito nella sua convinzione — seppur mai argomentando con grande competenza. È stato per anni l’unico vero aggressore nel PD dell’articolo 18, mentre chi con lui concordava preferiva il silenzio.

Dopo aver sonoramente perso un round di primarie nel 2012 contro il segretario del Partito Pierluigi Bersani, Renzi mangia la foglia; alcuni dei suoi argomenti sono semplicemente poco spendibili nei confronti del segmento di elettorato di centrosinistra che vive la politica a sufficienza da recarsi alle primarie del partito.
È così che il rapporto si fa piú complesso, e sembrava che con l’articolo 18 Renzi avesse imparato a conviverci.

È infatti importante notare come, al contrario di quanto sostengano renziani infiammati e infiammabili in televisione, durante nessuna delle due campagne affrontate dal premier nell’ultimo anno si sia parlato di articolo 18.

Non c’è infatti nessun riferimento all’articolo 18 nel documento congressuale Cambiare verso dello scorso ottobre e l’argomento non è stato nemmeno toccato tangenzialmente alle scorse europee.

renzi

Non è vero che Renzi abbia il mandato di “superare”, come dicono i suoi, l’articolo 18. Si può dire che abbia il consenso popolare, ma non ha mai vinto un’elezione affrontando la questione.
Sebbene sia possibile che nel PD confondano consenso politico e personale più di quanto non sembri, si può sempre sperare si tratti piú semplicemente di menzogna.

Qualcosa, invece, non è mai cambiato in tutti questi anni, l’odio viscerale del Presidente del Consiglio per i sindacati.
Sono forse questi momenti piú di ogni altro in cui cade la maschera, e abbiamo modo di vedere la persona dietro il personaggio. Le risposte di Renzi ai sindacati sono sempre stizzite, egotistiche, chiuse a qualsiasi tipo di dialogo. La causa di questo odio è sicuramente la forte sovrapposizione tra ambienti sindacali e quello che oggi chiamiamo la sinistra del Partito.
Di tutte le idiosincrasie dell’attuale premier questa è forse la più preoccupante sul lungo periodo — perché se era un atteggiamento in qualche modo tollerabile per un membro in vista di un partito, non lo è assolutamente per un Presidente del Consiglio.

L’analisi offertaci in questi giorni è la piú classica sull’argomento. È quanto dicevano i montiani democratici due anni fa, e Berlusconi prima di loro. È posizione facile dettata dall’analisi superficiale e priva di fondamento scientifico di dati storici secondo la quale in ogni mercato del lavoro alleggerito di obblighi per gli imprenditori, eventualmente, l’occupazione sale.

Nel recente diverbio con Camusso è volata una parola forte, uno dei peggiori dispregiativi usati in politica.
Thatcher.

Thatcher

La storia di ogni forma di volgarità è sempre interessante, seppur sporca di sangue, e spesso drammatica.
L’uso di alzare medio e indice, ad esempio, nasce in Inghilterra durante la Guerra dei cento anni, e serviva a mostrare ai soldati francesi che si avevano ancora le dita necessarie per uccidere i loro cavalieri con i propri formidabili arcieri.
L’uso di “Thatcher” come offesa e spauracchio è ben meritato — ignorando la facile retorica di commentatori privi di qualsiasi forma di memoria storica, o accecati dall’iper–liberismo quanto un undicenne che ha appena scoperto la masturbazione — durante il suo dominio decennale un milione e mezzo di persone avrebbero visto il proprio lavoro svanire in fumo, un bambino su quattro cresceva sotto la linea della povertà e la disuguaglianza crebbe ad un ritmo spropositato.
Quando si accusa qualcuno di thatcherismo non si intende quindi solo sottolineare le sue politiche liberiste, ma la completa mancanza di decenza e rispetto per i deboli.

Un paragone oggettivamente piú adeguato a quello della Thatcher è quello meno enfatico di Neil Kinnock — primo leader del Labour a effettuare una vera svolta al centro verso il New Labour che conosciamo oggi, progressista ma lontanissimo dall’area Socialdemocratica.

Renzi sembra effettivamente ispirarsi a Kinnock e alla politiche neo–thatcheriane del centro britannico, unendo a una progressiva liberalizzazione e de–regolamentazione del mercato del lavoro programmi di welfare. È un modello noto nel Regno Unito come “tough and tender”, forte e tenero. Noi diremmo, con la carota e il bastone.

Ma allora perché imprenditori stranieri non investono in Italia?

La barriera principale all’investimento straniero in Italia è causata da problemi strutturali che non hanno niente a che vedere col mercato del lavoro.
Il primo nodo da affrontare è il costo stratosferico dell’energia e delle materie prime rispetto alla media europea — già sistematicamente piú alto vs. il resto del mondo. Il secondo è la difficoltà di trasporto di materiali e merci. Le condizioni delle nostre ferrovie, la completa renitenza da parte dello Stato di investire in questo settore e la diffusa ostilità di chi (comprensibilmente) vede solo svantaggi per il proprio territorio hanno trasformato l’Italia in un Paese in cui ogni materia prima è cara, dove è caro trasportarle e caro lavorarle.
Un’altra barriera difficile da attraversare per investitori esteri è lo stabilirsi sul territorio. Nel resto d’Europa e con grande rilievo negli Stati Uniti, è compito dell’amministrazione locale gestire piani regolatori e ‘cercare’ imprenditori che facciano impresa sul loro territorio. È un ruolo di cui lo Stato si investe per semplificare la fase di studio di fattibilità di un’impresa che volesse stanziarsi sul territorio, che in Italia deve invece farsi tutto da sola — incontrando spesso confusione, barriere incomprensibili e profonda ostilità.
Infine, è difficile immaginare a chi questi imprenditori dovrebbero lasciare in amministrazione queste imprese. Ubriachi della retorica facilona della fuga dei cervelli, è facile dimenticare come le nostre Università scientifiche sfornino studenti assolutamente inadeguati per competere sul mercato dell’altissima specializzazione. Le fortunate eccezioni ci sono, ma i numeri attuali non possono che terrorizzare qualunque investitore.

L’Italia è il secondo Paese piú industrializzato dell’Europa continentale. Nell’ottica di una crescita economica non solo la modifica dell’articolo 18 è una violenza inutile contro una società destinata a vivere infra dig, non solo è palesemente inutile, ma è una scelta strategicamente insensata.
Il secondo Paese piú industrializzato dell’Europa continentale non deve cercare l’investimento di società interessate ad aprire fabbriche al costo per lavoratore dell’Europa dell’est, o dell’Estremo oriente. Un Paese con una forza operaia altamente specializzata e di numeri amplissimi deve puntare verso investimenti per produzioni complesse, che richiedono una forza lavoro raffinata.
Viceversa, è divertente immaginare Renzi che parla di articolo 18 a Dick Costolo, amministratore delegato di Twitter quando nell’ambito di quaternario altamente avanzato il problema con cui devono scontrarsi le società è quello del talent retention, la capacità di trattenere la propria forza lavoro, e non di liberarsene.
Chissà di cosa hanno parlato.

A farla breve, è fondamentalmente una questione di decenza, e di rispetto. Per questo l’accusa di thatcherismo non sembra così infondata. È dal 2008 che ogni anno viene diviso in sei mesi di “l’anno prossimo la ripresa” e in sei mesi di stangate. Dopo sei anni, dopo che nemmeno il Governo Monti ci aveva provato con tanta veemenza, parlare oggi di articolo 18 non è una questione di attirare capitali esteri, ma di concedere finalmente una vittoria alla media imprenditoria italiana — spesso incapace, e piagnucolosa.
A spese di tutti e del livello stesso di civiltà di questo Paese.
Ma quando all’indomani dell’ennesima tragedia di morti bianche il Presidente del Consiglio decide di usare espressioni come “cambiamento violento” e il Presidente della Repubblica invita a non preoccuparsi del danno incalcolabile in termini di protezione dei lavoratori allora il livello di civiltà di questo paese non ha più gradini da scendere.
La qualità della vita invece, sì.

Alessandro Massone
@amassone
Photo CC Chris Beckett
Alessandro Massone
Designer di giorno, blogger di notte, podcaster al crepuscolo.

Commenta